Extra: Launch America, un gran bel gioco

Erano le 21.22 in Italia quando, il 30 maggio scorso, il razzo Falcon 9 si è staccato dalla rampa di lancio 39A di Cape Canaveral: la stessa da cui sono decollate le missioni Apollo degli allunaggi e gli Space Shuttle. Una data che rappresenta una pietra miliare per il futuro dell’esplorazione spaziale e segna il ritorno in grande stile degli Stati Uniti: questi, infatti, grazie alla collaborazione tra la NASA e la SpaceX di Elon Musk, hanno portato due astronauti sulla Stazione Spaziale Internazionale aprendo il settore ai privati. Ne abbiamo parlato con l’astrofisico Luca Perri, che ci ha spiegato perché quello aerospaziale è un campo in cui sempre più soggetti vogliono giocare

 

Meno dell’uno per cento. Questo è quanto riusciremo mai a conoscere dello spazio. Talmente sconfinato che persino gli astrofisici faticano a immaginarsi la sua vastità, tanto da fornire la certezza matematica che non sarà mai possibile esplorarlo completamente. Una consapevolezza che atterrisce, più che eccitare. Eppure, vista dalla prospettiva opposta, questa contezza è uno stimolo continuo per chi ha voglia di fare nuove scoperte, e rende lo spazio il parco giochi per definizione. Ma anche il luogo delle grandi opportunità. Lo sanno bene tycoon del calibro di Elon Musk, Jeff Bezos e Richard Branson che da anni sono in competizione per la corsa allo spazio, oggi aperta anche ai privati. Perché la spinta che muove l’uomo nella dimensione extraterrestre non è motivata solo da aspetti idealistici come sfida, esplorazione, conoscenza, ma rappresenta un’enorme occasione d’investimento. E allora a fare la differenza sono un’attenta gestione delle risorse e lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia. Ma dove ci porterà tutto questo? Lo abbiamo chiesto all’astrofisico e divulgatore scientifico Luca Perri, uno che con lo spazio gioca da quando era bambino e, attraverso una comunicazione fatta sotto forma d’intrattenimento, lo rende comprensibile a tutti. 

Come mai è così importante il lancio della SpaceX?
«Perché segna il ritorno in grande stile degli USA nello spazio, in quanto dal 2011 nessun astronauta statunitense era andato in orbita partendo dal suolo americano con una navetta realizzata in casa. A livello mediatico è stato spinto molto su questo anche se, in realtà, si tratta di un aspetto secondario: il grosso fattore di svolta per cui il lancio ha rappresentato una tappa fondamentale per lo spazio è che, fino a quel momento, le agenzie spaziali governative appaltavano alcune parti delle navette e dei razzi ad aziende private; in questo caso invece la situazione si è ribaltata, in quanto per la prima volta un’azienda privata ha sviluppato completamente al suo interno un razzo e una navetta, offrendo poi i suoi servizi a un ente governativo che quindi è il cliente e non più l’appaltatore. Anche se ciò può sembrare una piccolezza, in realtà si tratta di un cambio di paradigma incredibile che dà il via a una serie di meccanismi, primo su tutti l’introduzione della concorrenza a livello privato, che significa anche abbattimento dei prezzi. E, poiché puntiamo ad andare nello spazio in maniera sempre più continuativa, una diminuzione dei costi è fondamentale considerato che, al momento, spedirci un chilo di qualunque cosa costa tra i 22 e i 130mila dollari! Anche lo Space Shuttle era nato con questo scopo, ma si è rivelato una delle navette più costose mai costruite».

