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Reinterpreta il filone degli scrambler anni Settanta, non costa una fortuna. Si fa notare tra una Punto e una Panda: il bello della crisi?
“Non sedersi”. Scritto a pennarello, sulla sella di una scrambler anni Settanta messa in vetrina di una concessionaria. Di auto, non di moto. A Milano, ma potrebbe essere Roma, Palermo, Torino o qualsiasi altra città. “Lei” è un'interpretazione di fantasia: tempo fa era una Dominator. Lo si capisce dalle forme, certo. Ma rimane poco dell'enduro stradale che spopolava negli anni Ottanta: il cuore, sicuramente. Tutto il resto è figlio del flessibile, della saldatrice, del gusto personale e della manualità nel dare una forma alle idee.

Lombardia, inizio gennaio. Clima da insulto alla cervicale, appuntamento con il commercialista, pensieri qua e là. Routine metropolitana, insomma. Spezzata da un fugace sguardo a quella scrambler di bella presenza che graffia per qualche minuto la monotonia di un giorno qualsiasi. Caffè, sigaretta di rito per illudersi che sia un piacere ulteriore e non l'ennesima sfida alla salute, e pensieri a ruota libera. Di quelli che fanno tornare un po' bimbi, certamente. Perché quella scrambler è proprio un bel giocattolo da adulti. La nicotina, per una volta, ossigeno per il cervello e combustibile per le emozioni.

Che la crisi economica sia parte del quotidiano è, da tempo, evidente: minimizzata o ampliata alla bisogna, è quella brutta bestia che costringe a stare attenti al portafogli più di prima. Specie nelle due ruote: in molti hanno provato – e forse un fondo di verità c'è – a proporle come il mezzo per la mobilità più efficiente che esista. Verissimo, ma questo vale per chi ha nel cervello semplici neuroni e sinapsi, e nelle vene plasma e parti corpuscolate: insomma, per chi non ha mai legato un'emozione a un mezzo che non è concepito per rimanere in equilibrio autonomo. Che, quindi, costituisce già in sé una piccola, grande, sfida.

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Artigianalmente: si parla di flessibile, non di macchine a controllo numerico. Altrimenti sarebbe replica per pochi, e non fantasia a portata di molti.
Vengono richiamati a memoria – un requiem più che un'avemaria – i dati del 2012: poco più di 200.000 targati, tra moto e scooter, e poco meno di 50.000 ciclomotori. Un totale che dimezza in Italia, a grandi linee, i risultati di quattro anni fa. Stanno male gli scooter: 14,5% in meno rispetto al 2011. Peggio ancora le moto: -28,5%. I segni positivi si vedono solo sugli scooter da 125 cc. (un esangue +1,1%), ma c'è il trucco: il mercato ringrazia Poste Italiane, che ha ampiamente rinnovato il proprio parco di Liberty. Il portafoglio si è assottigliato e per la passione non c'è più spazio se non nei sogni mostruosamente proibiti di fracchiana memoria. Anche perché, se il nuovo annaspa, il 2012 si chiude con l'usato che lascia anch'esso sul piatto il 10%.

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La base tecnica e’ evidente. Il salto temporale, anche: dagli anni Ottanta ai Seventies, passando per oggi.
Bicchiere finito? Ma sì, diciamo la verità. Quello che non si può più acquistare nuovo diventa il sogno di seconda mano: la discriminante rispetto al passato è che i debiti – perché quello che ci ha fatto vivere sopra le possibilità reali, finanziamenti o prestiti che siano, si chiamano proprio così – hanno reso difficilmente accessibile anche l'usato. I bisogni primari sono altrove. Meglio sognare a stomaco (ancora) pieno che indebitarsi ulteriormente a stomaco vuoto. Meglio mettersi il cuore in pace…

Forse, anzi proprio no. Perché “lei” guarda dalla vetrina con una sella a panettone che fa tanto Ducati Scrambler, un carter motore che orgoglioso non nasconde i segni del tempo, le tabelle portanumero in alluminio che hanno sostituito i fianchetti di plastica e il silenziatore in bella vista. Spazzolato a dovere. Insieme a tanti altri particolari che la rendono bella. Non “attraente”: bella. Bella di un lavoro artigianale, con un occhio ai conti e uno all'estetica. Alle volte, all'oro si deve sopperire col rame. In mancanza di meglio, mani sapienti riescono a farlo splendere come il collega più nobile.

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Un bel corollario della crisi attuale. La vecchia moto non si demolisce: si reinterpreta. E vive una seconda giovinezza: basta solo volerlo.
Non ci sono né oro, né rame. Ma sono i particolari a brillare lo stesso: lo fanno in un serbatoio che ha visto decine di ore di lavoro, negli indicatori di direzione scelti per dissimularsi il più possibile e dare risalto a un CEV posteriore, presa di peso dagli anni Settanta e messo lì a illuminare una targa dal fondo già bianco. Un abisso della memoria in cui gli anni non collimano alla perfezione, ma che ha il pregio di mischiare sinapsi e neuroni, plasma e corpi corpuscolati di cui sopra. Fa da shaker allo stomaco, inchioda le lancette dell'orologio. Il parafango anteriore è a nudo, corto fin quanto si può: tra le forcelle, un faro CEV che – rispetto ai gruppi ottici attuali – sembra uno scricciolo, sormontato da un altro portanumero. Viene da calare la coppola in testa, stringere a fessura gli occhi e partire: “lei” è tutte e nessuna. Ma in questo momento, a dispetto dell'evidenza, è la Ossa 250 AE utilizzata da Terence Hill in una delle scene-clou di “Altrimenti ci arrabbiamo”. Potenza della suggestione e dell'emozione: manca solo il “brum brum” evocato con le labbra per sentirsi, in un giorno metropolitano qualunque, un fanciullo felice.

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Alluminio per le tabelle portanumero, il CEV, un pneumatico anteriore le cui dimensioni tradiscono la vera collocazione storica, per un risultato di rilievo.
Naso attaccato alla vetrina, dita a cercare un libretto degli assegni che non c'è e penna a firmarne uno da 2.500 euro. Questo è il prezzo dell'estemporaneo sogno: lo riporta, scritto anch'esso a pennarello, il seguito del “Non sedersi”. Il cervello sa che quell'assegno non sarà mai staccato e rimarrà nella gerla dei desideri. Tanti, perché l'avidità di averne è connaturata al mondo in cui si vive. E perché il bambino non chiede: vuole. Almeno, fino a quando non cresce.

Quando capirà che quella scrambler accarezzata da adulto, per pochi minuti e nel grigio di Milano, diverrà un calderone in cui fare confluire i propri doveri – dalla parcella del commercialista all'effetto-domino sull'universo mondo – si troverà a guardare l'orologio e a capire di essere in ritardo. A frugare nelle tasche alla ricerca di un'altra sigaretta, stavolta più amara di quella precedente. E con la voglia di non smettere mai. Di sognare, ovviamente. Perché il sogno non è nuovo né usato, né grande né piccolo. E' tale. Alle volte ammicca prepotente quando meno lo si aspetta. Ad esempio, quando il cielo è plumbeo e il potere d'acquisto è sotto lo zero, al pari del termometro di un qualunque inizio gennaio.