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Bestie da vittoria: intervista a Danilo Di Luca

Il suo libro-confessione "Bestie da vittoria" ha scatenato infinite polemiche. Ma non è un libro (soltanto) sul doping

Pubblicato lunedì 09 maggio 2016 · da

Danilo Di Luca, ciclista professionista dal 1999 al 2013, vincitore in carriera di 54 gare (tra le quali Giro di Lombardia, Amstel Gold Race, Freccia Vallone, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro d’Italia) e radiato a vita per doping nel 2013, ha deciso di raccontare la “sua verità” sul mondo del ciclismo in “Bestie da vittoria”, edito da Piemme e scritto insieme ad Alessandra Carati.

Una lunga e sconcertante ammissione di colpevolezza, un flusso d'(in)coscienza che traccia minuziosamente la parabola del campione abruzzese, dagli esordi alle grandi vittorie, fino a piombare giù nell’inferno del doping. Lo abbiamo incontrato a Pescara, la sua città, la città che non ha mai voluto abbandonare.

Cosa ti ha spinto a scrivere Bestie da vittoria?

Danilo Di Luca: “Le motivazioni sono tante. Innanzitutto l’ho fatto perché ho deciso di assumermi la responsabilità di dire la verità. E l’ho fatto perché l’ho potuto fare, perché sono radiato e quindi non ho più nulla da perdere. A differenza di quanto è stato riportato su molti giornali non è un libro sul doping, o perlomeno non c’è solo il doping. È anche un libro a favore dei miei ex colleghi, cioè dei corridori. Perché parlare del sistema come ho fatto io può solo aiutare a cambiare il mondo del ciclismo. Non è più accettabile che ogni qual volta si parli di ciclismo si finisca a parlare di doping. Il doping, oggi, è solo una piccola componente del ciclismo. Poi c’è tutto il resto; ma di tutto il resto, purtroppo, non si parla mai.”

Perché consiglieresti di leggerlo?  

Danilo Di Luca: “Perché è un libro vero, che può fare bene al mondo del ciclismo, è un libro per chi non sa, per chi non ha mai fatto il ciclista o non ha mai fatto sport: il messaggio è che vince sempre il campione. Il doping, in tutto questo, è solo una piccola componente, a differenza di ciò che crede la maggior parte della gente.”

Sulla quarta di copertina si legge “Questa è la Gomorra del ciclismo. Dopo si potrà decidere di ignorare, ma non si potrà dire di non sapere”. Temi qualche tipo di ripercussione dall’ambiente del ciclismo?

Danilo Di Luca: “Sono convinto al 100% che i miei colleghi mi additeranno, mi punteranno il dito contro. Ma se leggessero il libro, riflettendo in maniera intelligente, senza pensare solamente a curare il proprio orticello, cambierebbero idea. Il mio è soprattutto un libro costruttivo.”

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Ripensando alla tua carriera, credi di essere stato svantaggiato rispetto ai tuoi avversari?

Danilo Di Luca: “Sono stato molto svantaggiato rispetto agli altri. Prima di tutto perché non sono del nord, perché sono abruzzese, e questo ha dato fastidio – e non poco – soprattutto quando ho vinto il Giro d’Italia. In secondo luogo perché ero legato al mio secondo padre, Carlo Santuccione, un medico di Cepagatti (PE). Sono stato squalificato per tre mesi per frequentazione (come emerso dall’inchiesta Oil for Drugs); sono stato il primo a cui è stato applicato un simile procedimento, non era mai successo prima (se vogliamo anche questo è stato uno dei miei tanti record), e oggi mi ritrovo con una radiazione. Ho avuto parecchi svantaggi rispetto ai miei colleghi.”

Qualcuno di questi ti è rimasto vicino, vi sentite o frequentate ancora? In che rapporti sei oggi con la Federazione o con la Nazionale, specie alla luce dell’episodio delle Olimpiadi di Sydney che racconti nel libro?

Danilo Di Luca: “Non sento e non vedo più nessuno, ad eccezione dei miei amici abruzzesi come Spezialetti e Marzoli. Per quanto riguarda Sydney, è un caso lampante del mio essere mal visto dalla Federazione, dalla Nazionale: non ho mai avuto un bel rapporto con la Nazionale. Perché c’erano comunque altri corridori, magari preferiti dai vari CT.”

Hai più volte dichiarato di non essere pentito. Hai comunque qualche rimpianto o qualche rimorso?

Danilo Di Luca: “Avrei potuto scegliere di fare un altro lavoro, nessuno mi ha obbligato. Dal momento che ho scelto di fare il ciclista professionista mi sono preso le mie responsabilità.”

Nel libro azzardi una soluzione per la lotta al doping: “… si obbligano le case farmaceutiche a mettere un tracciante nei prodotti. Basta, finito tutto.” Perché non è già così? Una soluzione di questo tipo, secondo te, è possibile? 