UN’IMPRESA STORICA

La SpaceX invece ci è riuscita.
«Se finora mandare una persona nello spazio costava 90 milioni di dollari, Elon Musk ci è riuscito con 67. Dal mio punto di vista di scienziato, inoltre, ciò che è stato importante è aver innescato un sistema virtuoso: in quanto agenzia governativa, la NASA per decenni ha investito in ricerca di base creando un know-out che è stato trasmesso poi all’industria per sviluppare tecnologie più utili su grande scala. In questo senso, quindi, gli USA hanno vinto la sfida perché quello aerospaziale è un ambito in cui a lungo si è pensato che le conoscenze sviluppate dovessero rimanere necessariamente all’interno delle agenzie governative – e dunque non rilasciate alle aziende private – ma in realtà, in un’economia sana, è positivo che lo stato faccia degli investimenti iniziali per poi lasciare alle aziende le conoscenze per realizzare nuove tecnologie. E questo è il sistema che si dovrebbe sempre venire a creare nell’ambito della ricerca. Faccio un esempio su piccola scala: io e il mio gruppo di ricerca progettiamo e costruiamo componenti di telescopi utilizzando finanziamenti pubblici; dopodiché, grazie alle aziende del territorio, trasformiamo in qualcosa di tangibile le nuove tecnologie che sviluppiamo. Su scala aerospaziale, però, si era sempre pensato che questo non avrebbe mai funzionato, invece gli USA, che nel 2003 hanno avviato questo processo, oggi hanno vinto la scommessa. Dunque ecco il cambio di paradigma: ora lo spazio non è più solo una questione di governo, ma un affare potenzialmente aperto a tutti. La speranza è che, in un clima di collaborazione, si possa aprire sempre a più persone. E poi – e io sono un po’ sognatore in questo – se c’è una cosa che gli astronauti riportano è che vedendo la Terra dallo spazio si realizza quanto, in fondo, siamo tutti un unico popolo, il famoso overview effect. Da qui l’idea di una cooperazione, che era presente già all’epoca della corsa allo spazio, con astronauti statunitensi e cosmonauti sovietici – rappresentanti di due nazioni in forte competizione l’una con l’altra – che quando potevano si davano una mano, consapevoli di essere nella stessa barca. E quindi, se c’è un messaggio positivo del rendere accessibile lo spazio, è che più persone possibile potranno comprendere che la collaborazione è la strada migliore da percorrere». 

Inizialmente però la NASA ha fatto resistenza verso le agenzie private.
«Assolutamente sì. All’inizio aveva rifiutato di mettere il suo logo sulle navette private mentre adesso, dopo aver visto la SpaceX collaborare attivamente anche accettando, ad esempio, di compiere delle ricerche sulla sicurezza, è entusiasta e ha chiesto di inserire entrambi i loghi sul razzo Falcon 9: quello blu con il baffo rosso e quello con la scritta rossa in campo bianco, a indicare che sia la NASA del passato, sia quella dei giorni nostri procederanno assieme alla SpaceX. Un’altra prova tangibile di quanto il rapporto sia diventato stretto è che la navetta Crew Dragon – che secondo il progetto originale avrebbe dovuto trasportare solo una volta dei passeggeri per poi essere convertita come cargo – alla luce del grande successo del lancio sarà  riutilizzata per il trasporto di persone. Il che vuol dire un ulteriore abbattimento dei costi e, si spera, un impulso ulteriore all’esplorazione».
L’armonia raggiunta e il successo di questo lancio potrebbero rappresentare un’accelerazione della corsa allo spazio?
«L’auspicio è questo. Tra l’altro c’erano fortissimi timori perché, se durante il lancio qualcosa fosse andato storto, ciò avrebbe posto una pietra tombale sul programma di collaborazione con le aziende private, invece la missione è stata veramente ben progettata. Giusto per avere un’idea, Alan Shepard, il primo americano volato nello spazio, è partito consapevole di avere 6 probabilità su 10 di esplodere assieme al razzo. Con la Crew Dragon si è passati a 1 su 270, e ciò rende la navetta SpaceX la più sicura mai partita. Inoltre, per la prima volta, è presente un sistema di sgancio rapido dal vettore che gli astronauti possono azionare in qualunque momento, in caso di problemi. Dunque si tratta di un progetto che ha permesso di sviluppare tecnologie innovative che la NASA non avrebbe mai potuto raggiungere da sola a causa dei meccanismi pachidermici con i quali un ente governativo deve confrontarsi ogni qualvolta desidera fare dei cambiamenti a un’idea iniziale rivelatasi inadeguata. Tra l’altro la SpaceX è già al lavoro su modelli successivi alla Crew Dragon: cosa impensabile per la NASA, che utilizzava la stessa navetta per trent’anni». 

