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Padre e figlio, quando il DNA è da corsa: si completa la top ten

Altre quattro coppie di padri e figli legati a doppio filo alle corse in auto (più una di intrusi a due ruote), con destini spesso differenti, ma anche con qualche eccezione degna di nota

Pubblicato lunedì 23 maggio 2016 · da

Non è possibile chiamarla top 10, perché basta andare a memoria per trovare illustri esclusi, dal tre volte campione del Mondo di Formula 1 Jack Brabham con il rampollo David (duo decisamente sperequato, visto che il figlio è stato poco più di una meteora), alla dinastia degli Unser in IndyCar (papà Al – o meglio “Big Al” – e figlio Al – con scarsa fantasia divenuto “Little Al”, a dispetto di due titoli di categoria e due Indy 500 nel palmarés, per tacere di zio Bobby). A volte i figli si sono rivelati decisamente migliori dei padri (in pratica, solo un topo di biblioteca si può ricordare che papà Moss, Alfred, ha preso parte alla 500 miglia di Indianapolis nel 1924, mentre il figlio Stirling si è guadagnato – lui nolente – il titolo di “Re senza corona” in Formula 1, forte di quattro iridi sfiorati); a volte sono stati i padri a surclassarli (vedasi in casa Prost, tra Alain e Nicolas, o in casa Mansell, tra Nigel e i figli Greg e Leo). Il tutto, mentre piccoli rampolli crescono: gli addetti ai lavori dicono un gran bene di Mick Schumacher e Giuliano Alesi, sulle orme dei papà Michael e Jean nelle formule minori.

 

1) Gilles e Jacques Villeneuve
Papà Gilles è stato l’ultimo pilota capace di scaldare il cuore, notoriamente poco incline alle emozioni, del Commendator Ferrari: classe 1950, è cresciuto in quella parte del Canada che si sviluppa sulle rive del fiume San Lorenzo e che parla un francese tutto particolare, il québécois. Gli Stati Uniti sono a un tiro di schioppo, ma non sono quelli di una New York frenetica: piuttosto sono quelli, placidi e montuosi, del Vermont e del Maine (oltre a un inciso di New Hampshire). Nulla di più ovvio, per Gilles, di iniziare a correre con le motoslitte, dove sviluppa un controllo del mezzo funambolico in condizioni-limite, e di iniziare un graduale approccio alle monoposto (vendendo casa per autofinanziarsi) fino ad approdare alla Formula Atlantic. Il punto di svolta è proprio qui: per rilanciare questa sorta di Formula 2 oltreoceano, gli organizzatori mandano inviti anche ai piloti europei più blasonati; a quello per la gara sul circuito stradale di Trois Rivieres risponde James Hunt, sensibile alla sfida e al gettone di presenza. Uno sconosciuto canadese dai lineamenti gentili e l’aria del perenne ragazzino si permette di vincere rifilando 16 secondi ad Alan Jones e allo stesso Hunt, che quell’anno conquista il Mondiale in Formula 1. L’inglese segnala Villeneuve al boss Teddy Mayer, che decide di concedere una chance a Villeneuve. Il debutto avviene in Gran Bretagna nel 1977, con un buon nono tempo in prova; quanto basta per convincere Ferrari in persona a chiamarlo al posto di Niki Lauda per le ultime due gare dell’anno. Così nasce la febbre-Villeneuve, fenomeno più mondiale che solo italiano: 65 gare con la Ferrari, 6 vittorie, il secondo posto più famoso della storia (quello di Digione del 1979, dopo un duello all’ultima ruotata con la Renault di Arnoux e una serie di manovre che irridono le leggi della fisica), un numero di incidenti spettacolari di cui si perde il conto, un amore sconfinato da parte dei tifosi e l’ultimo, tragico, volo in Belgio nel 1982. In quell’anno il figlio Jacques ne ha appena compiuti 11: la sua passione si sviluppa per il kart, un’Alfa 33 guidata in Italia, qualche battuta d’arresto nella Formula 3 locale e un crescendo che, attraverso la Formula Nippon e la Formula Atlantic, lo porta nella IndyCar Series. Qui vince titolo e 500 miglia di Indianapolis, con lo stesso numero 27 di Gilles sulla monoposto. Il resto è storia (quasi) recente, con l’approdo in Formula 1 nel 1996, il titolo nel 1997 dopo aver fatto saltare i nervi a Kaiser Schumacher, e un crepuscolo tanto repentino quanto imprevedibile. Anche se, indubbiamente, all’ombra di papà Gilles, Jacques ha saputo brillare di luce propria.

