Tyson vs. Jones, don’t stop me now: quando i campioni non mollano

Smettere di vivere il proprio sogno è difficile per ogni atleta. Lo è stato per Mike Tyson, che a 54 anni è tornato sul ring contro Roy Jones Jr; ma anche per Giacomo Agostini, per Francesco Totti e Michael Schumacher. E lo è per Valentino Rossi che nel 2021, a 41 anni, continuerà a correre con Yamaha Petronas

Otto riprese da due minuti. Invece di tre, come si usa di norma tra professionisti. Quindici anni dopo l’ultimo match, Iron Mike Tyson ha affrontato a Los Angeles Roy Jones Jr. Entrambi hanno superato i cinquant’anni, entrambi sono stati leggende del pugilato. L’incontro si è chiuso in parità, dopo un’esibizione emozionante messa in scena da due atleti epici. 

Tyson e Jones non si risparmiano; certo, sono un po’ più lenti e arrivano all’ultima ripresa affaticati, ma non mancano momenti di boxe di alta classe, che trasmettono agli appassionati con un velo di nostalgia. Lo scopo è raccogliere fondi per beneficenza, ma forse nel cuore dei due uomini, oltre al nobile fine, c’è molta voglia di dimostrare quanto ancora valgono.

Tyson con la boxe ha sempre dato spettacolo e ancora oggi appare potente e in forma: in vista dell’appuntamento si è allenato molto, condividendo sui social ogni momento prima della sfida. A fine incontro, a chi gli ha chiesto perché fosse tornato sul ring, ha dichiarato: «Ora metto più determinazione in ciò che faccio. Ho deciso che volevo buttarmi in questa sfida e, quando mi metto in testa una cosa, do il massimo per spingermi oltre i limiti. Perché dopo 15 anni? Tutte le cose che mi fanno paura io le voglio fare. Sono a mio agio… quando non mi sento a mio agio. Salgo sul ring sempre con cattive intenzioni e voglio far male, combatto per il futuro delle altre persone: questa è la volontà di Dio e io e Roy possiamo aiutare delle persone. Sono tornato e tornerò ancora».

Nessuna voglia di smettere

Ed è proprio così: arrendersi ai propri limiti per un campione è complicato. Il fisico certo non è più lo stesso, ma la consapevolezza di sé è profonda e totale. È difficile scegliere di smettere solo perché l’anagrafe lo suggerisce, perché gli avversari hanno la metà dei tuoi anni. In fondo, l’affermazione di sé stessi, per atleti di quel calibro, è sempre passata dalla consacrazione del pubblico. E quello di Tyson non è un caso isolato.

MIchael ShumacherMichael Schumacher nel 2010, tre anni dopo il ritiro dalla Formula Uno, tornò a correre con il Team Mercedes: «Sono riuscito a recuperare tante energie nel corso di questi anni di inattività e ora sono di nuovo pronto per correre» aveva dichiarato. L’obiettivo era ambizioso, diventare di nuovo campione del mondo. Ma così non fu. Conquistò un solo podio, senza riuscire a vincere alcun Gran Premio.

Non si continua solo per passione o per il pubblico, men che meno per i soldi, ma per dimostrare di poter essere ancora lì, a dispetto di chi non ci crede più. Francesco Totti, amatissimo capitano della Roma, annunciando il suo ritiro nel 2017 disse: «Purtroppo è arrivato il momento che speravo non arrivasse mai… Il tempo adesso mi dice: “Togliti i pantaloni e gli scarpini“. In questi mesi mi sono chiesto tante volte cosa fare, perché si è interrotto questo sogno. Stavolta non è come quando mamma ti sveglia la mattina, ma tu vuoi continuare a stare a letto. Questa è la realtà.” E ancora, a distanza di anni: “Sapevo che prima o poi quel momento sarebbe arrivato, ma ho iniziato a considerare l’ipotesi solo nell’ultimo anno. Nella stagione precedente avevo capito che non avrebbero voluto rinnovarmi il contratto: però poi, ogni volta che subentravo, cambiavo le partite e facevo gol. Dopo quella con il Torino, dove entrando a quattro minuti dalla fine ne feci due, me lo rinnovarono a furor di popolo. Mi sarei dovuto ritirare in quella sera perfetta, dopo l’apoteosi, come mi suggerì Ilary, e ci pensai anche. Poi, dopo una notte insonne, decisi di continuare“.

Perché bisognerebbe avere la forza di andar via quando si sta vincendo, in fondo nessuno vuole immaginare una leggenda annaspare nelle retrovie. Ma smettere quando si vince è complicato. Basti pensare a Valentino Rossi, che a 41 anni ha appena firmato un contratto con il team Yamaha Petronas per il 2021: “Ho pensato molto prima di prendere questa decisione perché la sfida sta diventando sempre più dura. Per essere al vertice in MotoGP bisogna lavorare molto e duramente, allenarsi ogni giorno e condurre una vita da atleta, ma mi piace e ho ancora voglia di guidare… per un pilota ritirarti quando lo decide è un lusso e un grande onore”.

Il motociclista e il pugile

Giacomo Agostini ci ha raccontato la sua esperienza: «Si fa fatica a mollare; lasciare il tuo sport, il tuo sogno di quando eri bambino, è complicato. Io quando ho smesso, nel 1977, ho pianto per tre giorni. Sapevo di aver perso il mio grande amore, la cosa che amavo più di tutto. Però bisogna anche capire che non si può continuare per sempre, bisogna aver la forza di dire basta. Di quei giorni mi manca tutto: il successo, il pubblico, la notorietà, la gara, le emozioni. Essere il numero uno è una droga, ma a un certo punto bisogna avere il coraggio di riconoscere quanto si ha avuto e lasciare il posto ad altri. Quando si continua a vincere poi è impossibile, almeno per me; io ho deciso di fermarmi quando ho capito che, invece di vincere 15 gare all’anno, ne vincevo 6 o 7. Non ci ho pensato a lungo, ho capito di non essere più quello di prima e ho avuto la forza di rinunciare a tutto quello per cui avevo vissuto. Solo dopo ti accorgi che non è stato tutto inutile e capisci che ciò che hai fatto rimane nel cuore e nella storia. Subito, invece, vedi solo il vuoto davanti… trattieni il fiato e ti tuffi».

Giacobbe Fragomeni, campione del mondo WBC nel 2008 per la categoria dei pesi massimi leggeri, prima dell’incontro tra Tyson e Roy Jones ha commentato con noi al telefono: «Certo, la loro è solo un’esibizione, ma anche se così non fosse ognuno è libero di inseguire i propri sogni. Tutti ti incitano a non mollare, a non smettere mai di lottare per i tuoi obiettivi; poi però, se uno a cinquant’anni decide di tornare a combattere, gli sfigati che non hanno mai fatto nulla sono subito pronti a puntare il dito. Credo sia solo invidia, penso che siano i primi che vorrebbero avere il coraggio di farlo ma non hanno mai osato nella vita, e fanno la cosa più semplice: giudicare».

E in fondo forse ha ragione lui: chi decide quando è il momento giusto per smettere di sognare? E di far sognare noi, che possiamo solo stare a guardare.