Tempi moderni

La storia rivista in chiave contemporanea: sotto linee inconfondibili si nascondono motori moderni e telai efficaci. Moto e auto da guidare con calma, per assaporarle chilometro dopo chilometro: sono la Triumph Bonneville e il Maggiolino Volkswagen Cabrio

1 aprile 2014 - 9:04

Le guardi a capisci che sono un pezzo di storia della mobilità. Eredi di due star, due icone, non solo della strada ma anche del grande schermo, Volkswagen e Triumph hanno recitato in ruoli da protagoniste in film che tutti, ma proprio tutti, hanno visto almeno una volta nella vita. La definizione perfetta per mezzi del genere l’ha inventata Triumph quando ha ribattezzato le sue Bonnie “modern classics”. Una definizione che sottolinea come la classicità di linee senza tempo si sia sposata con la tecnologia più moderna, fatta di motori evoluti e di guidabilità di alto livello. Il Maggiolino affonda le sue radici addirittura negli anni della seconda guerra mondiale, in quella Germania nazista che voleva l’auto per tutti: Volkswagen, infatti, significa auto del popolo e il marchio di Wolfsburg deve proprio al maggiolino il suo nome.

 

Disegnato da Ferdinand Porsche (mica uno qualsiasi) il Maggiolino è passato attraverso mode e tendenze con uno stile inconfondibile: l’erede diretta della prima Volkswagen ha vissuto una seconda giovinezza in America Latina, tanto che prodotta in Messico è diventata “l’automovil del Pueblo”, continuando la sua missione originaria. Volkswagen ne ha ripreso in mano il progetto nel 2003, per riproporlo in chiave moderna. Qualcuno ha storto il naso perché dove c’era il motore quattro cilindri Boxer raffreddato ad aria ora c’è il vano bagagli (piccolo sulla cabrio). Tuttavia questa concessione alla modernità non scalfisce il fascino dell’auto, ancor più evidente nell’ultima edizione del Maggiolino cabriolet. Quando Triumph ha fatto rinascere la Bonnie aveva ben chiaro cosa fare. Il motore raffreddato ad aria, il telaio a doppia culla, i cerchi a raggi. La nuova Bonnie regge il confronto con la mitica progenitrice del 1958, ereditandone il carisma ma non i difetti. Se guardi la nuova T100 sembra che il tempo si sia fermato; se la guidi, invece, ti accorgi che per fortuna di tempo ne è passato tanto. La Bonneville, come il Maggiolino, non rinuncia al fascino ma aggiunge un ingrediente fondamentale, cioè la guida gustosa ed efficace.

Guidare le due protagoniste del nostro Duel significa entrare in una dimensione dove il relax prende il sopravvento sulla fretta. Dove il gusto non è andar forte ma andar a spasso gustandosi ciò che scorre attorno. Questa interpretazione della guida le accomuna ma ciò non significa che non sappiano anche andar svelte, perché i telai sono validi e le sospensioni pure.

DRIVE
Lo stile ètutto: quello spensierato, ribelle e anche un po’ sfacciato degli anni ‘50. Sfacciato, come sfacciato è abbassare la capote del Maggiolino Cabriolet in una fredda giornata autunnale: tanto ci sono i sedili riscaldabili (di serie) e mentre si marcia i turbini d’aria sono  contenuti, soprattutto con il frangivento montato. Frangivento che può essere riposto in un apposito vano ricavato nel piccolo bagagliaio, senza ridurne ulteriormente il volume. Rialzata la capote – operazione che avviene premendo un pulsante, richiede 9”5 e si può effettuare fino a 50 km/h – scopriamo che il Maggiolino è cabrio ma insospettabilmente silenzioso. Le differenze tra tela e metallo in questo caso non si avvertono e, almeno fino alla velocità codice, anche in autostrada l’abitacolo è esente dai fruscii tipici delle cabrio. E in silenzio dunque ci lasciamo conquistare dalla piacevolezza di guida: se volete correre, meglio pensare al 2.0 Diesel o al TSI da 200 cv.

