James Dean e la Porsche 550 Spyder

Lui è stato l’attore più melanconico e “difficile” di Hollywood, un ragazzo non ancora uomo. Lei è l'auto-icona degli anni 50: potente, veloce, per lunghe corse capelli al vento. Una combinazione tragicamente interrotta

24 febbraio 2014 - 14:02

A causa di un banale errore di guida altrui il 30 settembre del 1955 si concluse la carriera di James Byron Dean, per tutti James Dean. Aveva soltanto 24 anni. Un uomo, un personaggio, in grado di lasciare un segno indelebile nella filmografia mondiale già al suo terzo film da protagonista. E con lui la sua fidata Porsche 550 Spyder, l’auto tanto amata e con la quale si divertiva a correre nel deserto, sfogando quella rabbia repressa che trasposta nei suoi film lo aveva reso veramente unico.

Un binomio, quello James Dean-Porsche 550 Spyder, che ha rappresentato alla perfezione la voglia di evadere, di trasgredire di un’intera generazione, gettando il seme di quei movimenti giovanili che pochi anni dopo avrebbero dato vita al ’68. E forse è proprio la morte prematura ad aver contribuito alla mitizzazione del personaggio James Dean, che, a partire dal suo film più celebre, “Gioventù Bruciata”, mette in mostra la sua essenza recitando, ma non troppo, il ruolo dell’adolescente ribelle e pronto a mettersi nei guai. La sua filosofia di vita era incentrata sul “carpe diem”. Dopo una gioventù segnata dalla morte della madre a soli 9 anni, James seguì un percorso scolastico abbastanza banale finché non scopre il vero sogno della sua vita, recitare. E fu proprio questo sogno che lo portò ad allontanarsi dalla famiglia per vivere una vita dedicata alla recitazione, che spesso lo portava ad accettare lavori umili per mantenersi.

La vera svolta avvenne quando James si trasferì a New York, dove iniziò a studiare recitazione all’Actor’s Studios: da quel momento la carriera fece un deciso balzo in avanti, con James protagonista di numerose serie televisive, dove ebbe modo di farsi le ossa. Il 1955 è l’anno decisivo e fatale per Dean: tre film, tre successi, lo portano in brevissimo tempo all’attenzione della stampa e della critica mondiale. Partendo da “La Valle dell’Eden”, poi “Gioventù Bruciata” e infine “Il Gigante”: James Dean mette in mostra personaggi forti e fragili nello stesso tempo, con una una bellezza a volta quasi femminea ma al tempo stesso capace di far innamorare migliaia di donne in tutto il mondo.

Nell'ultima fase della vita Dean iniziò a gareggiare con l’argentea Porsche 550 Spyder, iconica spider della Casa di Stoccarda. Presentata al Salone di Parigi del 1953, la 550 Spyder nasce come vettura stradale pronta per le corse su strada, specialità che negli anni ‘50 viveva un vero e proprio boom in tutto il mondo. Dotata di un telaio a traliccio in tubi, la 550 Spyder risulta particolarmente leggera, grazie anche alla sinuosa carrozzeria studiata nella galleria del vento dell’Università di Stoccarda. La “piccola bastarda”, questo il nome dato da James Dean alla sua Spyder personale, era dotata di un propulsore boxer 4 cilindri da 1.498 cc, posizionato dietro al guidatore e progettato da Ernst Fuhrmann. Questo motore derivava dal tipo 547, noto per essere stato la “tesi di laurea” di Furmann, giovane progettista giunto in Porsche agli inizi degli anni ’50 e destinato a diventarne il presidente negli anni ’70. L’aspirazione avveniva attraverso teste a 4 valvole comandate da un doppio albero a camme in testa. In base al livello di preparazione questo piccolo “1500” poteva erogare dai 70 ai 135 cv delle versioni pronto gara, in grado di vincere anche la famosa Targa Florio. 

Dopo alcune interessanti partecipazioni alla Carrera Panamericana, famosa corsa sulle strade del Messico degli anni ’50, Ferry Porsche decise di iniziare una produzione di "550 Spyder" per clienti sportivi, con un modello definito "550S" e, successivamente di stradali in piccola serie, definite "550A". In totale vennero costruiti 90 esemplari, di cui soltanto 15 in versione corsa "550RS" e "550A RS". Ben preparata, la 550 Spyder, grazie anche ai soli 590 kg di peso, era in grado di raggiungere i 220 km/h e di accelerare da 0 a 100 km/h in meno di 10 secondi. Dal peso ridotto derivavano anche la spiccata agilità direzionale e la notevole tenuta di strada. Il rovescio della medaglia era costituito dall’intrinseca fragilità di questo telaio veramente ridotto all’osso, con la conseguenza che era soggetto a rotture e quindi a pericolosi inconvenienti. Per ovviare a questo problema crearono il vuoto nei tubi del telaio e diedero modo al pilota di verificare con un apposito manometro la pressione all’interno del telaio. In caso di crepe anche minime, l’infiltrazione d’aria, rilevata dal manometro, avrebbe consentito al pilota di fermarsi ai box prima di guai peggiori. 

Se fu anche questa una delle cause della morte di James Dean non è stato mai chiarito: il frontale con l’auto che aveva invaso la sua corsia fu tremendo e, per quei tempi, di quelli che non lasciavano scampo. Nessuno può sapere se James Dean si sarebbe confermato un grande attore o se, piuttosto, i suoi film furono sopravvalutati proprio a causa della sua morte. A noi piace ricordarlo con il giubbotto di pelle nero e la sigaretta nell’angolo della bocca, mentre ci guarda con aria scanzonata.

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