Ritiro da campione: una rarità in Formula 1

L’annuncio-shock di Nico Rosberg fa quasi storia a sé: come lui solo Mike Hawthorn, Jackie Stewart e Alain Prost

5 dicembre 2016 - 8:12

Più che di motivazioni, si tratta di una questione di numeri: nelle 67 stagioni iridate, il titolo di campione del mondo di Formula 1 è stato appannaggio di 33 diversi piloti. Solo quattro di essi hanno annunciato il ritiro da campioni in carica: Mike Hawthorn nel 1958, Jackie Stewart nel 1973, Alain Prost nel 1993 e Nico Rosberg, neoiridato ad Abu Dhabi nella tiratissima stagione 2016. Le statistiche annoverano anche lo sfortunato austriaco Jochen Rindt, l’unico campione alla memoria: gli fu fatale un’uscita di strada alla Parabolica di Monza nelle prove del Gran Premio d’Italia del 1970.

Tornando all’attualità, molto si è detto e scritto su Nico Rosberg, e molto ancora si dirà e scriverà: dichiaratamente, quella del figlio di Keke – anch’egli iridato, in quel balordo (per la Ferrari e i ferraristi) 1982 che gli ha regalato il titolo con una sola vittoria – è una scelta dettata dalla volontà di godersi una vita più normale di quella, frenetica e nomade, di un pilota di Formula 1. Un ragionamento che, a posteriori, non fa una grinza per chi è poco personaggio e ha speso una quantità di energie mentali enorme per colmare con l’abnegazione il gap rispetto a un compagno di squadra ben più rockstar, altrettanto ben più predestinato e dotato a piene mani di quella sfrontatezza che è tipica dei cannibali di ogni sport.

I britannici Mike Hawthorn e Jackie Stewart hanno deciso per il ritiro dalla sommità del mondo per una legittima questione di paura: la stagione 1958 si è chiusa con quattro piloti deceduti in pista, quella 1973 con due. Per ambo gli iridati, c’è un altro filo conduttore: Hawthorn aveva grande amicizia con Stuart Lewis-Evans, morto dopo sei giorni di atroce agonia dopo un incidente al Gran Premio del Marocco; Stewart aveva in François Cévert – ricco e bello viveur in grado di stregare anche Brigitte Bardot nonché talentuoso pilota – l’erede designato e, a dispetto dei quattro anni di differenza in termini d’età, con il transalpino aveva un atteggiamento quasi paterno.

Nel 1958, Hawthorn correva per la Ferrari: era uno dei pretendenti al trono di Juan Manuel Fangio, da quattro anni di fila campione del Mondo ma ormai avanti con gli anni. L’inglese, classe 1929, aveva già dato prova della propria abilità di guida in un infuocato Gran Premio di Francia nel 1953, regolando di strettissima misura con la propria Ferrari 500 le due Maserati di Fangio e Froilan González e il compagno di squadra Alberto Ascari, campione in carica. Pur se di flemma britannica, abituato a controllare le proprie emozioni tanto in pista quanto nella vita, nelle 11 gare sulle quali si articolava il campionato Hawthorn vide morire i compagni di squadra Luigi Musso a Reims e Peter Collins, inglese anch’egli, al Nürburgring. A Indianapolis, quarta gara di stagione (disertata dalle scuderie europee), era toccato allo statunitense Pat O’Connor. Così l’inglese decise di dire basta, tanto più che una sua manovra aveva innescato la carambola di Le Mans dell’11 giugno 1955 – gara peraltro da lui vinta – costata la vita di Pierre Levegh e di qualcosa come 83 spettatori. Per tragica ironia della sorte, Hawthorn avrebbe poi trovato la morte in un incidente stradale a pochi mesi dal ritiro: in un freddo giorno di gennaio 1959, la Jaguar 3.4 da lui condotta sull’autostrada A3 uscì di strada nei pressi di Guildford schiantandosi contro un albero. L’iridato in carica si stava recando a Londra, al Cumberland Hotel, per partecipare a un evento di beneficienza: secondo qualcuno, fin troppo di fretta e – soprattutto – in piena gara con la Mercedes condotta da Rob Walker, discendente dei fondatori della Johnnie Walker, appassionato di motori e per quasi vent’anni titolare dell’omonima scuderia di Formula 1. Va detto che Walker, nel corso della propria vita, ha sempre negato con fermezza questa ipotesi: la fine di Hawthorn rimarrà quindi per sempre ammantata di mistero.

Per Jackie Stewart il ritiro era già pianificato, a prescindere dall’esito della stagione 1973: con due titoli in bacheca, lo scozzese aveva deciso di dire basta. Sulla breccia dal 1965, meticoloso come pochi, aveva già avuto fama e gloria (oltre a un cospicuo, per i tempi, gruzzolo, visto che Sir John Young – questo il suo nome all’anagrafe – aveva uno spiccato fiuto per gli affari) e visto la morte in faccia nel 1966, a Spa. Estratto dalla propria BRM grazie “alle chiavi inglesi del un kit di uno spettatore” con cui Graham Hill e Bob Bondurant si improvvisarono meccanici, pompieri e infermieri, Stewart si impegnò con caparbietà per migliorare la sicurezza dei piloti – quando questa ballava a metà tra fuoco e guard-rail assassini. A Watkins Glen avrebbe dovuto disputare, con il titolo matematicamente in tasca, il centesimo e ultimo Gran Premio della propria luminosa carriera. Non lo fece a causa dello schianto fatale di Cévert in prova, a due soli mesi di distanza dal rogo costato la vita a Roger Williamson in Olanda. Sir Jack ne ebbe abbastanza: con la moglie Helen, “un giorno decidemmo di fare un elenco di tutti gli amici persi a causa di incidenti durante le gare. Ci siamo fermati quando abbiamo raggiunto quota 50”.

Decisamente meno cruento l’abbandono di Alain Prost: a 36 anni, con tre titoli già nel carniere, era stato appiedato dalla Ferrari a seguito di un 1991 concluso con nessuna vittoria e un commento sulla propria 643F1 (“Si guida come un camion”) costatogli il licenziamento. Con i sedili migliori già occupati per il 1992, dopo un anno sabbatico, il 1993 si aprì al volante dell’imbattibile o quasi Williams-Renault. Il destino del campionato sembrava già scritto in partenza: la McLaren, orfana del motore Honda, aveva ripiegato su un 8 cilindri Ford; emigrato il campione in carica Nigel Mansell oltreoceano, con destinazione Formula Cart (giusto per non ricomporre il feroce dualismo con Prost del 1990 sotto le insegne della Ferrari), la Williams affiancava a Prost il quasi debuttante Damon Hill, un compagno di squadra decisamente “morbido” per il Professore. Senza dimenticare una postilla di non secondaria importanza: nel contratto di Prost per il ’93 c’era una clausola che vietava espressamente l’approdo di Senna alla Williams – una destinazione che il brasiliano bramava, e che avrebbe raggiunto nel funesto 1994. Il francese vinse a mani basse il campionato, concludendo la propria carriera in Australia salendo sul primo gradino del podio. Non per avere vinto la gara conclusiva, ma in quanto invitato da Ayrton Senna: un gesto che pose la parola fine a una delle rivalità più famose della storia. Che per certi versi ricorda, appena conclusa, tra Nico Rosberg e Lewis Hamilton: sarà il tempo a dire se quello di Abu Dhabi è stato l’ultimo rendez-vous in pista dei due piloti.

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