 

Il 1.6 TDI del nostro Maggiolino in prova non è fatto certamente per le prestazioni:  punta sulla coppia e sui consumi ridottissimi. Va da sé che per tenerlo allegro bisogna lavorare molto con il cambio manuale a cinque rapporti, e comunque sia lo spunto sia l’allungo consentiti dai 105 cv di potenza massima non sono  entusiasmanti. A entusiasmare sono i consumi, che facilmente sfiorano i 20 km/litro. Visto che “sotto” c’è una Golf,  il comportamento dinamico è molto equilibrato: sia nella guida rilassata sia in quella più sportiva, il Maggiolino non si scompone mai. Per essere una cabrio sono degne di nota la stabilità sul veloce e la precisione nello stretto, dove si apprezza in particolare l’ottima direzionalità dello sterzo. Altro punto di forza del nuovo Maggiolino Cabriolet sono i freni: l’azione del pedale è solida e modulabile, la frenata è sempre sicura ed efficace. Ma, dicevamo, il Maggiolino Cabrio non fa venir voglia di andar di fretta: meglio, molto meglio gustarsi la guida rilassata e il panorama, soffermandosi sui dettagli raffinati e vezzosi della versione “50s”, quella della nostra prova. Le scritte cromate su entrambi i passaruota anteriori, i gusci degli specchi retrovisori anch’essi cromati, i bellissimi cerchi in lega leggera “Circle Black” da 17” dal look senza tempo, con pneumatici che, nonostante siano dei /55, sembrano essere a spalla alta, come quelli di un tempo. Un piccolo avviso, occhio in manovra: la percezione degli ingombri è disturbata dalla linea bombata della carrozzeria e quindi nelle manovre conviene fare attenzione.

RIDE
Non passa inosservata la Bonneville T100 nella sua raffinata livrea bicolore. Certo, ci vuole un certo impegno per tenere pulite le sue abbondanti cromature ma anche questo rientra nel suo essere diversa. Le altre moto le lavi, la Bonnie la lucidi, te ne prendi cura. Il commento più frequente durante i giorni in cui l’abbiamo portata a passeggio è stato: “Questa sì che è bella”, sottintendendo che nel confronto estetico con gli scooter e le moto “plasticose”, la classica di Hinckley vince a mani basse. Senza storia. Nel mondo “modern classic” di Triumph look e colori assumono più importanza della dotazione tecnica. Che comunque resta interessante: il motore bicilindrico raffreddato ad aria di 865 cc è dotato di doppio albero a camme in testa e iniezione elettronica, che per questa Bonneville T100 si traducono in 67 cv di potenza a 7500 giri. Comandi morbidissimi, sella bassa, poca plastica e tanto sano metallo: la “Bonnie” accoglie il rider offrendogli una sensazione decisamente rassicurante e piacevole. Sensazione che si rafforza una volta avviato il motore e inserita la prima.

 

La facilità di guida è disarmante: meno impegnative di questo modello ci sono solo le biciclette, anche perché il motore consente di mollare la frizione e partire senza nemmeno accelerare. Ma attenzione, tutto questo non va confuso con scarsità di carattere o prestazioni insoddisfacenti: quando solleticata la Triumph sa tirar fuori anche un certo brio e ha la potenza adeguata per muoversi svelta su strada. Anche perché la ciclistica è più che sana, in linea con quanto offre il motore: forcella e ammortizzatori sono semplici sì, ma di qualità e capaci di soddisfare anche le velleità sportive del rider che, volendo, riesce a guidare di buon ritmo senza che si manifestino reazioni scomposte, se non una certa inerzia data dal “ruotone” da 19 pollici anteriore. Anzi, a dirla tutta, la ciclistica sembra averne anche più di quanto offre il motore. Sul fronte della praticità dispiace che non ci sia nemmeno un sottile portadocumenti, che pertanto vanno tenuti in tasca. Ma come non perdonarglielo di fronte a tanto stile?

 

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