GP2 Series, a Davide Valsecchi il titolo 2012

Con il quarto posto a Singapore, il lombardo si laurea campione succedendo a Romain Grosjean, che oggi guida in Formula 1 la Lotus. Avremo di nuovo un italiano nella massima espressione motoristica su pista?

Bravo Davide. Non che queste parole rappresentino l'incipit più originale di qualsivoglia articolo, ma ben racchiudono i doverosi complimenti per il risultato ottenuto dal venticinquenne Valsecchi a Singapore: con il quarto posto ottenuto in gara 1 (la Feature Race), il pilota italiano si è infatti assicurato il titolo di campione della GP2 Series per la stagione 2012.

Viva Davide Valsecchi, dunque: le sue qualità non si discutono, così come non si discutono – meglio parlarsi chiaro – le mille difficoltà che lo separano dall'approdo in Formula 1. I motivi non risiedono nella scarsa bravura del pilota di Eupilio, quando in un sistema che non ama molto il tricolore. Senza vittimismi o preconcetti, una breve analisi si impone.

Ho vinto, sono pronto al salto di categoria. Verissimo, ma – se ci si chiama Nico Rosberg, Lewis Hamilton, Timo Glock, Nico Hulkenberg, Pastor Maldonado o Romain Grosjean, il percorso è più semplice. Nomi non proprio casuali: sono i vincitori del campionato di GP2 dal 2005, quando la serie ha sostituito la Formula 3000, dal 1985 erede della Formula 2. Calendario alla mano, ne manca uno. Che, guarda caso, ha passaporto di casa nostra: Giorgio Pantano, vittorioso nel 2008.

Il trentatreenne veneto ha vinto nel 2008 regolando, tra gli altri, i vari Bruno Senna, i già citati Grosjean e Maldonado, Sébastien Buemi, Vitalij Petrov e Jerome d'Ambrosio, che abbiamo visto a Monza sulla Lotus lasciata coattamente libera da Grosjean, e Kamui Kobayashi. Tutta gente le cui terga, oggi, occupano seggiolini di monoposto di Formula 1. O, in alternativa – vedasi il caso-Buemi – lo hanno fatto per almeno un biennio. Per loro, l'arrivo in Formula 1 è stato conseguenza di un campionato, buono o vincente, nella categoria immediatamente inferiore. Per Pantano no: porte chiuse, carta d'identità che avanza e più opportunità oltreoceano che da noi. Ma non di quelle che facciano saltare per aria dalla gioia: Chip Ganassi lo ha chiamato a sostituire in IRL l'infortunato Charles Kimball. Il quadro della situazione è più chiaro ricordando come, nel paese degli ovali, i tempi di Alex Zanardi siano ormai lontani. E, con buona probabilità, la cifra tecnica si sia abbassata nel tempo.

Davide Valsecchi, di talento e capacità di guida, ne ha. Nel 2010, a fine stagione, è stato chiamato dalla HRT in una rookie session ad Abu Dhabi. Il suo 1'43″013 risultò di due secondi più veloce rispetto al tempo di qualifica di Bruno Senna, stabilito meno di una settimana prima. Un dato da prendere con le molle, perché le condizioni della pista cambiano sempre in funzione della maggiore gommatura e del clima, ma che lasciano intuire quale sia il potenziale del pilota. L'applicazione della proprietà transitiva non è mai scienza esatta, ma oggi Senna guida a metà gruppo una Williams che è tornata alla vittoria con Maldonado…

Di sicuro, oltre che di guida, è una questione di treno: quello di Mercedes ha accolto a braccia aperte Rosberg (via Williams, a dire il vero), quello di McLaren Hamilton (che rischiò seriamente di essere il primo iridato al debutto in Formula 1 nel 2007, escludendo ovviamente il titolo di Farina nel 1950, nel primo anno in cui fu istituito il Mondiale). Petrov, Grosjean e d'Ambrosio sono stati, o sono ancora, in orbita Renault prima e Lotus poi. Kobayashi si trova un compagno scomodo come Perez, ma alla Sauber ci è arrivato eccome. Buemi ha avuto la sua occasione con la Toro Rosso: il talent scout, nonché tagliatore di teste, Helmut Marko gli ha chiuso le porte dopo due anni di onesta militanza.

Sono le Case, attraverso gli junior team e le formule addestrative, a plasmare i piloti di domani. Ma non solo: quando, a casa nostra, la Federazione si è inventata prima la Formula Italia e poi la Formula Abarth – a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta – decine di piloti italiani sono arrivati in una Formula 1 profondamente differente da quella di oggi. Nessuno ha vinto il titolo: il solo Michele Alboreto lo ha sfiorato nella jellatissima annata 1985. Ma, da Ghinzani a Nannini, molti hanno trovato la propria via. Non necessariamente nelle ruote scoperte, ma mai da comprimari. Oggi la fortuna va cercata all'estero. E la valigia, per salire di categoria, conta più che mai: più che sano qualunquismo, è la spiegazione per cui un Edoardo Mortara, che incanta nel difficilissimo DTM – per informazioni su quanto sia duro, è possibile chiedere a Schumi jr. – non abbia mai avuto una chance concreta nelle monoposto.

Mettiamola così: la Ferrari giudica ancora immaturo Sergio Perez per una Rossa di Formula 1, ha chiuso le porte del proprio Driver Academy sul finire del 2010 a Bortolotti e Zampieri e sembra potere schiudere le porte della Force India per il 2013 all'attuale tester Bianchi, che ha cognome italiano e passaporto – ahinoi – nizzardo. Scelta, ovviamente, non sindacabile e storicamente legittima: Alboreto a parte, gli italiani non hanno mai avuto molta fortuna con il Cavallino nell'ultimo mezzo secolo. Eppure, qualcosa pare si possa muovere: a Magny-Cours, sulla Rossa, è salito il veneto Davide Rigon. Che però viene impiegato per lo sviluppo del simulatore, e non può essere neppure considerato terza guida.

Il nocciolo della questione non è capire chi tra Valsecchi, Mortara, Bortolotti, Zampieri o Rigon possa riportare il tricolore in Formula 1, quanto perché, per i nostri colori, la strada sia così in salita. Giancarlo Minardi, che di professione è stato sempre a cavallo tra il talent scout – e che talent scout, a vedere chi ha lanciato sulle proprie monoposto! – e il costruttore animato da una fede incrollabile, ha ammainato bandiera nel 2005 cedendo il team a Paul Stoddart. In questo momento – e non certo come ripiego – una Minardi, quella che ai tempi sembrava la cenerentola della massima serie – farebbe molto comodo. Non allo specifico pilota, quanto all'Italia del volante.

Perché i piloti paganti, da che mondo è mondo, sono sempre esistiti, e la crisi tocca anche il valore complessivo della Formula 1. Ma, a volte, il cronometro prevale ancora sui budget. Anche quelli rimpinguati dagli assegni di chi ha alle spalle sponsor munifici, espressione di mercati più appetibili di quello di casa nostra. Ed è questo il motivo per cui un ragazzo talentuoso, nel giorno del trionfo, oggi vorrebbe sentirsi dire “Well done Davide” anziché quel “bravo” che sa molto di Gavia da scalare tutto d'un fiato, con tanto di zavorra.