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Padre e figlio, quando il DNA è da corsa

Il figlio d’arte Max Verstappen sembra destinato a scrivere nuovi record di precocità: nelle corse, tuttavia, tramandare geni molto veloci non è così raro

Pubblicato mercoledì 18 maggio 2016 · da

C’è chi il papà lo chiama per nome (in casa Rossi, se Graziano si sentisse dare del babbo da Valentino penserebbe ormai più a un insulto che a un rapporto di parentela diretta), chi il figlio lo chiama come se stesso (gli Earnhardt si distinguono con il suffisso junior e senior; peggio va tra gli Unser, con “Grande Al” e “Piccolo Al”) e chi, semplicemente, dal figlio si fa sverniciare: è il caso del povero (si fa per dire, visto che ne è anche il manager) Jos Verstappen, pilota di Formula 1 a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, che ha avuto la bella idea di mettere in cantiere nel 1997 il figlio Max. Che, al primo Gran Premio su un’auto che poteva puntare alla vittoria, approfittando di un autoscontro fratricida tra le Mercedes, ha innaffiato di champagne gli occupanti del podio del Gran Premio di Spagna a 18 anni, 7 mesi e 15 giorni. Ovviamente, visto che si parla di un predestinato, dal gradino più alto. Vediamo, senza pretesa di scientificità, una sorta di “fab five” (no, i Beatles non c’entrano) dei binomi padre-figlio che si sono affacciati nel motorsport: la mancanza di scientificità di cui sopra consiste nel non stilare graduatorie, quanto piuttosto nell’evidenziarne differenze in termini di palmarés e di carattere.

1) Jos e Max Verstappen
Anziché approdare in Formula 1 con il nome completo di Johannes Franciscus, Verstappen senior ha avuto la compiacenza di farlo come Jos: classe 1972, da campione di Formula 3 tedesca si guadagna un posto da tester alla Benetton per il 1994. Di lui si dice un gran bene: peccato che, quell’anno, sia in rampa di lancio un certo Michael Schumacher da Kerpen, e che per il povero Jos la promozione a titolare (col senno di poi, a vittima sacrificale) in conseguenza di un infortunio patito da J.J. Letho si riveli una vera e propria jattura. La velocità c’è, la condotta di gara meno, visto che il salto è decisamente di quelli troppo grandi: oltre che per due podi, si fa notare per un’involontaria imitazione della torcia umana al rifornimento del Gran Premio di Germania. La stagione è quasi completa, con 12 Gran Premi disputati su 16, e non è neppure negativa. Tuttavia, Schumi vince il primo iride e i 10 punti di Jos appaiono un tantinello impalpabili. Dal 1995 in poi inizia un pellegrinaggio senza speranza presso team non proprio di primo piano, dalla Simtek alla Footwork passando per una Tyrrell in disarmo e una Stewart troppo brutta per essere vera. Conclude la carriera nel 2003 sulla Minardi, quando Max già guida (a cinque anni o poco più) un go-kart: i suoi geni, evidentemente, sono stati affinati nella seconda generazione.

 

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Max Verstappen a 12 anni con il papà Jos: Kimi Raikkonen, Fernando Alonso e Jenson Button hanno corso contro entrambi

 

