Temporary Covidodromo? Sì, grazie!

Lo scorso novembre l’ASST di Monza, per evidenti motivi di saturazione dovuti al Covid-19, ha dovuto chiudere il pronto soccorso dell’Ospedale San Gerardo a Desio ai casi meno urgenti e gravi. Per sopperire, è stato installato un CPA (check-point ambulanze) temporaneo all’Autodromo di Monza, in grado anche di effettuare tamponi in caso di necessità. Siamo andati sul posto e… non siamo entrati

Questo pensiero è stato scritto qualche settimana fa, quando l’Autodromo di Monza, esplosa la seconda ondata di Covid-19, per alleggerire la pressione sugli ospedali brianzoli è stato trasformato in un check-point clinico avanzato. Il nuovo CPA è stato allestito tra la pit lane e il centro medico permanente dell’impianto. Un’operazione prevista anche da AREU (Azienda Regionale Emergenza Urgenza) Lombardia – e attivata in seguito alla decisione del direttore dell’ASST di Monza Mario Alparone – che è in grado di effettuare anche tamponi naso-faringei. In caso di positività al Covid-19 i pazienti sono stati direttamente destinati agli ospedali lombardi delle province limitrofe.

L’ho scritto di getto la sera stessa, ma non l’avevo passato alla redazione, frenato dall’idea che potesse essere superfluo parlare di una cosa così delicata con un testo più che altro emotivo, perciò più futile che utile, dal punto di vista giornalistico. Sì, emotivo, per via dei lunghi trascorsi in quel posto, per me e tanti miei conterranei magico, detto il Tempio della velocità. Chi come me vive in questa zona d’Italia non può non essere legato in modo viscerale all’autodromo di Monza. Un luogo quasi sacro, che ho vissuto sin dall’infanzia, quando gironzolavo con una motina 50 cc nel paddock mentre mio padre correva in pista la 500 km di Monza, per poi ritrovarmi a frequentarlo da adulto con attività mie professionali. Anche per questo mi ha coinvolto più di altre questa storia: fa veramente uno strano effetto sapere che quel luogo, per me da sempre abbinato a suoni, colori e odori vivaci, attraenti, si fosse trasformato diventando qualcosa di diametralmente opposto, ovvero silenzioso e non certo allegro come nella sua origine. Se si aggiunge la stagione autunnale in corso, la sensazione prende proprio la deriva fredda e grigia.

Nonostante le poco invitanti premesse, sono stato attirato dall’idea di vedere come fosse stato trasformato il mio luogo di gioco-lavoro preferito in un posto utile per l’emergenza sanitaria in corso. L’intenzione era comunque di raccontarlo, anche con testimonianze dirette sul campo, chiedendo informazioni, intervistando, confrontandomi con loro, quelli impegnati in prima linea, che rischiano più di tutti e passano tre quarti della loro vita ad aiutare gli altri. Mi riferisco a tutti gli operatori sanitari, dalla prima all’ultima carica. Ma poi… arrivo lì e va più o meno così.

Che cosa è cambiato

Ogni volta che attraversavo quell’infinito vialone alberato dopo l’ingresso principale di Vedano, che nelle stagioni belle era invaso dal profumo del parco, non vedevo l’ora che terminasse per arrivare all’obiettivo: il paddock dell’Autodromo di Monza. Un recinto dorato, vietato ai molti e permesso a pochi fortunati, che conteneva tutto quello che poteva desiderare un benzina dipendente come me: che si fosse spettatori o addetti ai lavori, l’intensità del riverbero interiore era diversamente simile.

Succede che oggi non sono così convinto di volerci andare, così quel vialone alberato finisce in un attimo, ovviamente. Trovo e vivo tutto diversamente: l’atmosfera in primis. Arrivo alla soglia fatidica e mi blocco a trenta metri. Pensavo di andare lì a chiedere, ma sono immobilizzato. Mi assalgono gli scrupoli, improvvisamente mi sento inopportuno, quasi non sono più interessato a sapere come si sta dentro a quello che è passato momentaneamente da autodromo a covidodromo. O meglio, forse vorrei saperlo, ma devo scindere e arginare il fiuto di un pezzo reportage e non confonderlo per un’inutile curiosità. Mi dico che non è giusto strappare parole a chi attraversa momenti difficili, sia se sta al servizio del prossimo, sia se sta andando a scoprire se ha contratto un virus che, in caso, potrebbe diventare brutta per sé e per chi ha vicino. Allora sto fermo e rifletto… penso alle tante giornate passate lì e come sia diverso adesso. Lo trovo irriconoscibile, il mio autodromo di casa (abito molto vicino), ma sento una bella sensazione, quasi di orgoglio, all’idea che si renda utile la struttura, che serva a una causa nobile.