Danilo Di Luca: “Il doping fa male e bisognerebbe trovare il modo di farlo scomparire. Come? Una soluzione potrebbe essere quella di mettere un tracciante nei farmaci. Sarebbe la soluzione definitiva, non solo del doping nel ciclismo ma in tutti gli sport. Il difficile, però, è farlo diventare possibile. Purtroppo dietro al doping e all’antidoping c’è sempre il business. E quando ci sono di mezzo i soldi, tanti soldi, è sempre difficile.”

Se quel 27 maggio 2013 non avessi accettato il controllo antidoping a sorpresa (come scrivi nel libro, avresti potuto rifiutarti), cosa sarebbe cambiato, dove sarebbe e cosa farebbe oggi Danilo Di Luca?

Danilo Di Luca: “Penso che sarei sempre qui, a Pescara, sempre con l’idea di costruire biciclette. Mi sono avvantaggiato, durante la mia carriera, da questo punto di vista. Forse a quarant’anni avrei potuto correre ancora, perché sono ancora fisicamente forte e integro, ma sarei stato sicuramente a fine carriera, dunque mi sarei dedicato ancora di più al lavoro che sto facendo adesso.”

Avresti voluto rimanere nel mondo del ciclismo?

Danilo Di Luca: “L’ho detto più volte, il ciclismo non è più quello degli anni belli, il ciclismo che ho vissuto io. L’unica cosa che avrei potuto fare in questo mondo è il manager di una squadra. Manager di una grande squadra, perché farlo oggi in piccole squadre non ha senso, secondo me.”

Cosa ti manca di più del mondo professionistico?

Danilo Di Luca: “Nulla. Nulla per tanti motivi. Mi piace andare in bicicletta, mi piace pedalare. E negli ultimi anni non c’era più tutta questa voglia di correre, perché erano cambiate tante cose… dopo una squalifica, per le difficoltà affrontate, per come ho dovuto cercare di trovarmi una squadra… per tanti motivi mi era passata la voglia. Del mondo professionistico e delle corse, insomma, non mi manca assolutamente nulla. Naturalmente la passione, la bellezza dell’andare in bicicletta non mi abbandonerà mai, l’avrò sempre.”

E cosa ti manca di meno?

Danilo Di Luca: “L’uso del doping. Oltre al fatto che è dannoso per la salute, non ho più lo stress di dovermi organizzare da solo, cosa che in gara era ancora più complicata. Nel libro è spiegato, penso piuttosto bene e dettagliatamente, tutto lo stress che comportava l’assunzione e la gestione del doping, uno stress pazzesco.”

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Qual è la tua vittoria preferita, quella che porterai sempre nel cuore? E oggi, invece, come soddisfi la tua voglia di vittoria?

Danilo Di Luca: “Sempre la Liegi-Bastogne-Liegi, come ho spiegato nel libro, per quella scarica di fortissima adrenalina. Oggi sazio la mia voglia con la realizzazione delle bici che poi costruisco, sia nella struttura che nella grafica. Mi prende tanto, mi piace davvero molto, scoprire nuove tecnologie e nuovi materiali. Ho sempre pensato di essere un artista: se non avessi fatto il ciclista sarei architetto.”

Il “Killer di Spoltore” ha un idolo sportivo?

Danilo Di Luca: “Per me è sempre stato Miguel Indurain. È stato il più grande. Perché ha vinto cinque Tour de France consecutivi, ma soprattutto per come li ha vinti, per come rispettava l’avversario. Oggi, purtroppo, l’avversario non si rispetta più, invece in quel ciclismo c’era molto rispetto dell’avversario. E Indurain era il più grande in questo aspetto. Armstrong era un campione, ma non era rispettoso come Indurain.”

Oggi, fuori dal giro e dall’ambiente professionistico, chi è Danilo Di Luca?

Danilo Di Luca: “Sono un ragazzo normale, come lo sono sempre stato anche quando correvo in bici. Naturalmente, quando correvo, da giovane, davo l’impressione di essere uno sbruffone. Ma non è mai stata una mia caratteristica. Magari mi ponevo male per la mia timidezza.”

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Hai un messaggio per i giovani che vogliono avvicinarsi a questo sport? Se tuo figlio volesse diventare ciclista professionista, cosa gli diresti?

Danilo Di Luca: “A loro posso dare un consiglio: il ciclismo è una vera e propria scuola di vita. Non posso che consigliare a un bambino o a un ragazzo di correre e andare in bicicletta. Il mio consiglio, data la mia esperienza, è di non fare l’errore che ho fatto io. Se leggeranno il mio libro capiranno che certe cose non si fanno. E quando diventeranno professionisti faranno le proprie scelte. Se un giorno mio figlio volesse diventare un ciclista gli lascerei la più totale libertà di scelta. Chiaramente, ne sarei felice, è stato il mio mondo, il ciclismo mi ha dato tutto. E sarei ancora più felice di insegnargli ad andare in bicicletta.”

Come ti vedi tra 1 anno? E tra 5 anni?

Danilo Di Luca: “Esattamente come adesso, qui a Pescara, a progettare, costruire e vendere bicilette.”

Credi che esisterà mai un ciclismo pulito, senza doping?

Danilo Di Luca: “Io lo spero.”

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