 

Jacques sulla 312 T4 di papà Gilles Villeneuve, che tiene in braccio la sorella Melanie. Mamma Joanna guarda divertita

2) Nelson e Nelsinho Piquet (e magari arriva anche Pedro)

Tre titoli iridati in Formula 1 conquistati con la stessa aria scanzonata da ragazzino (con una predilezione per l’altro sesso almeno pari al talento espresso in circuito) fanno il paio con rivalità neanche tanto velate con Carlos Reutemann (che, dopo avere perso all’ultima gara il Mondiale del 1981, lo ricorda come “quel ragazzino che mi ha aiutato a lavare la Brabham nel ‘74”), Nigel Mansell (con cui innesca una lotta fratricida che ha come risultato netto in casa Williams la perdita di un Mondiale già in bacheca nel 1986) e Ayrton Senna (odio viscerale a pelle, da subito, con tanto di accuse relative alla vita sessuale del rivale). Nelson Piquet, classe 1954, ha avuto da sua la versatilità e la furbizia: sempre pronto ad approfittare dell’errore altrui, ha vinto con le wing-car come con le monoposto con motore turbo, domando il mostruoso 1.5 BMW da più di 1.000 CV/litro. In tipico stile-Piquet la scazzottata con Salazar in Olanda nel 1982 (dopo che il cileno, doppiato, gli preclude una possibile vittoria speronandolo) o la salita sul primo gradino del podio in Canada, nel 1985, scalzo: galeotto è un radiatore dell’olio posto davanti alla pedaliera che lo ustiona, ma non gli impedisce di concludere vittorioso la gara. Il figlio Nelson Angelo (Nelsinho, a causa dello spassionato amore dei brasiliani per i diminutivi) nasce grazie alla fattiva collaborazione della moglie olandese Silvia (per certi versi, più bollente del radiatore canadese) e arriva in Formula 1 nel 2008 con la Renault. Coglie un podio in Germania ma, l’anno dopo, viene appiedato: decide così di portare in tribunale la propria squadra rivelando il Crashgate di Singapore, quando obbedisce agli ordini di Flavio Briatore (poi radiato a seguito dell’accaduto) decidendo deliberatamente di andare a muro per favorire la vittoria dell’ingombrante compagno Fernando Alonso. Con un bel po’ di soldi in saccoccia a mo’ di risarcimento, Nelsinho emigra presto – non molto rimpianto – verso altri lidi. Adesso preferisce il silenzio della Formula E, risultandone il primo campione della storia (nel 2014). Ma potrebbe non essere finita, vista la prolificità di papà Nelson: in rampa di lancio c’è anche il figlio Pedrito, classe 1998.

 

Piquet-1

Nelson Piquet su Brabham nel 1981, anno in cui conquista il primo titolo iridato. Si ripeterà nel 1983 e nel 1987

 

3) Wilson e Christian Fittipaldi
Il trasferimento di geni da corsa tra papà Wilson e il figlio Christian c’è stato, è vero, ma quelli più nobili se li è tenuti in esclusiva zio Emerson, “O Rato” campione del Mondo di Formula 1 nel 1972 e nel 1974, nonché di Formula Cart nel 1989 (e, tanto per gradire, due volte trionfatore nella 500 Miglia di Indianapolis). Wilson, classe 1943, è il maggiore dei fratelli Fittipaldi (Emerson è del 1946), ma si trasferisce in Europa solo a 26 anni, dopo avere messo su famiglia (ed essere stato ostacolato a più riprese dalla moglie, mentre Emmo, da bravo scapolo, pensa solamente alle corse). Dopo un’onesta trafila in Formula 2, approda a quasi trent’anni nella categoria superiore, affittando da Bernie Ecclestone per il 1972 il seggiolino di una Brabham: è settimo al debutto in Spagna in un Gran Premio che vede per la prima volta nella storia due fratelli al via, e chiude la carriera con 35 partenze su 38 tentativi (e un quinto posto al Nürburgring nel 1973). Poca roba a confronto del fratello (da lì a breve coinvolto nel fallimento sportivo della Copersucar-Fittipaldi, prima e unica monoposto made in Brazil della storia), ma in linea con quanto fatto anni dopo da Christian. Approdato in Europa a vent’anni, nel 1991, vince al debutto il campionato di Formula 3000, guadagnandosi un posto alla Minardi. Tre sono le stagioni complessivamente disputate, prima di ricostruirsi una carriera oltreoceano (e sfiorare la vittoria a Indy nel 1995): due quarti posti i migliori risultati (uno con la Minardi nel ‘93 e uno con la Footwork nel ‘94) e un incidente con il compagno di squadra Barbazza a Monza, nel 1993, concluso con incruento giro della morte e il traguardo tagliato sui resti della monoposto faentina. Da stuntman consumato più che da pilota provetto: uno dei tanti talenti, validi se non validissimi, forse campioni ma certo non campionissimi, che si sono affacciati fugacemente alla ribalta della Formula 1.

