Südtirol Sellaronda HERO, eroi allo sbaraglio

Paradiso e inferno, qui, sono una cosa sola. Lo sanno bene gli oltre 4.000 HEROes che si sono confrontati sul più duro, spettacolare e panoramico percorso di mountain bike al mondo. C’eravamo anche noi

4 luglio 2015 - 7:07

Alle 17.40, dopo quasi 10 ore in sella alla mia Scott Spark RC, con gli occhi massacrati dalle gocce d’acqua e dagli schizzi di fango, la pioggia concede finalmente un po’ di tregua. Mentre percorro il tratto finale della discesa che dal Passo Duron porta a Selva di Valgardena, la fatica (tanta!) d’improvviso sparisce. Intravvedo il traguardo e subito la concentrazione si scioglie, i colori tornano nitidi e comincio ad avvertire uno strano formicolio allo stomaco, un misto di commozione e soddisfazione. Chi ha fatto sport di durata conosce bene questa sensazione. Ma partiamo dall’inizio.

Mosso da una sana incoscienza mescolata a un bel po’ di buoni propositi, qualche mese fa decido di iscrivermi alla Südtirol Sellaronda HERO, la marathon MTB più dura al mondo, dicono, con i suoi 4.700 metri di dislivello; è anche la più bella, visto che gli 87 km di lunghezza si sviluppano su percorsi mountain bike unici, che attraversano i panorami più spettacolari delle Dolomiti.
Quel fine settimana in calendario c’è anche la 12 ore di Monza ma questa edizione della Hero, la sesta, è imperdibile perché ospita i campionati del mondo marathon. Infatti, oltre ai 4.000 amatori, al via di Selva ci saranno, tra uomini e donne, anche i 217 bikers più forti del pianeta sulle lunghe distanze.

Come si prepara la marathon più dura al mondo?
Spiega tutto il sito web della manifestazione, grazie alla collaborazione con MAPEI Sport che invita gli “eroi” a scegliere tra preparazione “warrior”, 5 uscite a settimana, oppure “survivor” con tre uscite a settimana per cinque mesi. Come al solito tra i molti impegni e il maltempo sempre in agguato non riesco a rispettare nessuno dei due programmi e chiudo la preparazione con una media di appena un’uscita e mezza a settimana.
Mi ritrovo a 15 giorni dall’evento con pochi km nelle gambe e soprattutto poco dislivello. Sono seriamente preoccupato di fare una figuraccia ma, a parte la possibilità di un paio di sgambate serali lungo il Naviglio con annesse ripetute sul cavalcavia di Corsico, ormai è tardi per rimediare allo scarso allenamento.


Decido di puntare tutto sull’equipaggiamento: una Scott Spark RC: ruote da 29”, perché si dovrà pedalare tanto, una “full”, perché almeno in discesa potrò rilassarmi un po’ stando seduto; un “kit di sopravvivenza” Enervit e i nuovi shorts Sportful dal nome rassicurante, “Total Comfort”.

Arrivo a Selva venerdì pomeriggio e la prima impressione, dopo aver apprezzato ordine e organizzazione “teutonici”, è di essere arrivato tardi: ci sono bikers che sbucano da ogni strada. Sono già tutti in sella e mi chiedo se non sia il caso che anch’io intiepidisca i muscoli in vista dello sforzo del giorno dopo. Gli amici del Team Bianchi a cui faccio visita tra gli stand in paese mi consigliano di risparmiare le energie; mi lascio convincere in fretta.


Indugio sotto la tenda color celeste e osservo da vicino la bici del colombiano Leonardo Paez, campione del mondo Marathon 2006 e anche oggi tra i favoriti. Noto un particolare che mi inquieta: la corona singola ha 32 denti, proprio come la Sram della mia Scott. Realizzo solo a quel punto che quasi tutti gli altri amatori montano una 28 (molto più agile), qualcuno una 30, ma quasi nessuno la 32. I timori della vigilia a questo punto diventano certezze: non ce la farò mai. Ma un sussulto di orgoglio – o forse è solo rassegnazione – mi fa riflettere sul nome di questa gara: il titolo di eroe bisogna pur meritarselo, no?

Il sabato mattina la sveglia è all’alba, per riuscire ad assimilare la lautissima colazione prima della partenza alle 7.50, nella strada principale di Selva. La strada e i balconi delle case sono gremiti di pubblico; gli elicotteri della RAI e dell’organizzazione volteggiano sopra di noi. Ok, sono tutti qui per i campioni partiti mezz’ora prima, ma sale anche a me un po’ di ebbrezza agonistica.


Colpo di cannone e comincia la Sellaronda Hero. A dispetto del fervore che mi anima, la mia partenza è al rallentatore: il primo GPM a Dantercepies è ancora lontano e non voglio bruciarmi le gambe prima di aver iniziato a divertirmi. Non faccio caso al fatto che mi stanno sorpassando tutti. Proprio tutti, persino due bikers con la fat (con gomme da almeno 4”) e un biker decisamente audace in sella una single speed (!) con forcella rigida (!). Ritmo regolare, idratazione corretta: dopo sei km di salita e 1000 metri di dislivello si scollina: mi conforta il fatto che il primo tassello del mosaico di questa Hero sia posizionato.

I 6 km di discesa verso Corvara sono un godurioso alternarsi di sponde e single track. Supero un bel po’ di concorrenti e arrivo al primo ristoro.

