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Millesettecento ore in guanti bianchi, per un restauro che fa il paio con l’uso del cesello e della più squisita arte meccanica: la Ferrari 275 GTB/4 qui ritratta, numero di telaio 09877, appartiene all’aristocrazia dell’automobilismo ed è a oggi uno dei più felici risultati del connubio tra Pinin Farina, che la disegnò, e Scaglietti, che la vestì.

Il tempo, con lei, si è rivelato galantuomo: nel 1964, quando fu presentata al Salone di Parigi, non venne accolta con entusiasmo. Troppo particolare, secondo alcuni, il raccordo tra il lunghissimo cofano e il parabrezza a zampa di cane, come imponevano le tendenze dell’epoca: negli anni Sessanta era critica, successivamente è diventata peculiarità. Era una GT di impostazione conservatrice, la 275 (la sigla indicava la cilindrata unitaria) Gran Turismo Berlinetta: rapidamente arrivò ad adottare sei carburatori in luogo dei tre originari e due assi a cammes in testa per bancata al posto di quello, singolo, inizialmente previsto – di qui il suffisso /4.

Ben presto la desiderarono in molti e la guidarono in pochi: coloro che potevano permettersela erano i frequentatori abituali del jet-set con l’innata passione per le auto sportive. Il regista del film Grand Prix (1966, premiato con tre Oscar e ambientato nel mondo della Formula 1), John Frankenheimer, acquistò una 275 GTB/4 gialla con telaio 10451; l’attore Steve McQueen, ne “Il caso Thomas Crown” (1968), si fermava ad ammirare in una scena una rarissima 275 GTB/4 Spider, una delle dieci costruite per conto dell’influente importatore per gli Stati Uniti Luigi Chinetti. Malato di automobilismo, acquistò a stretto giro di posta una GTB/4 rossa con telaio 10621. Entrambe sono state battute all’asta da Sotheby’s in tempi recenti: tre milioni e mezzo di dollari la prima, più di dieci la seconda. Non serve altro da dire.

La Ferrari 275 GTB/4 ritratta è, dichiaratamente, pronta; il restauro d’autore è completo, a firma dell’elvetica Kessel Classic. Ci hanno lavorato dalle 12 alle 14 persone: ognuna di esse ha messo mano su uno dei 330 esemplari usciti da Maranello, contraddistinti dal progressivo del telaio da 09007 a 11069. A conti fatti (e a restauro finito), potrebbe risultare un’auto di valore almeno pari a quella di John Frankenheimer: difficile dire dove finirà – il collezionista di questo livello è solitamente molto riservato – ma ben più facile immaginare che farà bella mostra di sé nel suo elegantissimo grigio metallizzato, superbamente a contrasto con i Borrani a raggi e attacco a gallettone che all’epoca erano il segno distintivo delle GT di razza. Anzi, delle elette.

Foto di Orazio Truglio