 

Incontri

Mentre sono lì nella nebbia dei pensieri, a lato esce una macchina, mi soffermo intimorito sul volto di chi la guida: sembra di pietra, non si accorge neppure della mia presenza, non ho idea se sia un operatore a fine turno o una qualunque persona che rientra dopo aver fatto chissà cosa. Mi rendo sempre più conto che sia giusto stare lì defilato, senza invadere, e nel frattempo arrivano altre tre auto in fila, cerco ancora con lo sguardo chi le conduce: passa il primo, volta la testa, mi guarda a accenna un semi sorriso alzando un solo baffo, scala la marcia e riaccelera. Subito dopo passa una signora di mezza età con gli occhi rossi e lucidi, mi viene automatico girare la testa altrove, non voglio che mi guardi. Egoismo o scrupolo? Non so. Trenta secondi e passa un ragazzo giovane, intravedo un camice sotto un giubbotto aperto, lui sorride e alza la mano in segno di saluto: ho un sussulto di emozione, tanto che non riesco neppure a ricambiare il suo cenno amichevole. Non so perché, ma per qualche decina di secondi mi rimane impresso quel sorriso rassicurante, dispiacendomi di non essere riuscito a salutare a mia volta. Dieci minuti di nulla, poi arriva una macchina che deve entrare: la guida uno che potrebbe essere un nonnetto, è spaesato, accosta e mi scambia per un operatore: mi chiede se è vero che lì a Monza fanno il tampone.

 

Imbarazzato e impalato, gli faccio un inutile cenno di proseguire, ma non sono a mio agio perché non so se si possa presentarsi lì così dal nulla. E lui molto meno di me, poverino. Insomma, mi sento di troppo, mi preparo per fare inversione e tornare da dove sono arrivato: durante la manovra vedo uscire una signora con uno scooter tutto sgangherato, rallenta, io alzo il braccio, lei mi fa pollice su, e intravedo il sorriso degli occhi dal casco. Poi, girato in direzione uscita, sto fermo ancora un po’, non so se sperare o meno che arrivi qualcuno. Perché alcune persone mi passano serenità, altre tristezza, mentre gli occhi lucidi per me sono angoscia immediata. Forse mi trovo lì al cambio di turno degli operatori, penso. Durante questa mezz’oretta sono transitate in entrata e uscita 4-5 ambulanze, tutte ad andatura molto moderata, tutte in silenzio, senza sirena, del resto sono dei Codice Verde, per fortuna. 

Ho cercato anche lì di percepire sensazioni, sguardi, espressioni: i pochi volti che ho messo a fuoco alla guida delle ambulanze mi sono piaciuti. Ho sempre identificato i volontari in ambulanza come dei salvatori, persone buone, disponibili, che sanno trasmettere calma e dare forza al prossimo. Deve essere una vocazione, come quella dei tanti che svolgono professioni dedicate al prossimo o volontariato. Il senso di ammirazione nei loro confronti, in quel contesto, mi sale quando decido di rimettere in moto e avviarmi verso l’uscita: ne arriva un’altra, chi è a lato guida mi guarda e fa l’occhiolino, senza sorridere. Non capisco il messaggio, ma mi piace. Come un saluto con annesso un… «vai sereno, qui ce ne occupiamo noi».

Me ne vado e torno a casa lentissimamente, chiedendomi se a qualcuno potrà mai interessare la mia ora passata all’ingresso del covidodromo, visto che non ho fatto neppure un’intervista. Ma una decina di persone che ho incrociato mi hanno parlato con gli sguardi. A volte basta. A volte è meglio. Spesso sono più ricchi gli occhi della bocca.

Comunque, ora che si è conclusa l’apprezzata operazione di supporto agli ospedali, rimane il fatto che questo storico impianto è da anni drammaticamente sottoutilizzato, specialmente per attività motociclistiche: senza scendere in temi politici e ambientali, si sappia che il suo scarso utilizzo è un peccato assurdo in termini di potenziale di indotto che potrebbe procurare nel bacino Monza-Milano-Brianza e tutto intorno. Uno spreco di passione ed economia. Ma questa è tutta un’altra storia, che ha poco a che fare con la mia toccata e fuga al Tempio.