Michele Oberburger, quando la moto sconfigge l’autismo

Può lo sport diventare così importante per un ragazzino da fargli superare ostacoli impensabili? La moto ci è riuscita con Michele, pilota di trial che «quando infila il casco sconfigge l’autismo»

«Scotta!» è stata la sua prima parola, pronunciata all’età di sette anni dopo essersi bruciato con lo scarico della moto. Michele Oberburger è un diciassettenne autistico non verbale di Roveré della Luna, in provincia di Trento, che parla poco e comunica tramite tablet. E tramite la sua felicità.

Come tutto è cominciato

«Un appagamento iniziato per caso – racconta il padre Roberto – grazie a Deborah Albertini, campionessa italiana di trial e amica di famiglia che, dopo aver saputo che Michele aveva imparato ad andare in bici, se n’è uscita con: “Perché non lo mettiamo su una moto da trial?”. Appena Michele l’ha vista, istintivamente si è illuminato, mi tirava, voleva salirci. Era piccolo, ma il rombo del motore lo attraeva in maniera incontrollabile. Da quel momento, con tutte le difficoltà del caso, abbiamo iniziato un percorso per niente semplice, perché Michele aveva bisogno di supporto per apprendere determinate nozioni ed eseguire azioni specifiche. Però, grazie a un lavoro di squadra, ha imparato a guidare così bene da ottenere la licenza FMI e, cinque anni fa, partecipare a una gara di Master Beta».

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Michele Oberburger e, alle sue spalle, il papà Roberto durante una gara di trial.

«Io all’inizio avevo grossi dubbi – continua papà Roberto, che segue instancabilmente Michele nel suo percorso – credevo che una moto con le marce fosse complicata e pericolosa per lui. Invece ci ha sempre stupito e, come ha detto un altro pilota: “Alla guida sembra un bambino normotipico”. Ed è vero: quando infila il casco sconfigge l’autismo. Il trial lo fa stare bene e fa stare bene anche tutti noi. E poi è sempre circondato da persone che lo trattano come uno di loro e ciò sembrerà normale ai più, ma non lo è affatto. Si parla tanto di inclusione sociale, però, nel concreto, non si fa nulla. Invece in questo ambiente si è passati ai fatti: c’è grande coinvolgimento, tutti lo amano, lo aiutano, è un mondo che si sviluppa intorno a Michele».

Inclusione sociale

Piuttosto un aiuto reciproco: Michele ha fatto scoprire loro un mondo che non conoscevano, ampliandone gli orizzonti. «Nonostante i bambini che soffrono di questa patologia siano tantissimi, a vari gradi d’intensità, non la si conosce a fondo. Invece con l’autismo si può, dobbiamo crederci. Bisogna combattere e coinvolgere tanta gente perché dobbiamo entrare nel loro mondo e metterci nei loro panni. Questo ha fatto il trial per Michele, questa è inclusione. Tanto che è l’unico pilota autistico in Europa – e probabilmente al mondo – a saper guidare una moto da trial, avere la licenza, disputare gare con ragazzi normotipici e conseguire risultati incoraggianti, come all’Offroad Park di Pietramurata, dove lo scorso luglio, in sella alla sua Beta, ha vinto la quarta tappa del Campionato Nazionale Trial, facendo registrare la metà delle penalità rispetto al secondo classificato. Voglio che sia una speranza per tutti perché, se Michele avesse ascoltato me, non sarebbe arrivato dov’è ora. Invece ha lottato per fare ciò che sentiva giusto e per trovare la sua dimensione. E sta ancora lottando, però sta percorrendo la sua strada. Spero serva a far conoscere questo disturbo che, solo a Trento, ogni anno viene diagnosticato a trenta bambini: non sono pochi. Eppure, in giro, non si vedono mai».

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Michele Oberburger, primo classificato della quarta tappa del Campionato Italiano Trial a Pietramurata, tenutasi lo scorso luglio.

«Si tende a proteggere questi ragazzi, e invece hanno bisogno di mettersi in gioco. Michele sembra un bambino come tanti. Questo è l’esempio tipico: sei in pizzeria, passa un bambino, ti prende un würstel dal piatto e se lo mangia. In quel momento d’istinto guardi i suoi genitori, come a dire: “Cosa sta facendo vostro figlio?”. In realtà magari si tratta di un autistico. E la gente si vergogna e non esce. Perché altre sindromi sono riconoscibili, mentre questa no. Un altro messaggio che voglio diffondere è: esistono questi ragazzi, dobbiamo accoglierli nel nostro mondo perché hanno bisogno di noi, e noi di loro. Il concetto che deve passare è che lottando, credendoci e non lasciandosi affliggere da una condizione sfavorevole, si può fare tanto, perché le famiglie tendono ad abbattersi. Io ci sono passato, è difficile, si soffre molto».

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Michele, con indosso la maglia dei Vigili del Fuoco di Trento di cui è portacolori, durante l’incontro con Papa Francesco.

Il trial come terapia

Il trial fa bene a Michele sotto diversi punti di vista: dall’amicizia alla sicurezza in sé stesso. «Quando è sulla moto non può lasciarsi sopraffare dall’autismo. Deve guidare, essere presente, ed effettivamente è così. E poi è felice, alla fine di un tracciato ride, si rende conto di aver fatto qualcosa di importante. Quando sbaglia gli dico: “Come fai a sbagliare, su!”. Non faccio discriminazioni».

I fatti dimostrano che è l’atteggiamento giusto. Inoltre è una delle discipline più tecniche del motorsport a livello di guida. «E per Michele è quella giusta perché non ha velocità, richiede concentrazione e capacità di svolgere diverse azioni contemporaneamente. Da quando ha cominciato è stato tutto un crescendo. Uno dei più bei riconoscimenti è arrivato dai Vigili del Fuoco di Trento, che l’hanno reso portacolori del Corpo consegnandogli una divisa da utilizzare in gara. Grazie a Michele e alla sua determinazione, l’autismo ci fa un po’ meno paura».