Storie: 8 Ore di Suzuka, io l’ho corsa.

Moto da mezzo milione di Euro team stellari, piloti ufficiali e un caldo infernale. La 8 Ore di Suzuka è tutto questo e molto di più. Parte oggi l'edizione 2012 ma nel 2008 l’abbiamo corsa anche noi, e vi raccontiamo per filo e per segno questa esperienza unica.

29 luglio 2012 - 9:07

Quando Ivo Arnoldi (il mio co-equipier nel team Runner Bike) riprende il manubrio della Ninja numero 90 mancano esattamente 4 ore e 2 minuti alla fine della gara. Le gocce di sudore di Max Tresoldi e dei ragazzi hanno lavato il pavimento perché lavorare su una moto rovente in un clima rovente non è proprio il massimo. Ma siamo di nuovo in pista. Non ci è andata molto bene fino a questo momento, o meglio ci andava benissimo perché eravamo terzi, ma ad un certo punto la Honda numero 99 guidata dal solito giapponese kamikaze abbatte Bellezza alla Spoon curve. In diretta TV vediamo Ivo che traffica con la moto che non parte. “È finita” pensiamo, dalla Spoon ai box saranno si e no 2 km, in salita, e non ci sono scorciatoie. Con il caldo terrificante di Suzuka solo ad un pazzo potrebbe venire in mente di spingere la moto. Un pazzo o un eroe.

Perché Ivo io adesso lo considero così, un eroe che ha preso tutti in contropiede. Suda, sbuffa, ma spinge. Spinge la moto fino ai box ci mette mezz’ora ma arriva, esausto. In tutto la sosta forzata ci costa quasi un’ora e mezza e così siamo al punto di non ritorno, al limite per rientrare nel 75% dei giri compiuti dai primi e poter essere classificati. Il minimo inconveniente e siamo fuori. Cosa avreste fatto voi non lo so. Io so solo che questa per me questa era l’unica occasione e questa gara e l’avrei finita anche a piedi. Per questo non ho mollato e con me non ha mollato nessuno. Bellezza non ce la fa più, tocca a noi, ad Arnoldi e me. 4 ore di gara in due, guidando al massimo lottando contro tutti, contro gli avversari, contro il caldo impossibile, contro il sudore che ti cola dappertutto.

Ogni giro una super pole, ogni sosta ai box un pit stop perfetto con l’obbiettivo quasi impossibile di fare almeno 100 giri in quattro ore. Ne faremo 99 (già, proprio come il numero di gara della moto che ci ha abbattuto) e se penso che i primi ne hanno fatti 194 in 8 ore mi sale ancora la carogna. Maledetto giapponese! Ma alla fine la gara l’abbiamo finita e siamo anche riusciti ad arrivare quinti. Io assieme a Checa nel giro d’onore, gli stringo la mano, i fuochi d’artificio, due ali di folla che ti acclamano. Incredibile! Se non fosse che ho la tuta di pelle addosso mi darei un pizzicotto per capire se sto sognando.

Scusate se ho liquidato la cronaca di gara piuttosto in fretta, ma questa volta non è certo la cosa più importante. Perché vi voglio raccontare questo evento unico al mondo con tutte le sue stranezze e tutte le difficoltà che si incontrano nel correrla. A Suzuka niente è normale ogni cosa è speciale e se quando corri le gare francesi capisci che sono loro che a darsi grande importanza, qui capisci che invece questa gara è importante a prescindere, per tutto quello che ha rappresentato e rappresenta ancora oggi. Quando sei nel box sei talmente concentrato a migliorare le tue prestazioni che tutto diventa fin troppo normale.

