Prova Triumph Classics

La gamma 2012 delle Triumph classiche: Bonneville, Thruxton e Scrambler, protagoniste di una giornata dal sapore retrò e dalle forti suggestioni motociclistiche

26 aprile 2012 - 10:04

Bossolasco (Cuneo) – Triumph ha riunito in questo borgo dell’Alta Langa, dal 16 al 19 aprile scorsi, la stampa specializzata. Obiettivo? Presentare la sua gamma Classics  2012. Pur senza novità di rilievo, questa “cavalcata” è stata un’occasione molto proficua per testare a fondo e mettere a confronto i modelli Bonneville (anche nelle versioni SE e T100), Thruxton e Scrambler. Moto dal carattere molto diverso tra loro ma profondamente unite dall’inconfondibile stile classico Triumph.

LIVE
Giubbotto di pelle e occhiali da sole: è il look, arrivato fino ai giorni nostri, che hanno condiviso i molti attori hollywoodiani e personaggi noti che sono stati immortalati in sella ad alcuni tra i più famosi modelli classici della Casa britannica. Ricordate “Il selvaggio” Marlon Brando o “La grande fuga” di Steve McQueen? Come scordare poi il Fonzie di “Happy Days”? Sono solo alcuni dei miti che hanno contribuito a rendere celebri le motociclette Triumph nel mondo.

Bonneville
Prende il nome dal famoso Bonneville Speedway, la cui prima versione, la T120, risale al 1959. Il suo propulsore è l’ormai noto bicilindrico parallelo da 865cc, raffreddato ad aria, manovellismo a 360º, DOHC (Double Over Head Camshaft, doppio albero a camme in testa). L’alimentazione è a iniezione, ma dietro i cilindri sono però ben visibili due carburatori: finti… La frizione è multidisco a bagno d’olio, il cambio a 5 velocità. Il telaio è a culla in tubi d’acciaio. D’acciaio è anche il forcellone. La Bonneville ha i cerchi in lega da 17″ (stile anni ’70); la sella è alta 740 mm da terra. I silenziatori a megafono richiamano quelli utilizzati dalle motociclette sportive del passato. La Bonneville è disponibile in due colorazioni: Phantom Black o Aurum Gold.

Bonneville SE
Del tutto simile alla Bonneville – sono uguali motore, ciclistica e dimensioni – vanta qualche tocco in più: il contagiri e il tachimetro analogici, infatti, sono coordinati; i carter motore sono lucidi – quelli della Bonneville sono neri – e sul serbatoio c’è il tradizionale badge cromato. Oltre alla classica colorazione Phantom Black si può scegliere la verniciatura bicolore con fregio dipinto a mano: blu e bianco oppure arancione e nero.

Bonneville T100
In perfetto stile anni ’60, con i cerchi a raggi e gli scarichi “peashooter” che ricordano le primissime Bonneville del 1959, monta lo stesso motore delle altre versioni: la ciclistica, invece, ha alcune peculiarità, perché la moto è leggermente più lunga (2.230 mm contro 2.115); il manubrio è più stretto (740 mm contro 790) e la sella più alta (775 mm). Il peso dichiarato rimane di 225 kg. La ruota anteriore è da 19” mentre la posteriore resta da 17”. Le tradizionali verniciature bicolore con dettagli rifiniti a mano o l’intramontabile livrea tutta nera Jet Black della Black Edition si sposano perfettamente con il carattere della T100 e ne completano il look d’epoca.

Thruxton
Autentica café racer anni ‘60, chiamata così in onore del tracciato su cui Triumph la faceva da padrona in quegli anni (e dove ancora oggi si corre una tappa del BSB), si ispiara ai mitici rocker inglesi “Ton Up Boys” della stessa epoca. La Thruxton è la più “racer” della gamma delle classiche: manubrio basso, posizione di guida sportiva (la sella è alta 820 mm e le pedane pilota sono arretrate), cerchi a raggi (anteriore da 18”, posteriore da 17) e silenziatori a megafono (si può anche optare per il 2 in 1 sviluppato in collaborazione con la Arrow). Gli specchi retrovisori sono montati in fondo al manubrio. Motore e telaio sono gli stessi delle Bonneville; per la Thruxton Triumph dichiara però 1 kW in più di potenza. Le colorazioni disponibili: nera con striscia dorata o rossa con striscia bianca.

