Alberto Vergani

La MotoGP è triste, la SBK uno spettacolo. La crisi è una benedizione perché ti obbliga a cambiare e a darti una mossa. Giovani talenti? Vedo solo Marquez. Alberto Vergani, manager di Carlos Checa e Marco Melandri, ma soprattutto imprenditore di successo, si sottopone al nostro tenquestions

Ha fatto scelte “pazze” nella vita per seguire la sua grande passione. Gestisce piloti ma anche una grande azienda che fa del Made in Italy il suo cavallo di battaglia. Alberto Vergani è un manager e un imprenditore di successo, che deve alla sua voglia di essere controcorrente gran parte della riuscita dei suoi progetti. Un personaggio con le idee molto chiare non solo sullo sport che ama ma anche sull’industria, sul mercato e sulla crisi. Mi è piaciuto molto chiacchierare con lui perché è schietto, va al sodo, non usa giri di parole e anche perché, alla fine, si è aperto svelandoci gli inizi della sua carriera. Una intervista tutta da leggere, mettetevi comodi.

DORNA La notizia è che Dorna gestirà anche la Superbike di sicuro è una mossa logica perché l’azionista è lo stesso e i prodotti sono complementari, con la differenza che in SBK ci sono tutte le Case che hanno un prodotto da vendere e di là (in MotoGP, ndr) ci sono solo tre Case che fanno prototipi. Diciamo che la MotoGP è più advertising , la SBK è più promozione alle vendite.

Quindi secondo te è una cosa positiva Sì, perché quella a cui abbiamo assistito fino a oggi è stata una guerra fratricida, che secondo me non aveva senso. Continuo a sostenere che c’è spazio per un campionato solo. Sarebbe ancora meglio che ci fosse un domani in cui corrono una gara della MotoGP e una della SBK nello stesso circuito, la stessa domenica. Questa cosa avrebbe una sua logica.

GIOVANI TALENTI Marc Marquez e poi tracce.

Tracce? E gli italiani? Iannone è bravo, bisogna vedere come andrà in MotoGP. Pol Espargarò è bravo, anche se è da molti anni che è in giro. Comunque Marquez ha 19 anni, per cui è sicuramente un talento. Nelle cilindrate inferiori non so, bisognerà vedere più avanti, perché secondo me la Moto3 forse, e dico forse, livella un po’ troppo rispetto alla 125 di un tempo, che era molto più scorbutica. Mi dicono che prima le moto erano moto più difficili da guidare. Un po’ come la Moto2, meno difficile rispetto alla 250.

È un po’ più difficile emergere, quindi. Ti faccio un esempio: Marquez che parte ultimo e arriva primo e passa tutti. Merito suo? Della moto? Non lo sappiamo. Secondo me quando arrivi in MotoGP o anche in Superbike capisci il valore del pilota, anche con la pressione dell’ufficialità. Perché essere pilota ufficiale lo si vede sempre come punto di arrivo, però quando ci sei poi ti rendi conto che è difficile.

MOTOGP Attualmente avendo due piloti che vincono negli ultimi 5 anni, cioè Stoner e Lorenzo, dico che non è bello la domenica accendere il televisore o essere sul campo di gara e sapere che tanto vinceranno Stoner, Lorenzo oppure Pedrosa. Se poi uno si fa male come è successo quest’anno, il duello diventa a due. Sinceramente, per un campionato mondiale è troppo poco: quest’anno c’erano i primi due, poi gli altri due con le due Yamaha e poi c’era Valentino che faceva colore. Mi sembra veramente poco per un campionato così importante. Ho nostalgia dei campionati 2005-2006 quando Marco (Melandri, ndr) battagliava. Prima un privato poteva anche vincere il mondiale, come nel caso di Gresini con Gibernau o con Marco. Ecco, secondo me quelli erano momenti belli, dove anche una squadra come quella di Fausto andava alle gare sapendo che poteva vincere. Oggi la squadra di Fausto sa che può far sesto, quinto, quarto, magari terzo. Il pilota perde morale, perché un pilota vero vuole vincere, non vuole soltanto partecipare. Sulla CRT: magari è il futuro ma oggi secondo me è ridicola. Ho parlato con Pirro (dal 2013 collaudatore Ducati MootGP, ndr) che ha provato entrambe le moto e mi ha detto che la differenza è abissale. La CRT è una Panda, l’altra una Ferrari, questa è la differenza che lui ravvisava. Magari ha esagerato un po’, ma sicuramente quando li vedi in pista i piloti CRT finiscono sempre per essere sverniciati. È frustrante per chi le guida. Ho parlato anche con Colin Edwards e lui va alle gare fondamentalmente perché lo pagano ma potrebbe andare a fare una gita in campagna ed è uguale. Edwards è uno che ha vinto gare e campionati.