2) Mario, Michael e Marco Andretti
In questo caso, bisogna solo chiedersi cosa combinerà l’eventuale figlio di Marco: già, perché Mario (non a caso chiamato Piedone per le sue qualità velocistiche: quasi un peccato, visto che la sua competenza tecnica era almeno pari) è riuscito a mettere insieme una carriera infinita, in cui ha vinto – Le Mans a parte, dove al massimo è arrivato secondo – tutto quanto, singolarmente preso, dà lustro alla carriera di un pilota: Indy 500 (oltre a quattro titoli IndyCar, tre USAC e uno CART), Daytona 500 (nell’attuale Sprint Series, quella che noi italiani chiamiamo NASCAR) e, dulcis in fundo, il Mondiale di Formula 1. Dalle prime gare al 1965 all’ultima uscita in pista (anzi, di pista, visto che disintegra una povera Dallara-Honda a Indianapolis dopo sei loop, uscendo con le proprie gambe dall’abitacolo e rilasciando serafico interviste al TG della sera), passano 38 anni: il casco viene appeso al chiodo nel 2003 proprio dopo questo episodio. Nel frattempo, ha occasione di avere come compagno di squadra il figlio Michael, classe 1963, per quattro anni filati sotto l’egida di Paul Newman e Carl Haas: il rampollo, quattro volte vincitore del titolo nella IndyCar Series (suonandole spesso e volentieri a papà), a trent’anni ha la non brillante idea di affiancare in casa McLaren Sua Maestà Ayrton Senna. Il risultato? Un mesto licenziamento dopo l’unico podio in Formula 1, a Monza, per lasciare spazio a Mika Hakkinen. Il nipote Marco, figlio di Michael, ha esordito sfiorando a 19 anni una vittoria (nel 2006) sull’ovale di Indianapolis che avrebbe avuto del leggendario. Oggi, a 27, è un più che onesto pilota (dopo essere apparso un predestinato) con due vittorie in carriera nella IndyCar, che corre per il team di papà Michael: lo stesso per il quale (non stona menzionarlo) nonno Mario ha eseguito l’involontario commiato da aviatore provetto a Indy tredici anni fa.

 

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Tre generazioni di Andretti: Michael, Mario e Marco. Mario di Nazareth ha vinto il Mondiale di Formula 1 nel 1978

 

3) Dale Earnhardt sr. e Dale Earnhardt jr. (per tacere del nonno Ralph)

Il papà Ralph Dale Earnhardt, il senior di turno, era uno di quei personaggi che – se fossero vissuti un centinaio d’anni prima – non avrebbero sfigurato come cacciatore di taglie: lineamenti disegnati con l’accetta, baffi che aspettavano solo un cappello da cowboy per fare il paio e… sette titoli di Sprint Cup, quando ancora si chiamava Winston Series. Un palmarés pari a quello del solo Richard “King” Petty, ottenuto con una guida che gli ha procurato ben presto il soprannome di Intimidator. Duro, cattivo, risoluto: ben più abile del padre Ralph, che pure tra gli anni Cinquanta e Sessanta era stato il più popolare pilota di stock car del North Carolina. Intimidator se n’è andato come avrebbe voluto: in gara, nel 2001, durante l’ultimo giro della Daytona 500 (quando, a quasi 50 anni, stava puntando alla settantaseiesima vittoria in carriera). In una famiglia di corridori in cui tanto il nonno quanto il padre sono nati nella stessa, piccola e un po’ anonima città rurale (Kannapolis), non c’è da stupirsi che uno dei rampolli di Dale sia stato chiamato Ralph Dale Earnhardt, stavolta a buon titolo junior. E ancor meno da stupirsi che Junior sia nato a Kannapolis, nonché abbia fatto di tutto per correre con il numero del padre: non ce l’ha fatta a mantenere l’8 e allora ha deciso di raddoppiarlo in 88, raccogliendo 26 vittorie di tappa in diciotto anni di (ottima) carriera, ma mai un titolo. Junior per volontà divina, il più giovane degli Earnhardt: lo stesso personaggio di “Cars – Motori Ruggenti” cui ha prestato la voce nel 2006.

 

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Dale Earnhardt jr con papà Dale sr, l’Intimidator che con Richard Petty è stato il più grande interprete USA di stock car

 