Anche il ritorno sulla Terra è stato da manuale.
«Dopo 62 giorni, il 2 agosto la Crew Dragon ha riportato gli astronauti sulla Terra eseguendo un ammaraggio perfetto nel Golfo del Messico: uno splashdown che non accadeva da 45 anni. La Demo-2 appena conclusasi, di cui hanno fatto parte gli astronauti della NASA Doug Chunky Hurley e Robert Dr. Bob Behnken, non è stata una vera missione scientifica, ma una missione di test per controllare il funzionamento del tutto. Ad esempio l’arrivo sulla Stazione Spaziale Internazionale è durato 19 ore, contro le normali 6 scarse, e negli ultimi 200 metri è stato simulato un malfunzionamento per provare l’attracco manuale».

TURISMO SPAZIALE ECCO QUANDO ANDREMO IN VACANZA TRA LE STELLE

Quanto ci vorrà per i viaggi spaziali?
«I più facoltosi possono già farli sborsando 11 milioni di dollari. Ma, se quest’idea ingrana, non ci sarà più un monopolio ma una forte competizione tra le aziende nel libero mercato e, di conseguenza, un graduale abbassamento dei prezzi che li porterà, nel giro di vent’anni, a costare quando una luna di miele e dunque a essere accessibili ai più».
La destinazione sarà la Stazione Spaziale Internazionale?«Per i miliardari probabilmente sì. La ISS in realtà è in scadenza, come base per gli esperimenti scientifici. Si parla di 2024-30, ma si pensa di far investire i privati per poterla portare avanti perché, comunque, si tratta del capolavoro tecnologico assoluto dell’umanità che da vent’anni permette all’uomo di vivere nello spazio: dal novembre del 2000, infatti, è abitata da almeno due persone, quindi da allora l’umanità non vive più tutta sulla superficie terrestre. Sarebbe un peccato abbandonarla, anche perché al momento non esiste niente di minimamente sostitutivo e si sta cercando di prolungarne la vita aprendola ai viaggiatori. Tuttavia, il tipo di turismo spaziale su cui si sta investendo al momento sono voli suborbitali, in cui si raggiungono cento chilometri di altitudine per poi precipitare nuovamente sulla Terra, e voli orbitali, ovvero un giro del pianeta della durata di un’ora e mezza». 