SBK Sono già andato lì perché intravvedo il trend. Secondo me in questo momento la SBK è più frizzante, lo dicono i numeri. C’è la BMW ufficiale, c’è la Ducati che sarà in forma ufficiale, c’è la Kawasaki ufficiale, c’è la Suzuki che rientra in grande stile, c’è l’Aprilia ufficiale. Fondamentalmente le aziende, le industrie, sono li. C’è anche la Honda, ovviamente, quindi manca soltanto la Yamaha per ragioni di risparmio sugli investimenti. Se devo sponsorizzare un pilota, è un po’ diverso dire primo su una BMW o primo su una SpeedUp. L’immagine è anche abbinamento con i grandi. Se io sono una azienda di caschi, cerco un abbinamento di alto livello. Basta guardare le gare, sono uno spettacolo, non sai mai chi vince. Quest’anno sono rimasti in lotta in tre per il mondiale fino all’ultima gara nonostante  gliel’abbiano praticamente regalato a Biaggi. Insomma, in questo momento la fotografia della Superbike è vincente. Poi, magari, Carmelo Ezpeleta tra due anni tira fuori dal cappello la soluzione che mette d’accordo tutti, ma in questo momento è così. È come la Formula 1 qualche anno fa, che non era granché, adesso è divertente perché possono vincere anche scuderie tipo la Force India o si può lanciare Perez sulla Sauber, mentre prima non c’era discussione. Oggi in MotoGP non ha senso nemmeno scommettere, tanto è ridotta la scelta tra i possibili vincitori.

MADE IN ITALY Noi siamo matti scatenati, perché continuiamo a fare tutto in Italia: addirittura abbiamo quasi raddoppiato lo stabilimento nel 2007 o meglio: abbiamo deliberato l’investimento nel 2007, con una che era chiaramente controtempo perché poi c’è stato un diluvio di crisi. Non siamo pentiti, però,  perché comunque la qualità paga: noi siamo sul mercato e siamo apprezzati soprattutto all’estero proprio perché il made in Italy è premiante. Adesso il mercato che va meglio è la Germania, poi si sono risvegliati l'Australia, gli Stati Uniti e anche il Far East. Insomma riusciamo a fare numeri interessanti fuori dall’Italia. L’italia oggi è il Paese che soffre di più, per la crisi, per il fisco, per tutto. per cui il Made in Italy è una strategia. Mi ricordo che andai in Cina nel 1997 e tornai dicendo: “Se la Ferrari rimane in Italia, può rimanerci anche la Nolan. Dobbiamo fare qualcosa di diverso e aumentare la qualità”. Creammo X-lite, una scelta che ha pagato perché è il marchio che traina, è concepito come reparto corse della Nolan ed è il marchio premium. Grazie a X-lite anche Nolan è cresciuta, con l’arrivo di prodotti sempre più sofisticati;  nel basso di gamma lavoriamo con Grex, e facciamo un po’ più di fatica perché non abbiamo prezzi così bassi come quelli dei caschi cinesi.