Siamo solo al km 12 ma mi sento come se ne avessi pedalati almeno il doppio, e la strada è ancora tanta. La seconda salita è più breve della prima ma nel tratto finale la pendenza è quasi verticale. Consumo la leva del cambio a furia di cercare un rapporto più agile del 32-42, ma non lo trovo. Sono costretto a scendere e spingere, e non sono solo, anzi: il tratto finale verso Pralongià diventa una processione silenziosa.
Uno strazio, una fatica sovrumana e l’unico pensiero che mi rimbalza nella testa è: perché?

Si scollina e davanti ci sono la bellezza di 12 km di discesa, intervallata da qualche pianoro e leggera salita, fino ad Arabba: mi sento bene e mi godo la maestosità del gruppo del Sella e la straordinaria bellezza della Marmolada.
Siamo al km 32 – come mi rivela un compagno di avventura, perché come al solito non sono munito di GPS né di contachilometri – e ad aspettarci lì avanti c’è una salita di 10 km e 1.330 metri di dislivello. Attacco, in direzione del passo Pordoi, e qui comprendo il concetto di cicloalpinismo: non si riesce proprio a pedalare, non ci riesce quasi nessuno. Incedo lentamente e sento la Spark diventare improvvisamente pesantissima sotto la spinta stanca delle braccia.
Il cuore pulsa forte nella gola e il fiato è particolarmente corto; mi gira anche la testa, forse per l’altitudine. Decido di fermarmi un paio di minuti e ossigenare bene i polmoni con lunghi respiri.

Passo accanto a un biker sconsolato. Ha una gomma a terra e con appena un filo di voce per la stanchezza chiede una pompa ai passanti. In molti hanno solo la bomboletta di gas e qualcuno semplicemente non ci pensa proprio a fermarsi rinunciando al debole abbrivio. Gli offro la mia, che è fissata con il nastro telato al tubo orizzontale della Scott, e mi avvio verso il ristoro, distante, mi dice il malcapitato, poche centinaia di metri.


Mentre mi nutro e mi idrato a dovere, il biker con la mia pompa raggiunge anch’egli il ristoro; mi abbraccia per la gratitudine e me la restituisce. Gli dico di non preoccuparsi perché arrivare 1500esimo o 1502esimo non mi cambierà la vita.

Arrivo al passo Pordoi stremato ma felice di aver superato la salita più dura. Trovo ancora la forza di lanciarmi in un’impennatina per ringraziare un gruppo di tedeschi festanti che mi incitano. L’euforia dura poco perché compare un cartello con scritto 40. Speravo in notizie migliori e invece mancano ancora 40 km all’arrivo.

La discesa verso Canazei è molto tecnica in alcuni tratti; ricomincio a divertirmi ma in molti, timorosi di cadere ed evidentemente poco gravity oriented, scendono dalla sella causando qualche rallentamento. Arriva presto un altro ristoro e, un po’ per gratificarmi e un po’ perché mi rimbalza in testa l’immagine di Contador in crisi di fame nella tappa di Jesolo all’ultimo Giro d’Italia, mi strafogo: mangio un panino al prosciutto, tre fette di torta, una banana per prevenire i crampi (ma sarà vero?) e un paio di bicchieri di coca cola. E forse altro ancora.

Si riparte da Canazei verso il Passo Duron: è l’ultima salita e dopo poco mi rendo conto che forse ho esagerato con il rifornimento. Il sangue pare tutto concentrato nello stomaco e le gambe, a secco, non girano più.
Sono costretto a scendere varie volte e la fine sembra non arrivare mai. Inizia pure a piovere: forte. La discesa è piuttosto tecnica e resa impervia dalle pietre scivolose. La stanchezza ora è davvero tanta per tutti e in molti cadono.

Mi fermo non appena compare un altro ristoro. Mi dicono che è l’ultimo e che siamo al km 74; mancano 400 metri di dislivello e poi tutta discesa fino a Selva.
Sono contento. Mi affianca un tizio e appena alzo lo sguardo lo vedo tutto impolverato e letteralmente ricoperto di sangue dalla testa ai piedi. Mi chiede dove siamo e gli ripeto quello che ho appena sentito; forse però sarebbe il caso che si facesse vedere dai sanitari, gli suggerisco.
Il biker, però, è deciso a portare a termine l’impresa e l’unica cosa che lo preoccupa è che non ricorda con chi condivide la camera dell’albergo. Mi allontano un attimo per afferrare un bicchiere d’acqua e sali e quando torno vedo che è già rimontato in sella per affrontare l’ultima salita. Se non è un Hero lui…
L’ultima salita è dura ma non come le precedenti. E poi siamo alla fine, ho ancora un po’ di energia: voglio percorrere questa parte finale dignitosamente. Trovo l’energia per far girare le gambe senza mai mettere il piede a terra.
Continua a piovere e le gocce d’acqua mi entrano negli occhi, che tengo socchiusi. Gli occhiali nuovi di pacca mi sono volati via all’inizio della seconda salita e nemmeno per un istante ho pensato di tornare indietro a cercarli.

Ecco l’ultimo scollino, mi lascio andare in discesa, è fatta ma devo restare concentrato perché ho l’immagine del biker smemorato incontrato poco prima ben impressa nella mente. Non è finita: c’è ancora salita, poi un saliscendi ma sono galvanizzato e in pochi ora tengono il mio passo. Vedo Selva, manca pochissimo. Ecco il traguardo. Sto da Dio.
Penso a un modo degno per tagliare il traguardo. Impenno? Meglio di no, c’è troppa gente e la paura di una figuraccia mi fa desistere.

Passo piano sotto il display che segna le 17 e 41 minuti: quasi 10 ore in sella (in sella si fa per dire); scendo dalla bici e appoggio i gomiti sul manubrio. Chiudo gli occhi per un istante. L’istante più bello della giornata, l’unico alla fine in grado di rispondere a quel perché.

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