Per questo ogni tanto ti devi fermare e pensare dove sei e cosa stai facendo. Per questo ogni tanto ci guardavamo in faccia e dicevamo “ma vi rendete conto? Siamo a Suzuka!”.  Per rendercene conto bastava trovarsi a fare colazione assieme a Freddie Spencer, a passeggiare chiacchierando con Leon Haslam o ancora scorrere l’albo d’oro delle gare. In 35 anni di storia, la 8 ore ha portato in pista tutti i più grandi talenti mondiali del manubrio, mischiando, unica gara al mondo, campioni della superbike e della GP. Da Valentino Rossi, a Wayne Gardnder, passando per Rayney, Schwantz, Spencer, Edwards, Haga Doohan, Fogarty. Finisco qui per ovvii motivi di spazio ma già questo piccolo elenco vi può far capire il livello di questa gara. Vi basti sapere che solo 31 italiani l’hanno corsa e gli ultimi siamo stati noi.

Ho sempre sentito parlare di lei, i piloti che l’hanno corsa e che, con i loro racconti, hanno contribuito ad alimentarne il mito. Mi raccontavano del caldo, della fatica, della pista difficilissima, dei piloti kamikaze. A volte mi sembravano storie un po’ esagerate, invece ho scoperto che era tutto vero. Kamikaze compresi visto che se è vero che è stato il solo Bellezza a farne le spese anche io ho avuto il mio “benvenuto”. Secondo giro del primo turno: alla Dunlop Curve un jap mi passa all’esterno(!) chiude un po’ troppo la linea e mi tocca l’avantreno. Risultato: finisco nella ghiaia a 160 all’ora e riesco miracolosamente a non cadere. Ma non è perché io sia l’ultimo arrivato, qui le sportellate non si risparmiano a nessuno. Ho visto con i miei occhi Yukio Kagayama buttato nel prato mentre era appena entrato in pista e stava ancora scaldando le gomme…

Ed eravamo solo al primo turno di libere! Anormale? Non qui, qui i piloti giapponesi vengono per fare la gara della vita, parole come “passo gara” o “andare per gradi” a loro sono del tutto sconosciute. Il risultato è che cadono come mosche fin dai primi giri e dopo le prove ufficiali gli equipaggi sono decimati. I piloti a Suzuka li riconosci da lontano, prima delle prove hanno capelli improbabili e atteggiamenti da divo. Dopo le prove li riconosci lo stesso perché o sono ingessati o girano con il collarino o si spostano con le stampelle. Mai viste tante bandiere rosse come qui. Sono gentili al limite dell’eccesso, i giapponesi, ma i piloti no, per loro sei un nemico da battere (e a volte abbattere) ad ogni costo. Quando prima delle prove sono andato a stringere la mano al nostro coinquilino nel box, questo mi ha guardato quasi male. Comunque abbiamo anche capito in fretta come stare lontani dai guai. Durante le prove basta far partire il gruppone (che puntualmente si crea negli istanti che precedono l’apertura della pit lane) contare fino a trenta e partire. In questo modi ti assicuri 7-8 giri puliti senza traffico e senza gente che ti sperona.

Ma, non bastassero i giapponesi, non bastasse una pista che ti fa battere il cuore, ci si è messa anche la valvola di un cerchio anteriore che ha mollato il colpo proprio alla curva 130 R che si affronta in quinta piena a 240 orari. La gomma davanti si affloscia di colpo e anche qui la sorte ha voluto che restassi in piedi. Insomma a Suzuka ho finito piuttosto in fretta la scorta di pannoloni…

Nonostante tutto le qualifiche sono andate perfino meglio di quanto speravamo. Considerato il livello e le moto dei concorrenti (che ti passano sul dritto come se fossero di un’altra categoria e dire che la nostra Ninja non è certo lenta) il timore era di non restare nel fatidico 115% e quindi dover tornare a casa ancor prima di iniziare. Invece in prova andiamo bene, mostriamo di imparare in fretta i segreti di questo circuito pazzesco. 2:18:7 il tempo di Arnoldi, 2:20:2 il mio, 2:22:1 quello di Bellezza per essere dei neofiti non è male, non siamo nemmeno ultimi c’è di che essere soddisfatti, anche se i primi ci rifilano 10 secondi!

