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Sulla carta potrebbe sembrare un azzardo, ma il mercato le dà ragione. Piace così com’è, piace per quello che è.
E non stiamo parlando solo di cercatori di funghi, minatori, cacciatori, rifugisti, guardie forestali, giornalisti del National Geographic, dipendenti dell’Anas eccetera… Ad apprezzarla, sicuramente più per com’è che per ciò che fa, è anche una discreta fetta di automobilisti (fra cui molte donne) che la vivono come perfetta city car.
La Jimny è fedele a se stessa da 18 anni, da quel 1998 in cui fece la sua apparizione sulle nostre strade, dopo essere stata presentata al Salone di Tokyo l’anno precedente nella sua versione più recente. In realtà la madre di tutte le Jimny è la Hopestar ON360, una gippina realizzata in soli 15 esemplari dalla Hope Motor Company, con motore due tempi Mitsubishi, che vide la luce nel ’67. La luce però si spense subito, dopo nemmeno un anno la Hope fece una brutta fine e Suzuki acquistò il progetto. Aveva in mente di realizzare una 4×4 sotto i tre metri (la normativa giapponese prevedeva notevoli sgravi fiscali per questa tipologia di auto) e l’occasione avrebbe permesso di azzerare i tempi di progettazione e ingegnerizzazione. Così, nel 1970 arrivò la prima, vera, Jimny. Si chiamava LJ10, dove LJ stava per Light Jeep, con motore bicilindrico 2T da 25 cv, sospensioni a balestra e velocità massima di 75 km/h.

jimnishinsei_2016_043Gli altri step evolutivi furono la LJ20 del 1972, equipaggiata con lo stesso motore ma dotato di 28 cv, furono ricavati due posti posteriori e le griglie del radiatore diventarono verticali; la LJ50 del 1975, costruita interamente in lamiera e mossa da un motore tre cilindri da 539 cc con 26 cv, prima Jimny a essere esportata (sbarcò nella vicina Australia); nel 1977 arrivò la LJ80, che guadagnò un cilindro, raggiunse i 41 cv ed entrò in Europa; nel 1981 cambiò la sigla, che divenne SJ410, il motore, ora quattro cilindri da 970 cc e 45 cv, e varcò i confini dell’Italia, grazie a Romano Artioli che mise in piedi una rete per l’importazione diretta dal Giappone.
Eccoci all’84, anno topico. La SJ430 “Samurai” sancisce il successo della Suzukina, con motore da 1.324 cc e 63cv, che farà strage di cuori, senza mai cambiare fino al 1997, quando assunse le forme attuali.

jimnishinsei_2016_038Il successo della Jimny è principalmente italiano e il nostro Pese non è nuovo a fenomeni del genere sia del mondo delle quattro sia delle due ruote. Tant’è che l’idea di una serie speciale e limitata dedicata a festeggiare sì i 18 anni ma soprattutto a testimoniare l’orgoglio e la riconoscenza all’antenata è tutta di Suzuki Italia. La Shinsei sfoggia un colore Dark Yellow che richiama fedelmente quello della LJ del 1970 (la verniciatura avviene entro i nostri confini) e offre un allestimento non stravolgente, ma curato e ben riuscito, che comprende tetto panoramico apribile elettricamente, navi touch screen Pioneer da 7″, cerchi in acciaio neri, specchietti e bordo paracoppa bianchi a contrasto, particolari dell’abitacolo che richiamano il colore della carrozzeria. Il prezzo è esclusivo come il sentimento dei tanti appassionati della Jimny, 23.000 euro e le consegne dei 100 esemplari numerati partiranno da marzo 2017.

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