CINA Quasi tutti adesso vanno là a costruire; secondo me il problema non è tanto questo, quanto che quasi tutti i cinesi verranno qui a vendere. Gli hanno insegnato a fare un mestiere e questi modello Pacman adesso verranno qui a vendere i loro prodotti e a crearsi l’immagine, diventando quindi competitor globali e non solo produttori conto terzi. Questo sta già avvenendo ed è il vero pericolo, non andare là a produrre. Per questo sono contento di aver tutelato il Made in Italy, perché mi permette di avere un vantaggio e, nonostante ci copino i prodotti – perché se vai in Cina le copie Nolan sono una cosa fuori dal comune – noi manteniamo la testa, il software in Italia.

Una osservazione: adesso tutti producono in Cina, ma i trasporti costano sempre di più. Anche in Cina i prezzi hanno iniziato a salire: non è che arriveremo a un punto in cui converrà produrre (o tornare a produrre) in Italia? 

Come azienda non è che siamo matti e produciamo in Italia per il gusto di farlo. In questo momento produciamo l’ordine,  non abbiamo stock di prodotto finito, ma solo stock di semilavorati. Per cui da noi il cliente compra il prodotto che vuole e dopo massimo 5 giorni ce l’ha. Le altre aziende sono costrette a fare stock. E quando fai stock puoi sbagliare la programmazione, sbagliare il colore, sbagliare il timing. Invece noi forniamo i clienti quasi in tempo reale, soprattutto in un momento di crisi in cui nessuno vuole fare magazzino diventiamo alleati del negoziante. Ecco, questa è la nostra forza in questo momento, per cui la crisi paradossalmente ci ha avvantaggiato perché siamo strutturati così e perché siamo in Italia. Sicuramente tutti i Paesi che sono “Booming”, non si rendono conto che prima o poi il boom calerà, e magari non sono preparati. Già il fatto stesso che adesso vengano a offrire loro direttamente i prodotti sul mercato, anche a terzisti o a negozi, dimostra che stanno scoppiando, cioè hanno capacità produttiva da saturare. Questa è un po’ l’economia attuale; probabilmente vivremo un po’ ciò che è successo con le auto in Giappone. In Giappone facevano auto a basso prezzo e hanno invaso il mondo; poi gli europei hanno reagito facendo prodotti migliori e si sono riequilibrati i pesi. Oggi i giapponesi rimangono comunque dei “copiatori”, non degli innovatori a livello di stile. Un tempo sembrava che Lexus potesse essere in grado di ammazzare Mercedes e BMW e invece poi questi hanno fatto un passo in avanti. Ed è quello che dobbiamo fare noi, continuare ad andare avanti e migliorare.

TESTIMONIAL vale ancora la pena oggi avere dei testimonial? Ti fanno vendere di più? Il collegamento è difficile da trovare, se non sui replica: in quel caso i risultati sono legati a volte più alla grafica del casco che al nome del pilota. Il replica di Carlos Checa, per esempio, è il casco che vende più di tutti. Se vogliamo paragonare uno Stoner o un Lorenzo dovrebbero essere quelli che fanno sfracelli. Dall’altra parte le gare per noi sono fondamentali per lo sviluppo prodotto; ho fermamente voluto le gare perché davano uno stimolo di adeguamento all’azienda, che facendo le gare ha fatto un salto in avanti. Dopo di che viene la cosiddetta “brand reputation”. X-Lite aveva bisogno di luce perché alla fine è un marchio nato nel 1998 per cui credibilità zero, e mettendo sia Nolan sia X-Lite sullo stesso piano abbiamo creato quella che si chiama autorevolezza di marchio. Purtroppo è brand image che spesso non significa vendite. Comunque diciamo che dal testimonial c’è un travaso, ma non è diretto, per cui in questi momenti occorre fare attenzione perché il conto economico è comunque la cosa più importante.

