Kevin Schwantz: “La rivalità con Rainey mi ha reso migliore”

Il mitico “34” parla di come la rivalità con Wayne Rainey lo abbia reso un pilota più forte

Non conta quanto, conta come: l’affetto dei tifosi per i piloti non è (quasi) mai funzione del numero di vittorie ottenute. L’abbiamo visto di recente ripercorrendo la storia di Jean Alesi, lo si può riscontrare anche con Kevin Schwantz. Uno che comunque un titolo mondiale se l’è portato a casa (in quel tragico – per il mondo della moto – 1993, che ha visto Wayne Rainey rimanere costretto sulla sedia a rotelle) e che ha vinto praticamente una gara su 4 a cui ha preso parte: 25 su 104.

Questione di emozioni, non di numeri

Eppure, nonostante la media invidiabile, se Schwantz ha esaltato le folle è per il suo coraggio. Per il provarci sempre e comunque, a costo anche, spesso, di cadere. E magari farsi male. Uno come Schwantz rimane nel cuore non per i 51 podi nella classe regina, ma per il giro percorso quasi completamente su una sola ruota a Macao, per esempio. Oppure per la staccata, pazzesca, con cui infila proprio Rainey a Hockenheim nel 1991. Guardare qui sotto per credere; riguardare anche se lo si è già visto 1.000 volte, perché è sempre qualcosa di magico. A distanza di circa 30 anni, Schwantz non ha perso la tradizionale disponibilità verso la stampa. Ecco un piccolo estratto di ciò che ha raccontato nel corso dell’intervista per “Last on the Brakes”.

Stare dietro a Wayne? Una “pillola amara da ingerire”

Inevitabile, se stai intervistando Schwantz, è la domanda sulla rivalità con Rainey. Questa la prima parte della risposta: “Non importa che fossimo terzo e quarto, secondo e terzo, oppure primo e secondo. Se davanti a me c’era Rainey, la pillola era sempre amara da digerire. E non c’era modo di trovare qualcosa di positivo nella sconfitta. La potevo superare solo se la domenica successiva ero io a stare davanti. Credo che anche lui dica la stessa cosa, ovviamente al contrario”.

Kevin Schwantz lucky strike

“Penso che questa rivalità sia stata positiva per entrambi. Avere un rivale forte come Wayne mi ha spinto così tanto a migliorarmi che, senza di lui, non avrei mai raggiunto il livello che ho toccato. A rendere speciale la nostra rivalità c’è anche il fatto che i nostri anni in 500 sono stati esattamente gli stessi. Non è successo, come tante altre volte nel nostro sport, che due campioni si siano incrociati quando uno era alla fine e uno all’inizio della propria carriera”.