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Prova Ducati Scrambler Sixty2

La scramblerina fa centro. Ha un motore azzeccato, è facile, piacevole e sa anche divertire. Il carattere non le manca e parla ai giovani.

Pubblicato mercoledì 17 febbraio 2016 · da
LIVE RIDE

Ora la famiglia è al completo. La piccola Scrambler 400 affianca la sorella da 800 cc (declinata in sei versioni) e si propone come oggetto dei desideri della nuova generazione di urban rider. Lo fa grazie a un look e a uno spirito che si ispirano al mondo della street culture e della pop art, che proprio negli Anni 60 stava dilagando negli States e che, anche allora, influenzò Ducati nella realizzazione di quelle motociclette che avrebbero dato vita a una stirpe gloriosa. Il risultato del lavoro svolto a Borgo Panigale è un mix di storia, tradizione, avanguardia e lifestyle.

 

DucatiScrambler62MartiB_2016_68Già divenuto un brand a sé nel marchio Ducati, Scrambler grazie alla nuova Sixty2 si sdoppia e crea una nuova identità. Il suo nome è un tributo all’anno di nascita della prima Scrambler e le quattro stelline sul serbatoio, icona della cultura old school del Motocross e del Bmx, simboleggiano i 400 cc di cubatura del suo motore. A proposito di serbatoio, è realizzato in acciaio (è lo stesso della Flat Track Pro) e richiama il materiale in cui sono ricavati il telaio e il forcellone, all’insegna della essenzialità e della veracità, due delle caratteristiche che raccontano il progetto insieme a stile, qualità e immediatezza.

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La base dell’ultima arrivata è quella della Scrambler 800, ma il bicilindrico Desmo ha in questo caso una cilindrata di 399 cc ed è capace di erogare 41 cv di potenza a 8.750 giri e 34,3 Nm di coppia a 7.750 giri, numeri ai vertici del segmento. Il 400 è un motore storico per Ducati e quello della Sixty2 è un’unità completamente nuova, che mantiene la peculiarità della distribuzione desmodromica ma sfrutta un unico corpo farfallato da 50 mm per rendere ancora più fluida l’erogazione. Cambia anche lo scarico, che ha un giro dei tubi completamente differente rispetto a quello della Scrambler 800, per lasciare ancora più in vista il bicilindrico Ducati.

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La ciclistica riprende quella della sorella maggiore, a cambiare sono la forcella (qui con steli tradizionali da 41 mm invece che rovesciati ed escursione di 150 mm), il forcellone (in acciaio anziché in lega), l’impianto frenante (pinza assiale e non radiale, con disco da 320 mm invece che da 330) e la sezione della Pirelli MT60 posteriore, che da 180/55 passa a 160/60. A caratterizzare l’identità della Sixty2 sono anche i gruppi ottici full LED (i medesimi – belli – della 800), il silenziatore con cover nero opaco, gli specchietti tondi, il portatarga alto e i cerchi in stile flat track con razze in lega incrociate… Una chicca, che sottolinea la cura nella realizzazione e l’attenzione al dettaglio, sono tutti i rimandi al modello originario come il design del tappo del sarbatoio (con la scritta “born free-1962“), le modanature sotto la sella e la chiave, che una volta inserita nel blocchetto di accensione sul supporto del proiettore, richiama il vecchio commutatore luci.

Anche il capitolo accessori è ispirato dalla stessa filosofia. Quasi ottanta (per la maggior parte abbinabili anche alla 800), sono belli e ricercati. Dalle manopole logate, al porta skate, ai comandi regolabili, alle borse super cool, ai caschi by Bell, per arrivare addirittura alle Blundstone personalizzate, cosa mai successa negli 80 anni di storia del marchio australiano…

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La conclusione? L’operazione Sixty2 non solo è riuscita (e nel Drive vi daremo altre motivazioni) ma ha anche dimostrato che Ducati è riuscita a trovare la sua pietra filosofale, quella che permette di trasformare l’essenziale in Premium.

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