Omar Di Felice, in bici oltre i propri limiti

Quando pensi “questa è una follia”, lui la fa. Omar Di Felice è uno dei migliori interpreti dell’ ultracycling. Ovvero pedalare all’estremo, spingendosi oltre. Oltre i propri limiti, oltre la logica, oltre l’immaginazione. Ecco come ci racconta la sua ultima impresa, arrivare al campo base dell’Everest in invernale

Omar Di Felice classe ’81 è un ultracyclist. Uno sport estremo il suo, che Omar spiega sul suo blog in poche righe: “Tutto ciò che supera i normali standard del ciclismo tradizionale è definibile ultracycling. Rientrano in questa categoria le prove massacranti a partire dai 300 km in su, quelle di durata (12-24-48h), fino alle corse che si sviluppano su tracciati di 1.000 e più km.

Il concetto di ultracycling supera quello di sport nel senso stretto del termine: l’ultracycling è qualcosa che va oltre la sfida con il proprio avversario. È, prima di tutto, una sfida contro se stessi, la ricerca e il superamento dei propri limiti fisici e mentali, anche se l’ aspetto agonistico non è meno importante.” 

Omar Di Felice in bici tra i ghiacci

Innamorato della bicicletta fin da giovanissimo, ha trasformato la sua passione in un lavoro. “La bici mi concede di vivere il mio amore per i viaggi, a quella che considero la giusta velocità per me. Mi permette di vedere il mondo a modo mio, senza lasciare nulla indietro. Conoscere persone, luoghi, guardare tutto da un’altra prospettiva”

La sua prossima sfida, che inizierà il 15 febbraio, è la traversata dell’Himalaya, e si concluderà dopo 1.300 chilometri, percorsi quasi tutti a quote superiori ai 3000 metri, e 40.000 metri di dislivello, con l’arrivo al Campo Base dell’Everest.

Da Kathmandu Omar pedalerà sino alla suggestiva regione del Mustang. Inizierà poi la salita verso Kora La Pass, 4660 metri, Annapurna e Thorung La, 5416 metri. Da qui giungerà al Campo Base del Tilicho Lake, 4919 metri, e si dirigerà poi verso il Campo Base dell’Everest. Tutto senza supporto con temperature che in questa stagione possono raggiungere i -35 gradi centigradi.

Mappa spedizione Everest Omar Di Felice

Racconta della sua passione sorridendo, parla con calma come se fosse tutto semplice, ma trasmette il suo grande entusiasmo. Dopo le domande non si ferma a pensare, come uno che ha tutto chiaro, che sa dove sta andando con la testa e con il cuore, parla per immagini e riesci a vedere quello che ti racconta. E per un attimo desideri essere lì con lui.

Quando nasce la tua passione per il ciclismo?

L’amore per il ciclismo nasce nel 1994: ero bambino e guardavo sognante le imprese di Marco Pantani in televisione. Ho chiesto ai miei genitori di iscrivermi a una squadra giovanile; ho iniziato a correre fino ad arrivare ad una breve parentesi nel mondo del professionismo. Conclusa quella ho continuato i miei studi e conseguito la laurea in design. La bicicletta restava una mia passione ma la utilizzavo solo per svago e per allenarmi. 

Sempre per passione ho iniziato a pianificare piccoli viaggi, di due, quattro giorni, una settimana. Caricavo tutto sulla bici e partivo. Poi un giorno di novembre, sotto a una pioggia battente ho iniziato il cammino di Santiago, 4 giorni in bicicletta e da lì mi si è aperto il mondo dell’ultracycling. Ho capito che l’avventura sarebbe diventata la mia vita.

Come scegli la destinazione?

La passione per il viaggio resta la spinta iniziale, quindi scelgo posti che mi affascinano, strade che vorrei attraversare e luoghi che vorrei sfidare. Cerco sempre però di darmi un obiettivo sportivo; perché se è vero da un lato che amo il viaggio, dall’altro c’è tutta la componente di performance.

Omar Di Felice in bici in Canada "Through the Arctic"

Ti sei innamorato del ciclismo guardando Pantani? Cosa pensi ora di questo sport?