Un mega giro in giostra!
«Sì, però un giro in giostra notevole: la stessa cosa che ha fatto Jurij Gagarin. Tra l’altro, poiché serviranno dei cosiddetti spazioporti, uno di questi con ogni probabilità sarà costruito in Puglia. Dopodiché – ma qui siamo sull’ordine di decenni – i progetti a lungo termine hanno come meta la Luna, con stazioni orbitanti attorno a essa o moduli abitativi sulla sua superficie. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare e, aspetto ancor più importante, non sappiamo prevedere quale sarà la reale tempistica di un’escalation tecnologica: dopotutto, nessuno avrebbe potuto immaginare che dal primo uomo nello spazio, nel 1961, solo otto anni dopo, nel 69, saremo riusciti ad allunare. È vero che all’epoca le nazioni hanno investito buona parte del proprio PIL nel programma spaziale (cosa non più immaginabile), però se apriamo ai privati potrebbe esserci una nuova crescita tecnologica e, se c’è questa impennata, chi lo sa, magari quarant’anni diventeranno venti, e allora ci divertiremo sulla Luna!».
Marte è ancora un traguardo irraggiungibile?
«Marte è ben lontano! Quando lo stesso Musk dice che vuole portarci stabilmente delle persone entro il 2030 sa anche lui che non è fattibile. Il punto è che in ambito di astrofisica ed esplorazione spaziale le scadenze non sono mai realistiche. Questo perché, con tutti i rischi che ci sono, se si parte con l’idea di decollare solo quando tutto è perfetto non lo si farà mai. Per dire: gli astronauti di Apollo 11 sono partiti con il 50 per cento di probabilità di non tornare. Il loro razzo, Saturno 5, era composto da 5,6 milioni di parti mobili e, se anche ogni pezzo avesse avuto un’efficienza del 99,9 per cento (esagerando) avrebbe significato che c’erano almeno 5.600 possibili problemi… Se uno parte da questo presupposto non decollerà mai! Quindi, la strategia che si è sviluppata nel corso dei decenni è: stabilire una deadline, anche molto irrealistica, però nel momento in cui ci si espone bisogna far partire l’ingranaggio e farlo andare a mille, perché si è già in ritardo. Questo attiva tutta una serie di procedure di sviluppo, costruzione, implementazione, che poi se il lancio non sarà nel 2030 ma nel 40 non importa, però ci si è messi in moto. Ed ecco che, allora, quando si dice Marte 2030 vuol dire: iniziare a farlo».

LO SPAZIO NELLA CULTURA DI MASSA

Le nuove frontiere dell’esplorazione spaziale toccano i campi più disparati: dalla Starman Suit – la tuta spaziale disegnata dal costumista di Hollywood Jose Fernandez che sembra cucita sul corpo di un supereroe – al cinema, dato che la NASA ha confermato il proprio coinvolgimento, insieme alla ISS, nella produzione di un film in orbita. Diretto da Doug Liman, il protagonista Tom Cruise ha già  iniziato l’addestramento per quello che sarà il primo di una serie di lungometraggi che segnerà una nuova era per l’industria cinematografica. Come mai lo spazio esercita una così grande attrattiva influenzando anche la cultura di massa?
«Credo che questo fascino sia legato a due cose: uno, il fatto che da piccoli tutti almeno una volta abbiamo sognato di fare l’astronauta, e quando sentiamo parlare dello spazio ritorniamo un po’ bambini; due, come spiegava Carl Sagan, astrofisico e grandissimo divulgatore del Novecento, la voglia di scoperta è stata scolpita nel nostro DNA dalla selezione naturale. Basti pensare ai naviganti dei secoli scorsi, che partivano per gli oceani e i mari lontani con una buonissima probabilità di non tornare più… chi glielo faceva fare? Chi gliel’ha fatto fare ad Alan Shepherd di salire su un razzo che esplodeva sei volte su dieci, o a Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Michael Collins di partire con una missione che aveva il cinquanta per cento di probabilità di farli morire sulla Luna? Razionalmente non lo farebbe nessuno. Ma l’uomo ha sempre avuto questa forte pulsione alla scoperta che ha guidato anche lo sviluppo della civiltà umana, altrimenti saremmo ancora degli homo erectus nelle pianure centroafricane, probabilmente. E lo spazio ha un vantaggio enorme da questo punto di vista: è talmente sconfinato da essere uno stimolo continuo, il luogo dei sogni per uno che ha voglia di esplorare. Uno sterminato parco giochi. Ed ecco perché esercita questa fortissima attrattiva sulle persone e influenza la nostra cultura. Inoltre si è rivelato l’investimento legale più redditizio al mondo con un ritorno economico mostruoso: per ogni dollaro investito se ne guadagnano dai cinque ai nove, motivo per cui attira i miliardari. E l’esplorazione spaziale ha una serie eccezionale di ricadute tecnologiche, dai telefoni cellulari alle celle a combustibili delle auto ibride, dagli elettrodomestici a batteria ai pacemakermetà della tecnologia che usiamo ogni giorno è stata sviluppata per lo spazio e poi riciclata nella vita comune e, più ci spingeremo in là, più soluzioni utili avremo per la comunità. E, se consideriamo tutto questo, ecco che l’effetto della visione d’insieme di cui parlano gli astronauti diventa chiaro anche con i piedi piantati a Terra».