4) Graham e Damon Hill
Papà Graham è stato un perfetto gentleman inglese: una sorta di baronetto, impeccabile nella guida e in borghese, nato quasi per errore povero nel lontano 1929. Povero sì, ma con una poliedricità da Guinness: artificiere in marina, meccanico, attratto più dalle moto che dalle auto. Tanto che il primo contatto con una monoposto (una Cooper 500) avviene nel 1954, a causa di una pubblicità che promette l’ebbrezza della pista a soli cinque scellini; quello con un’auto “normale”, più o meno nello stesso periodo, visto che la patente di guida viene conseguita a 24 anni suonati. A dire il vero, il talento di Hill è tanto strano quanto esplosivo: il debutto in Formula 1 avviene nel 1958, il primo titolo iridato nel 1962. E’ sornione nella guida e con una condotta tattica senza eguali, Graham: vince cinque volte il Gran Premio di Monaco, trionfa alla 500 miglia di Indianapolis, conquista la 24 ore di Le Mans. E nel 1968 si porta a casa l’ultimo Mondiale di Formula 1, ritornato caposquadra dopo la morte di Jim Clark. In tarda età agonistica, diventa costruttore: la Lola Embassy-Hill sopravvive fino al 1975, quando il Piper Aztec di Graham precipita di ritorno da un test al Paul Ricard con tutto il team, compreso il promettente Tony Brise. Il figlio Damon, classe 1960, non è neppure lui un campione di precocità (e fino al 1984 corre con le due ruote), ma la gavetta risulta formativa e lo porta in Formula 1 a quasi 32 anni, dalla porta di servizio chiamata Brabham-Judd. Il suo asso nella manica si chiama, come già accaduto al papà, sensibilità meccanica: collaudatore per la Williams, viene promosso titolare nel 1993. Orfana di Senna, perito a Imola, la squadra punta su di lui per la rincorsa all’iride: Damon vi riesce, completando l’unica accoppiata iridata padre-figlio in Formula 1, nel 1996. In questo caso, i geni sono trasmessi con ottima fedeltà. E con una flemma tutta britannica.

 

1966: Bette Hill throws her husband, motor racing ace Graham a party to celebrate his homecoming from America where he won the Indianapolis 500 in a Ford-Lola. Graham and his son Damon Hill push reigning World Formula 1 Champion Jim Clark around on a toy tractor. Mandatory Credit: Allsport Hulton/Archive

1966: al ritorno dagli USA, dove ha vinto Indy 500, Graham Hill spinge insieme al figlio Damon un divertito Jim Clark

 

5) Keke e Nico Rosberg
Se non fosse la comprovata paternità, tra Keijo Erik Rosberg e Nico Erik si potrebbe parlare di una parentela molto alla lontana: papà Keke è stato un pilota dal colletto blu, tutto cuore e maltrattamenti della meccanica; Nico, per contro, uno stilista che tira fuori gli artigli alla bisogna (specie con un certo Lewis Hamilton). La differenza si vede in vari particolari: Keke, alla Formula 1, ci arriva tardi, dopo un girovagare tra Formula Vee, Formula Atlantic (e Formula Pacific, giusto per stazionare un po’ agli antipodi), Formula 2 (con risultati non propriamente esaltanti) e – per dare un senso alla parola “gavetta” – un 1978 in bilico tra Theodore e ATS, non proprio due scuderie di primo piano. Eppure, nella bagnatissima Race of Champions (non valida per il Mondiale) a Silverstone, si porta a casa una vittoria che lo fa finire sui taccuini degli addetti ai lavori. L’occasione della vita arriva nel 1982: in un Mondiale falcidiato dalle disgrazie della Ferrari, che perde la coppia Villeneuve-Pironi, una sola vittoria gli vale il titolo. Legittimato, tra una monoposto violentata sui cordoli (e qualche muro) e l’altra, da due perle, a Montecarlo nel 1983 e a Dallas nel 1984. I suoi geni sono arrivati, edulcorati, a Nico: monogamo a fronte di un papà impenitente playboy (con annessa immancabile Marlboro a corroborarne lo stereotipo di macho), preciso a fronte delle curve a vita persa del genitore, il rampollo nato al sole di Montecarlo (e non nel freddo di Solna) ha finora surclassato papà Keke per Gran Premi vinti (18 a 5), un po’ meno per carisma e titoli iridati.

 

Divertito papà Keke, guascone per natura; un po’ più perplesso Nico, riservato e gentile: qui in Bahrein nel 2014

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