Quando sei bambino vedi una cosa e te ne innamori, senza filtri, ed è difficile staccarsi da quel colpo di fulmine. Davanti alla TV a 13 anni vedi le imprese di alcuni atleti, non vai in profondità, l’aspetto umano viene in secondo piano: ti resta negli occhi il gesto atletico, lo schermo fa da filtro e ti permette di vedere solo l’impresa. Poi crescendo e affrontando in prima persona il mondo dello sport mi sono reso conto che è molto più complicato; quella folgorazione iniziale si è poi scontrata con la realtà ed è forse anche questo il motivo per cui a un certo punto della mia carriera ho abbandonato lo sport professionistico, inteso in maniera più canonica, e mi sono lanciato su questa disciplina molto più individuale, più legata alla sfida con se stessi che non contro gli altri.

Credi che l’ultracycling sia più “vero” del ciclismo? Meno artefatto?

Non mi piace definire qualcosa vero o falso, sarei ingiusto. Il mondo dello sport in generale nel corso degli ultimi anni ha cercato di costruirsi una forte credibilità attraverso tutta una serie di controlli attenti. 

Anche nella mia attività ci sono dei casi in cui quello che si vede non corrisponde completamente al vero… Adesso raccontare un’avventura grazie ai social è abbastanza facile, e si può scegliere di far vedere o far credere solo quello che si vuole. È il motivo per cui io sono molto pignolo e molto descrittivo; ho un tracker GPS tramite cui mi si può seguire in diretta e ci sarà un ente che certificherà la mia attività. Ogni giorno caricherò tutte le tracce, con i dati relativi alla frequenza cardiaca, velocità, temperatura, e tutte le informazioni che alla fine di questa avventura potranno effettivamente dimostrare la veridicità di quello che racconterò attraverso le immagini e i video. Da sempre mi batto perché lo sport sia pulito, vero. Raccontare di aver fatto esattamente 10 km piuttosto che 15 o 100 è fondamentale; preferisco raccontare un insuccesso ma reale piuttosto che coprire le falle di un’impresa.

Quanto sono stati importanti gli insuccessi per crescere?

Quando mi sono avvicinato a questo sport mi sono scontrato contro qualcosa che era più grande di me: pedalare 24 ore, pedalare più giorni di fila, pedalare di notte era qualcosa che non avevo mai affrontato. Mi ci sono avvicinato con molta passione ed entusiasmo ma poi quando ti scontri con la realtà scopri quanto devi essere preparato, non solo fisicamente. Il primo grande insuccesso fu durante la prima gara: feci le prime 12 ore come un ossesso, pedalando circa 320 km quasi a tutta, dando fondo a ogni energia. In realtà a quel punto non ero che a metà gara e ricordo ancora che di notte sul Passo del Bernina ebbi una crisi pazzesca e fui costretto a chiamare la macchina di supporto e ritirarmi. Dichiarare il fallimento non è mai facile ma a quel punto mi sono messo davanti allo specchio e mi sono chiesto: “Omar ma tu questa cosa la vuoi fare veramente o è solamente un gioco?” Lì ho trovato la risposta e ho iniziato a lavorare affinché quell’insuccesso diventasse l’inizio di una serie di non voglio dire successi ma di sfide vinte con me stesso. Ce ne sono stati altri: attimi di difficoltà, cadute, momenti in cui devi fermarti a riflettere. Ma tutto è servito a raddrizzare il tiro e a ricordarmi che non bisogna mai dare nulla per scontato o avere troppa fiducia nei propri mezzi.

È più importante la sfida con te stesso o la sfida sportiva?

In questo sport, la sfida dilatata del tempo, anche contro le condizioni ambientali, è molto intima, è una ricerca molto personale del mio limite. Non nascondo che ovviamente non trattandosi di vacanze e avendo un obiettivo sportivo c’è una forte componente ambiziosa, per dimostrare a me stesso e a chi mi segue di essere in grado di fare determinate cose. Quindi i due aspetti si mixano tra di loro, ma quello principale è sicuramente capire fin dove posso arrivare al di là di quello che succede intorno a me, o nel caso di una gara di ciò che fanno gli avversari.

Come ci si prepara fisicamente e psicologicamente a una sfida di questa portata?

Fisicamente dopo tanti anni impari quella che è la routine dell’atleta, e a quella aggiungi di volta in volta degli allenamenti specifici in base alla sfida da affrontare. Ad esempio durante questa avventura, consapevole del fatto che dovrò probabilmente superare alcuni passaggi scendendo dalla bici, mettendo i ramponi e passando con la bicicletta in spalla, ho fatto alcuni allenamenti anche sui sentieri, allenamenti di trail running, che mi possano aiutare a usare tutta una serie di distretti muscolari che solitamente in bici non utilizzo.

