MotoGP, per battere Marquez la strategia non basta

Due strategie differenti per Lorenzo e Pedrosa, uno all’attacco dai primi metri di gara, l’altro attendista, troppo. Risultato:? Ha vinto Marquez. Ma come si batte il fenomeno della MotoGP? Ecco cosa ne pensa Max Temporali

Quello che stupiva di lui già a diciassette anni, quando guidava la Derbi 125 con cui vinse il Mondiale, andava ben oltre la velocità pura e i tempi sul giro. I ragazzini di quell’età, si sa, affrontano la gara a “full gas”, non ci sono sfumature: pensano solo a tirare dall’inizio alla fine della corsa, vince il più veloce. Marc non era solo il più veloce, ma mostrava una capacità di lettura della gara e una lucidità nel gestire gli avversari nei momenti topici che non era normale per gli anni e l’esperienza che aveva. Sapeva mandare avanti gli altri quando occorreva, era in grado di dare il ritmo al gruppo, per rallentare e compiere lo strappo di sorpresa lasciando lì, come ingessato, il resto della banda.

Dava l’idea che la strategia per la vittoria la disegnasse nella sua testa in corso d’opera, e non prima, con la formidabile capacità di adeguare le mosse in base agli eventi. Da allora il suo atteggiamento non è cambiato. A Brno Lorenzo aveva studiato perfettamente la strategia a tavolino, innanzitutto mettendo a segno una partenza perfetta. C’è riuscito, rifilando 1 secondo a Marquez e a Pedrosa nel giro con partenza da fermo, dove ha raggiunto straordinariamente in fondo al dritto la velocità più alta prima della staccata e accumulato il suo vantaggio nei primi due settori, cioà nella prima metà pista, quando le gomme non erano ancora perfettamente in temperatura e il rischio di cadere aumentava.

Ancora record al giro numero 2, quando Jorge ha realizzato il suo miglior crono della corsa come gli specialisti del pronti-via, tipo Freddie Spencer o Casey Stoner, rimarcando invece la differenza con gli altri piloti Yamaha, Rossi e Crutchlow, che hanno impiegato 5-6 giri in più del maiorchino ad ottenere il best lap personale. Jorge non ha davvero nulla da recriminare: al primo attacco di Marc nella “esse” ha risposto mettendo la ruote sul binario più esterno e tenendolo lì, contando su una velocità di percorrenza incredibilmente elevata, con ginocchio e gomito a terra, sapendo che nel cambio di direzione avrebbe trovato la linea ideale, quella più interna. Bravo perché in quel T1, il primo settore, Marquez era più veloce di un paio decimi rispetto a Lorenzo. Un vantaggio, potremmo dire, dato forse più dalla lunga accelerazione che c’è nel tratto fra curva 1 e variante.

Piuttosto l’attacco-sorpresa è arrivato nel settore numero 3, una sezione in cui i due avevano uguale ritmo: la manovra, quindi, è stata più rischiosa, forzata, raffinata ma estremamente pulita e di grande astuzia, oltre che improvvisa. Marc aveva la certezza di infilare Jorge senza subire repliche al sorpasso, perché all’uscita della variante, sul lungo rettilineo in salita, la Honda divorava l’asfalto alla velocità della luce e la differenza di accelerazione fra le due moto a marce basse era ancora più consistente. Qui anche Pedrosa ha perso l’opportunità di giocarsi la vittoria, rimanendo composto ed educato dietro al pilota Yamaha.

Dani guidava meglio di Marc, era più pulito, forse aveva la moto più a posto, era stabile, riusciva a disegnare linee più strette e a rimanere piegato meno tempo. Dava, insomma, l’idea di avere quel margine per poter vincere la corsa, ma solo se, come ha detto lui, non avesse aspettato troppo. Marquez ha sorpreso tutti: nemmeno la strategia attendista di Dani ha quindi funzionato e ora che il “debuttante”  ha imparato a essere veloce e vincente anche sulle piste coi curvoni lunghi, tondi e veloci (ad oggi aveva sempre vinto solo su piste stop and go di nuovo stampo, ndr), gli avversari dovranno ragionare meno e attaccare d’istinto, secondo una filosofia alla quale, forse, i piloti moderni e calcolatori della MotoGP non sono più abituati.