Scrambler
Coperture multiuso, leggermente tassellate, ruota anteriore da 19” e manubrione largo (con possibilità di montare un traversino) conferiscono alla Scrambler un look da tuttoterreno anni ’60. Il manovellismo del bicilindrico di questo modello è a 270°. Le ruote sono a raggi; molto affascinante lo scarico alto e dritto in acciaio inossidabile cromato. Tra gli optional figurano la griglia cromata per il faro anteriore e le barre paramotore.

RIDE
Cielo plumbeo, pecore al pascolo, campi e prati verdissimi a perdita d’occhio… No, non siamo nella campagna inglese! A ricordarci che ci troviamo nell’Alta Langa sono le vigne di Dolcetto e Nebbiolo, ordinatissime, e i noccioleti, testimonianza della rigogliosa industria dolciaria di questa zona. Il paesaggio, con le sue colline dolci, trasmette armonia, tranquillità e voglia di immergersi nei saliscendi tortuosissimi del tour di 130 chilometri che il R.A.T. pack della zona e lo staff di Triumph hanno studiato per noi.

Sportiva nell’impostazione ma adatta all’uso quotidiano
La Thruxton è il primo modello che provo. Complice lo scarico Arrow della versione portata qui da Triumph, la moto ha il sound metallico delle vecchie moto da corsa. Il manubrio è piuttosto basso e le pedane arretrate. Complessivamente, però, la posizione di guida non è esasperata e sembra non stancare. Le gomme non sono larghissime (100 l’anteriore; 130 la posteriore) e permettono cambi di direzione piuttosto rapidi, nonostante la Thruxton non sia un peso piuma (230 kg dichiarati in ordine di marcia). L’inserimento in curva è preciso e progressivo. Anche la frenata, nonostante un solo disco anteriore, è efficace. Scordatevi, però, staccate mozzafiato, perché la sospensione anteriore è parecchio morbida. In accelerazione, la potenza (discreta con i suoi 51 kW) del bicilindrico si scarica a terra in modo molto lineare e senza strappi.

Let’s scramble!
Le caratteristiche della Scrambler sono principalmente stradali, ma le gomme leggermente tassellate e il manubrio alto le consentono di affrontare con disinvoltura anche uno sterrato non impegnativo. Il suo motore ricalca quello delle altre classiche Triumph ma, anche se non si vede dall’esterno, presenta una differenza sostanziale e avvertibile: il manovellismo a 270° (quello delle altre è a 360°) fa perdere alla Scrambler qualche cavallo ma l’erogazione acquista grinta e carattere ai bassi regimi. Nel misto stretto la guida diventa infatti estremamente divertente.

Come se l’avessi sempre avuta…
Questa la prima sensazione che mi trasmette la Bonneville. Stupisce, infatti, quanto sia intuitiva e facile da guidare. La sella bassa e le dimensioni contenute la rendono estremamente manovrabile anche da fermo e quindi adatta ai motociclisti di ogni età ed esperienza. Al primo sguardo forse è meno cool di Thruxton o Scrambler: alla guida, però, appare la più equilibrata. Il motore si rivela docile, morbido ed esente da vibrazioni. Ha coppia disponibile da subito. Non è un missile, ma con la quinta inserita si riesce a scendere a 2.000 giri/min (a circa 40 km/h) e riprendere senza scalare, semplicente aprendo il gas. Così nel misto capita spesso di guidare con la marcia più alta senza strappi. Il cambio mi è sembrato morbido e preciso. La Bonneville ha un baricentro molto basso e questo le conferisce una notevole maneggevolezza. Si guida in scioltezza senza il minimo sforzo, anche per parecchi chilometri. Nonostante questa docilità quando provo a forzare un po’ la Bonneville mi sembra abbastanza solida e precisa.

Ha molto sterzo e i pesi sono ben distribuiti: un bell’aiuto anche in mezzo al traffico. La sospensione posteriore risponde in modo un po’ secco, a causa della ridotta escursione degli ammortizzatori. I consumi sono piuttosto contenuti. Il blocchetto di avviamento, come sugli altri modelli, è montato sul supporto sinistro del faro, secondo tradizione: per qualcuno risulta scomodo da raggiungere e noioso per vie del portachiavi che svolazza. Non ho percepito differenze di guida tra la Bonneville e la Bonneville SE, essendo motore e ciclistica identici. La T100, come detto, è invece leggermente più alta e più lunga; la ruota anteriore, inoltre, è da 19”. Il modello provato aveva poi borse e parabrezza. Tutto ciò la rende un pochino meno maneggevole delle sorelle, ma più adatta alle lunghe percorrenze.

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