Bisogna essere qui per capire quanto i giapponesi tengano a questa gara. Per loro vale una stagione, vincere a Suzuka è l’obbiettivo primario dell’anno. Per questo le “quattro sorelle” si impegnano al massimo: ingaggiano i piloti migliori del mondo, lavorano per un anno solo per questo evento, realizzando moto speciali che poi sottopongono ad infiniti test in pista affinché nulla sia lasciato al caso. Qui si vede la crema dei reparti corse, i pit stop dei team ufficiali umiliano anche gli specialisti dell’Endurance. Non ci credevo, ma io stesso ho cronometrato 8 secondi per un cambio gomme e rifornimento della Honda HRC, roba da formula 1.

Tutto è enfatizzato al massimo, dal pit walk, quando un pubblico ordinatissimo affronta il caldo asfissiante pur di vedere da vicino moto, piloti e… il gran numero di umbrella girl sfoggiate da tutti i team principali; alla cerimonia di apertura, una sfilata in stile olimpico con tanto di bandiere nazionali e i piloti presentati uno ad uno dallo speaker, roba da mettere i brividi.

Visti i calibri che scendono in campo (nel 2008 Carlos Checa, Yuki Takahashi, Jonathan Rea, Leon Haslam, Yukio Kagayama tanto per citarne alcuni, quest’anno ancora Rea, Aoyama, Camier, Noriyuki Haga) è fin troppo facile pensare che questa sia una gara di Endurance del tutto anomala. Il ritrmo dei primi è, infatti, impressionante, in pratica è come se fossero 8 manche di superbike una dietro l’altra. Tutto in un clima impossibile. Pensate al caldo più caldo che potete. Probabilmente non sarà caldo come a Suzuka. Le temperature elevatissime, si passano i 32 gradi all’ombra, e l’afa opprimente (l’umidità sfiora supera spesso il 70%) creano una situazione in cui si gronda di sudore anche a stare fermi. Per questo i turni di guida da un’ora sono una autentica prova di resistenza fisica. Finire disidratati è un rischio reale e tutti si attrezzano con un camel back per poter bere mentre si guida.

Terminato il proprio turno, il “trattamento Suzuka” prevede che il pilota si immerga in una piscina di acqua gelata per abbassare la temperatura corporea, per noi solo quella e i massaggi di Daniel, per i big, flebo di sali minerali e salette condizionate in attesa del turno successivo… Logico capire come la piscina nel retrobox, qui sia quindi un genere di prima necessità, assolutamente indispensabile. Ma le moto non vanno in piscina e anche loro soffrono. Qui il termometro non scende mai sotto i 30 gradi e l’umidità è a livelli da bagno turco per cui non sono solo gli uomini a soffrire ma anche i motori. Buon per le superbike che possono montare radiatori maggiorati, ma noi, quelli delle stock (il 2008 è stato l’ultimo anno in cui le Stock sono andate alla 8 ore ndr), viaggiamo con moto di serie e le temperature arrivano alle stelle. Nonostante tentiamo qualsiasi cosa per raffreddare i bollori della Ninja l’acqua non ne vuole sapere di scendere sotto i 114 gradi. In queste condizioni faremo tutte le prove e la gara senza avere problemi di motore, se non è affidabilità questa…

E poi c’è la pista: fantastica, difficilissima da imparare, quasi 6 chilometri di ottovolante asfaltato con saliscendi, curve cieche e in contropendenza e curvoni velocissimi, dove i giapponesi guidano a memoria e gli altri si devono per forza difendere. Correre questa gara, quindi, non è proprio cosa da tutti, soprattutto se sei un team privato che affronta la stagione con le proprie forze. Ma ci siamo venuti e l’abbiamo onorata a modo nostro tagliando il traguardo in 59 esima posizione assoluta su 80 iscritti, e sfiorando il podio di categoria. Per come si era messa la gara prima dell’incidente avremmo anche potuto salirci e sarebbe stato davvero un sogno. Ma va bene lo stesso, perché vedere la bandiera a scacchi è stata comunque una enorme soddisfazione. Ho corso la 8 Ore di Suzuka, ancora non ci credo…

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