La vera sfida ovviamente è quella di prepararsi psicologicamente a questo tipo di sforzo. La vera sfida è mentale, bisogna allenare la mente affinché sia in grado di sopportare determinate condizioni climatiche o superare momenti in cui il fisico arriva veramente al limite. Io non faccio uno specifico training mentale, piuttosto cerco costantemente di trovare dentro di me la motivazione ogni volta che mi trovo di fronte a un grande ostacolo. Solitamente mi guardo intorno, guardo ciò che mi circonda, la bellezza dei posti in cui mi trovo e mi ricordo che in fondo sto vivendo quello che è sempre stato il mio sogno e che è il sogno di molti. Quindi diciamo che a un certo punto faccio pace con me stesso e riesco ad andare oltre, e magari a superare un momento di debacle fisica.

Le difficoltà più grandi di che tipo sono?

I limiti fisici, perché comunque pedalare a -20, – 30 gradi è obiettivamente provante per il fisico. A un certo punto devi essere molto bravo e molto capace dal punto di vista mentale a forzare il fisico. Quindi la capacità di ricevere dal corpo attraverso i ricettori, le terminazioni nervose e i sensori della fatica la difficoltà ed elaborarla mentalmente, chiedendo al fisico un surplus di energia, è sicuramente il meccanismo più complicato da attuare e che si acquisisce strada facendo. Se mi guardo indietro non avrei mai immaginato di affrontare una sfida come l’attraversamento dell’Himalaya in inverno. Poi mi rendo conto che camminando lungo questo percorso ho trovato le chiavi per andare oltre e per sbloccare, come in un videogioco, l’obbiettivo successivo.

Quali sono i limiti tecnici del mezzo alle temperature che troverai?

Il freddo è sicuramente molto difficile da affrontare sia per le conseguenze fisiche sia perché pedalare su ghiaccio e neve con un freddo estremo mette in difficoltà  tutta quanta la bicicletta. Banalmente i materiali si modificano, il sistema frenante può essere messo in crisi, le gomme e gli pneumatici sono fondamentali per la superficie che affronterai. Questa volta, dato che pedalerò molto off-road in montagna tra pietre rocce, rami, neve, ho dovuto cercare di fare le scelte più adeguate Per la prima volta ho scelto di partire con una mountain-bike hard tail Wilier 110X – in passato utilizzavo una bici da strada o una gravel che è un po’ mix tra le due – con degli pneumatici che mi diano una garanzia di tenuta e di resistenza alle forature necessaria per 1300 km percorsi prevalentemente su sentieri. Ho scelto le Continental Mountain King ProTection da 2,3″ montate tubeless, proprio perché la sicurezza è la cosa più importante per me e la scelta delle gomme di conseguenza è fondamentale. 

Cosa ami del freddo?

Il freddo, nel mio caso, da ostacolo per la pratica dello sport è diventato un punto di forza. Arrivare ad amare il freddo è possibile, non aver paura di affrontarlo è il primo passo. Il freddo aiuta il recupero, l’allenamento di qualità di fondo ed endurance, la stimolazione del metabolismo dei grassi. In inverno le strade poi sono poco trafficate e ci consentono di ammirare panorami di una bellezza difficile da assaporare in altri momenti dell’anno. 

Il panorama silenzioso di una salita dolomitica affrontata nel cuore dell’inverno, il silenzio assordante del vento artico, il buio rotto solo dalle luci dell’aurora boreale o anche solo il lungomare privo di macchine durante una giornata spazzata dal vento di tramontana. 

Cerco ogni giorno di raccontare la bellezza di quella stagione in cui in realtà, la natura, nel suo lento addormentarsi, si mostra nella sua veste più reale. 

Through The Arctic Canada - Omar di Felice - in bici al freddo

Come parti?

Partirò, da solo, unsupported, per questo dovrò avere sulla mia bici tutto ciò che potrebbe servirmi durante il viaggio. Utilizzo un sistema di borse da bike packing che elimina ogni forma di portapacchi: le borse vengono agganciate alla struttura, al telaio, alla sella e al manubrio attraverso delle cinghie, delle fasce e degli strappi. È un sistema molto leggero per non sovraccaricare troppo la bicicletta. Il peso è un elemento chiave in un’avventura sportiva in cui hai anche un obiettivo di performance. La bicicletta deve essere leggera e darmi la possibilità di avere il feeling massimo; la mountain-bike scarica si aggira intorno ai 9 kg, con tutta l’attrezzatura arriverò a 22-23 kg. Cerco sempre il giusto bilanciamento tra quello che mi serve e l’efficienza della pedalata e quindi la leggerezza. 