 

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Tre generazioni di Fittipaldi: a destra nonno Wilson, al centro papà Christian che tiene in braccio un imbronciato Wilson jr.

 

4) Satoru e Kazuki Nakajima

A meno che la cicogna non porti un erede (di Kazuki) con le stimmate del campioncino, la famiglia Nakajima non è destinata a passare alla storia della Formula 1. Il papà, Satoru, è stato il primo giapponese a corrervi stabilmente, dopo qualche estemporanea uscita di coraggiosi compatrioti negli anni precedenti (con tanto di giro più veloce al Fuji di Masahiro Hasemi nel 1976, ma si trattò di un errore di cronometraggio, visto che nella tornata in questione – col senno di poi neanche tanto veloce – il nipponico fu superato da qualcosa come tre vetture): imposto dalla Honda alla Lotus come contropartita della fornitura di motori alla scuderia inglese, si trova come compagno di squadra Nelson Piquet. Non uno qualsiasi, bensì un tre volte iridato (pur se in fase calante): il confronto è impietoso, anche se il prode Satoru si rifà con un giro più veloce (stavolta valido) nel bagnatissimo Gran Premio d’Australia del 1989. Ironia della sorte, su una Lotus orfana del motore Honda ed equipaggiata col modesto Judd. La carriera in Formula 1 dura altre due stagioni, stavolta alla Tyrrell (che, non a sorpresa, l’ultimo anno monta motori Honda), con la stessa costanza del debutto, da encefalogramma appena percettibile ma neppure da ultimo della classe. Con il figlio Kazuki, le cose cambiano: nel senso che è la Toyota a spingerlo e non più la Honda, come successo a papà. Due le stagioni complete di Kazuki sulla Williams-Toyota: il 2008 a fianco di Nico Rosberg, chiuso con nove punti, e il 2009, rovinosamente a quota zero (in pratica, passato sotto lo schiacciasassi dal compagno di squadra). Senza dimenticare il debutto, nell’ultima gara del 2007, in Brasile: punti zero (decimo al traguardo) ma due commissari travolti – se non altro, con quasi nessuna conseguenza per i malcapitati.

 

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Tanta grinta per Satoru Nakajima (qui nel 1991) ma mai un podio in Formula 1. Non che il figlio Kazuki abbia fatto meglio…

 

5) Graziano e Valentino Rossi
“Che papà ero? Secondo me non coinvolto al punto giusto. Facevo un lavoro che mi prendeva, oltre al tempo, tanto interesse, cuore, testa, animo”: Graziano Rossi, parlando dell’arcinoto figlio Valentino, non (se) le manda a dire attraverso le colonne della Gazzetta dello Sport. Nato ribelle, è stato una delle più concrete speranze per il post-Agostini: non difettava il talento (e nemmeno la personalità, a volte sin troppo eccentrica, ricordando l’aneddoto che lo vede passeggiare per la natìa Pesaro con una gallina al guinzaglio), mentre si sono rivelati deficitari un po’ i mezzi meccanici e molto la fortuna. Nel 1980 un incidente stradale tronca di fatto una carriera che avrebbe potuto dare molto di più (e che, nel 1979, aveva portato un bel terzo posto in 250, con annessa vittoria ad Assen, pochi mesi dopo la nascita di Valentino); nel 1982, durante una gara di campionato italiano della 500, ci vuole il Dottor Costa per salvargli la vita dopo una caduta alla Tosa di Imola con un massaggio cardiaco (tra l’altro, attraversando la pista per la gioia delle coronarie degli altri concorrenti). Ce n’è abbastanza per appendere il casco al chiodo e cercare di favorire l’ascesa del figlio che, prima enfant prodige e poi vecchio leone, da vent’anni esatti sta riscrivendo molti record della storia del motociclismo. Di Valentino Rossi, ormai, ogni cosa è nota: nove titoli iridati, con il decimo svanito lo scorso anno sul filo di lana alla bella età di quasi 37 anni, 113 vittorie a oggi, un numero di dualismi che copre più tre che due generazioni di piloti, il possibile tradimento alle due ruote quando si vociferava di un passaggio in casa Ferrari (ma l’avrà mai pensato seriamente?), il declino alla Ducati rinviato ritornando all’ovile targato Yamaha, e la voglia di non smettere almeno fino al 2018, visto che ha appena siglato un nuovo biennale con la Casa giapponese. Un po’ meno col sorriso da bimbo di vent’anni fa, ma un solo infortunio per lui in carriera, nel 2010 al Mugello, e quindi con poche cicatrici addosso. Il che, per un centauro, non è cosa da sottovalutare a priori.

 

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Graziano e Valentino Rossi: il papà ha disputato 55 gare nel Motomondiale vincendone 3, il figlio (a oggi) 335 con 113 vittorie

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