E tu, da piccolo, quando hai capito di essere attratto dallo spazio?
«Dato che mia madre era un’insegnante di fisica sono cresciuto in una casa piena di libri, inoltre anch’io desideravo diventare un astronauta, ma il fatto di portare gli occhiali me l’ha impedito, cosa che oggi non è più un limite. Comunque quasi tutti gli astrofisici sono astronauti mancati che, più realisticamente, realizzando di non poter concretizzare il loro sogno, hanno deciso di studiare lo spazio dalla Terra. Vorrà dire che nei prossimi anni ci andrò come turista (per altro le lenti infrangibili degli occhiali derivano proprio dallo spazio)!».
Assistendo ai tuoi spettacoli si capisce come si possa riuscire a comunicare la scienza in modo autorevole e serio ma esponendola in maniera leggera e spiritosa, coinvolgendo anche un pubblico più ampio.
«Per me la scienza è un divertimento e io cerco semplicemente di rendere gli altri partecipi di questo gran bel gioco. La speranza è proprio arrivare a più persone possibile. Se ci pensi, fino alle elementari siamo tutti degli scienziati nati, è difficile trovare un bambino che odi la scienza: i piccoli di fronte a ogni cosa chiedono: “Perché?”, e questa curiosità è lo spirito scientifico per definizione! Poi, crescendo, queste materie diventano formule su una lavagna, ed è lì che perdono buona parte del loro fascino: purtroppo dipende tantissimo da che docenti si incontrano. Il 99 per cento dei ricercatori dice di aver intrapreso il cammino in quel determinato ambito perché ha avuto degli ottimi docenti in quella materia. Il ruolo della divulgazione è andare a recuperare il senso di meraviglia in persone che l’hanno perso di vista».

LA DIVULGAZIONE SCIENTIFICA SUI SOCIAL

Ed è ciò che stai portando avanti sui social con altri colleghi divulgatori bravi nella comunicazione.
«Sì, ci proviamo. Questi strumenti hanno delle potenzialità enormi e permettono di raggiungere pubblici molto vasti con buoni riscontri, a dimostrazione che se si trova il modo corretto di comunicare si riescono a coinvolgere anche tantissime persone che magari neanche immaginavano di potersi appassionare a certi temi. Perché, in fondo, se la comunità scientifica non riesce a far apprezzare la scienza la colpa è anche un po’ sua».
In seguito al Covid la gente è più propensa ad ascoltare persone preparate perché ha bisogno di figure autorevoli che spieghino come stanno le cose? Forse si è avvicinata maggiormente alla scienza anche per questo motivo?
«Questo è vero, e si è visto con il fenomeno Scienza sul balcone che io e due amici del CNR abbiamo proposto nei mesi del lockdown. Si è trattato di citizen science, ovvero un esperimento scientifico che coinvolge i cittadini, che consisteva nel rilevare dei dati sull’inquinamento luminoso tramite un’app dello smartphone, e la risposta è stata sorprendente con 11mila adesioni da tutta Italia. E la cosa è proseguita instaurando un dialogo con i partecipanti, analizzando i dati e vedendo le persone dialogare tra loro del metodo scientifico».
E sul fatto di lavorare con Piero Angela?
«Conoscere Piero era l’altro mio sogno d’infanzia… il suo Viaggio nel cosmo è stato il primo libro che ho letto, gliel’ho portato tutto usurato per farmelo autografare. Comunque nel 2018 mi è capitato di tenere delle conferenze insieme a lui – e già questo era inimmaginabile per me – poi quando sono stato selezionato, assieme ad altri quattro giovani divulgatori, per affiancarlo a Superquark+… va be’, apoteosi! Ora mi manca solo un viaggio nello spazio e poi potrò dire aver avuto tutto!».