Contador, chi l’ha visto?

Ovvero, su Gavia e Mortirolo aspettando il “Pistolero”

29 settembre 2014 - 21:09

La formula è di quelle che funzionano: si prende uno dei campioni più idolatrati e vincenti di sempre (meglio se ha appena conquistato la sua terza Vuelta), si chiudono al traffico le strade di due dei passi che hanno fatto la Storia del Ciclismo e si invita chiunque a pedalare insieme a lui (meglio se gratis)… Il gioco è fatto e il risultato è assicurato.
Il successo della “rhxdue – Gavia e Mortirolo con Alberto Contador” è racchiuso in questa miscela di passione, spirito di emulazione, fatica e voglia di mettersi alla prova, che in fin dei conti è ciò che fa girare le gambe di noi ciclisti.

Lo scorso anno ho partecipato alla prima edizione, in realtà più per necessità che per scelta. Avevo cominciato a pedalare su strada un mese prima, c’era il MapeiDay e avevo deciso che avrei scalato lo Stelvio. Ovviamente, sono stato respinto: pensavo di vincerlo in sella alla C40 di mio fratello, dieci centimetri più alto di me, con scarpe e pedali incompatibili e dimenticando la borraccia, che “tanto lo fanno anche i cicloturisti con la bici con le borse…”. Il battesimo della strada è stato così umiliante che ho deciso di affilare le armi e tornare alla carica. L’occasione si è presentata poco dopo e si chiamava, appunto, “rhxdue – Gavia e Mortirolo con Alberto Contador”. Questa volta non mi sarei fatto ributtare a valle senza vedere il cartello del passo… Con la mia fedele e fidata mtb e una scorta di cibo e acqua da traversata del deserto, mi sono presentato alla partenza, ho aspettato Contador, sono partito in coda al gruppo e, dopo qualche sosta per sciogliere i crampi, sono riuscito a farmi scattare la più classica delle foto sotto il cartello “Benvenuti – Passo Gavia metri 2652”. Da quel momento è cominciata la mia vita su strada, con tutti i crismi del caso, e quest’anno mi sono sentito obbligato a festeggiare il primo anniversario della folgorazione e il secondo dell’evento by Rh+.

Non c’è voluto molto per convincere Marco Sormani, mio compagno di uscite road, a festeggiare insieme a me così, per rendere la trasferta produttiva anche dal punto di vista redazionale oltre che emozionale, abbiamo caricato in auto tre biciclette e uno stiloso completo d’abbigliamento da provare sugli asfalti dell’Alta Valtellina.
Si comincia con la conferenza stampa, nel corso della quale Contador lancia la bomba della sua partecipazione al Giro 2015, immediatamente rimbalzata sui siti e sui giornali di tutto il mondo, per proseguire con il necessario rifornimento di carboidrati e proteine che ci sarebbero serviti la mattina seguente. Forse un po’ troppi, in realtà, visto che alle 2 di notte ci stavamo ancora girando sotto le coperte, cercando di fare addormentare sciatt e pizzoccheri.