Cosa porti con te nel bagaglio? 

Banalmente metto il necessario per ovviare alle riparazioni più frequenti, le forature ed eventuali rotture, un piccolo kit di alcuni componenti di ricambio come il forcellino del cambio, il cavo qualora si dovesse rompere il filo del cambio o del freno. I grandi danni li affronto con una buona dose di positività, parto pensando che non accadranno. Avrò poi con me abbigliamento e accessori che mi garantiranno di essere quanto più al riparo possibile dal freddo. Ho dovuto far sviluppare giacche molto leggere per contenere il peso. Avrò con me il minimo indispensabile per quanto riguarda l’alimentazione, cercherò di coprire sempre distanze molto lunghe in modo da raggiungere ogni sera un villaggio e fermarmi per comprare da mangiare. Ho un piccolo sacco a pelo e una tenda monoposto di emergenza in caso mi dovessi accampare da qualche parte, su qualche passo o trovassi le guesthouse chiuse. Nello zainetto riporrò tutta l’ elettronica, il necessario per fare le riprese e raccontare a chi mi segue quello che sto vivendo… 

Quando ti prefiggi di pedalare ogni giorno?

Io spero di non dover pedalare di notte. Ho elaborato un piano che considera che dovrò fare delle giornate in cui pedalerò di meno per acclimatarmi alla quota. Io di solito mi sveglio all’alba, colazione veloce e poi si parte stando in sella fino al tramonto, tra le 8 e le 12 ore.

La preoccupazione più grande prima di partire?

Una delle cose che porto sempre con me metaforicamente nel bagaglio è una buona dose di paura. Nel momento in cui cala l’attenzione si commettono errori, quindi bisogna sempre avere un po’ di paura, che è come il limitatore di velocità, fa sì che non si vada mai troppo oltre. È quella spia che ci consente di capire quando stiamo arrivando vicino al limite. Siamo testa, cuore e fisico. Ma se non provassimo paura saremmo solo delle schegge impazzite.
Poi a volte mi dico di non pensare. “Se pensi e’ la fine, se pedali arrivi”. Questo è diventato il mio mantra. In certi momenti non puoi permetterti di pensare. Quando sei lì, su quella linea di confine che separa il possibile dall’impossibile, devi essere in grado di guardare in faccia la paura e affrontarla. 

Nel momento in cui cala l’attenzione si commettono errori, quindi bisogna sempre avere un po’ di paura, che è come il limitatore di velocità, fa sì che non si vada mai troppo oltre. È quella spia che ci consente di capire quando stiamo arrivando vicino al limite. Siamo testa, cuore e fisico. Ma se non provassimo paura saremmo solo delle schegge impazzite.

Le mie preoccupazioni concrete più grandi sono legate in questo caso all’altitudine, perché non ho mai sperimentato cosa significhi pedalare oltre i 3000 metri di quota e durante questa avventura dovrò farlo quasi costantemente. Non so il mio fisico come reagirà durante quelle giornate, quindi diciamo che ci andrò con i piedi di piombo, soprattutto i primi giorni, per capire il mio fisico che segnali mi manda e regolarmi di conseguenza. Avere un approccio non timoroso ma prudente è sicuramente la chiave per tornare a casa e raccontarla serenamente.

Tra le sfide che hai affrontato quale ti è rimasta nel cuore?

Sicuramente tutto quello che ho fatto, soprattutto le ultime avventure, mi è rimasto impresso dentro: dall’Alaska al deserto del Gobi, all’esplorazione in verticale in Himalaya, ho sempre cercato qualcosa di diverso, che mi lasciasse una nuova esperienza, quindi è difficile dirti qual è stata quella che mi ha segnato di più. Sicuramente c’è un posto, l’Islanda, in cui torno molto spesso, in cui spesso faccio delle avventure preparatorie e che rappresenta forse la sintesi di come vivo l’avventura e il rapporto con la natura. Se ti dovessi dire a bruciapelo un posto, l’Islanda è il mio posto nel mondo.

in bici nell'Artico Omar Di Felice