La mattina siamo un po’ provati, ma il cielo tendente all’azzurro ci mette di buonumore e ci fa arrivare un piazza del Cuerch, luogo di ritrovo e partenza, motivati e ansiosi. Io, di valutare la mia preparazione e Marco, di mettere anche il Gavia nel suo palmares. Decidiamo di non aspettare che si palesi Contador, perché vorrebbe dire cercare di conquistare la prima fila a gomitate per sperare di pedalare con lui qualche centinaio di metri. La strategia è quella di partire con anticipo per farci raggiungere dalla Maglia Rossa dopo Santa Caterina, sui primi tornanti e godersi il sorpasso con più tranquillità… Tutto procede alla perfezione, i primi dodici chilometri li percorriamo a buon ritmo, superiamo e siamo superati, ma la gamba gira e il fiato non manca. In vista di Santa Caterina comincio a sentire un fastidioso dolorino dietro il ginocchio destro, figlio di una sella fissata troppo in alto nella difficile notte di guerra alle verze e al formaggio. Proseguiamo ancora un paio di chilometri, da soli, fino all’inizio della salita vera e propria, dove decido di fermarmi per abbassare un po’ la sella. Marco mi passa le brugole e riprende a salire. Io accosto, smonto e mi chino per compiere l’operazione, in quel mentre sento dietro di me un po’ di voci e i clac di chi cambia rapporto. Saranno quelli che abbiamo superato prima, mi dico, e proseguo nell’operazione. Le voci si avvicinano e quando sono a un metro da me, mi accorgo che parlano in spagnolo. Alzo la testa e faccio appena in tempo in tempo a scorgere il Pistolero e alcuni dei ragazzi della sua Fondazione che mi passano accanto con un “Hola!” di cortesia e si allontanano mulinando le gambe… “No, e chi li prende, adesso?”. Mi infilo le chiavi in tasca, salto in sella e cerco di esprimere il massimo sforzo in un disperato tentativo di ricucire i dieci metri di gap, poi mi dico “Ma sei scemo!?! Dove credi di andare, quello si chiama Alberto Contador…”. In effetti, li vedo pian piano allontanarsi e li guardo mentre affrontano il tornante che li riporta a voltarsi nella mia direzione. Marco invece è più pronto (e più veloce) di me e riesce ad accodarsi al gruppetto e a tenere il loro passo per qualche centinaio di metri poi, pago, riprende il suo passo. Lo rincontreremo in cima, già in borghese, disponibile e sorridente a infiniti selfie e strette di mano. Lui ci ha impiegato un’ora. È salito veloce, senza risparmiarsi, seguito a breve distanza da Enric Mas, uno dei ragazzini della sua Fundaciòn, una specie di accademia che il campione spagnolo finanzia per coltivare giovani talenti: “Pedala forte – dice il Pistolero – diventerà un campione”, se lo dice lui…

Per la cronaca, anche noi siamo saliti bene, con un buon passo e senza nemmeno ricordarci di mangiare la banana che, previdenti, avevamo tutti e due in tasca. Siamo stati però poco lungimiranti in quanto ad abbigliamento per la discesa, la temperatura al passo era di circa 5 gradi, l’aria umida e il cielo coperto. Dopo la sosta al bar per scaldarci e bere un the caldo con l’immancabile crostata, ci siamo infilati le mantelline e abbiamo mollato i freni verso valle, fermandoci di tanto in tanto a scattare qualche foto ma, dopo pochi chilometri, al freddo si è aggiunta anche una pioggia battente, che in breve ci ha riempito anche le scarpe. Così fino quasi a santa Caterina, dove ci siamo rifugiati in un bar a sgocciolare sul pavimento e a caricarci con un bombardino. Quando la macchia d’acqua sulle sedie era diventata quasi imbarazzante, il sole era tornato a disegnare un po’ di ombre fuori dalle finestre, così ci siamo scusati per il lago sotto il tavolo, abbiamo riagganciato le scarpe ai pedali e raggiunto Bormio.

La notte, ma soprattutto, la cena porta consiglio e così, davanti a un nuovo piatto di pizzoccheri abbiamo deciso di rinunciare al Mortirolo, che il Pistolero avrebbe affrontato dal versante opposto al nostro, salendo da Monno per inaugurare la mitica “Dritta”, un tratto al 25% che l’amministrazione locale ha appena riqualificato. Avremmo invece salito lo Stelvio, per terminare in bellezza la prova delle bici.

Nel pomeriggio, sulla via del ritorno con la macchina carica e le gambe un po’ dure, in prossimità del bivio per l’Aprica ho visto che Marco, come me, guardava a sinistra, verso le montagne. Non c’è stato bisogno di dirselo, ma è chiaro che in testa avevamo lo stesso pensiero e che fra un anno saremo di nuovo qui, a cercare di tenere la ruota del “Pistolero”.

 

 

 

Hotel Rezia
Ci ha ospitati e trattati con riguardo, come fa con tutti i ciclisti che cercano un confortevole campo base dal quale partire per esplorare le splendide strade dell’Alta Valtellina. Dispone di deposito con un cavalletto da officina e attrezzi per una manutenzione ordinaria della bici. La cucina è ottima, mentre sauna e bagno turco sono la degna conclusione di una giornata passata a spingere sui pedali.

Foto di Francesco Rachello (Ciclica.cc)

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