ROSSI-DUCATI Rossi sicuramente l’anno prossimo tornerà a fare il Rossi (forse diventerà quella variabile che ora non c’è? ndr), è bravo perché si mette ancora in gioco. Secondo me ha fatto male la Ducati a prenderlo perché aveva solo da perdere: se avesse vinto sarebbe stato per la bravura di Rossi, se le cose fossero andate male, sarebbe stata stata la Ducati a non essere una buona moto. Però, forse, ascoltare un po’ più “melandrino” nel 2008 significava capire che quella moto era una buona moto, ma anche una moto estrema che non tutti riescono a guidare. Soprattutto diciamo che ci sono scuole di guida. C’è la scuola di piloti come Marco Melandri e Rossi, che sono nati con le minimoto e sono dei puliti, basta vederli in pista per vedere come guidano rispetto agli arrembanti. Probabilmente quella moto ha bisogno di un arrembante, va guidata come faceva Casey, che ha iniziato a correre facendo gare di dirt track, cambiando moto ogni week-end… Però è una moto che se la guidi come sa guidarla lui, cioè con cattiveria e in maniera estrema, ha dimostrato di funzionare. La paragonerei alle Formula 1 dell’epoca dei motori Turbo, che avevano duemila giri buoni di utilizzo, mezzi così estremi che solo alcuni riuscivano a guidare. Purtroppo anche Rossi ha fatto fatica, poi magari non ha più voglia come prima, non lo so.

CRISI Dico sempre che la crisi è una manna dal cielo perché obbliga al cambiamento. Sono un sostenitore del dualismo problema-opportunità: finché non hai un problema non pensi di fare nulla. Quando le cose vanno mediamente bene perché bisognerebbe cambiare? Quando le cose vanno male, quando c’è crisi, la gente reagisce e fa qualcosa, ripensa al business, taglia i costi, investe, cioè si dispera un po’ per sopravvivere. E in questi momenti vengono fuori le idee, e le idee sono quelle che ti fanno sopravvivere, ti fanno andare avanti, ti fanno capire dove sbagliavi, cosa si può far meglio. Il cambiamento è sempre un miglioramento. Poi è chiaro che il cambiamento è scomodo perché ti costringe a fare più fatica, però io non ho mai temuto la crisi: la crisi va gestita, il che vuol dire attenzione ai numeri, cambiare le strategie. Se prima facevi le cose in un certo modo, adesso le ripensi e le rifai in maniera diversa, vai a cercare la massima efficienza ovunque. Ti faccio un esempio: quando fai un trasloco scopri sempre un sacco di roba da buttare via, se invece vivi nella normalità non ti accorgi neanche del casino che hai in giro. Lo scopo è quello, costringerci, perché l’essere umano è pigro, a fare un cambiamento, un miglioramento, a ripensare…  Le strategie vanno cambiate perché lo scenario è in continua evoluzione: le cose che andavano bene 5 anni fa magari adesso non vanno più bene.  È un po’ come la mappatura elettronica di una moto, che ormai viene fatta curva per curva: ecco, qui in ogni momento si deve fare una nuova mappatura. Bisogna anche osservare i fenomeni, capire perché una cosa funziona o non funziona. Ci si domanda sempre il perché delle cose che non van bene, mai il perché delle cose che van bene. Quando mi dicono che un prodotto va benissimo mi chiedo sempre il perché: come mai? Fortuna? Mercato? situazione? È bello darsi le spiegazioni anche dei successi, non solo degli insuccessi: questo è un po’ il credo che porto avanti e che ci costringe a ragionare, riflettere, capire. Però chiaramente è un periodo in salita.

La tua risposta è interessante, quando ho detto la parola crisi a Teofilo Plaza, designer di Honda, mi ha risposto più o meno allo stesso modo, dicendo che la crisi è una opportunità.

Ed è così, perché bisogna capire che il mondo cambia. Guarda, a me piace leggere le case history: sai le figurine Panini come sono nate? Il signor Panini era un meccanico della Ferrari in tempi di guerra. Un giorno il signor Ferrari licenziò il signor Panini perché come meccanico non valeva un granché. Panini aveva una moglie e due figli, e non aveva da mangiare, perché all’epoca il problema era mangiare. Però era un appassionato di calcio. Aveva un amico titolare di una stamperia e gli è venuto in mente di stampare le foto dei calciatori e provare a venderle. Cercava semplicemente qualcosa per vivere. Alla fine quando ha venduto il colosso, qualche anno fa, ha dichiarato: “Grazie a un licenziamento, cioè a un problema, ho avuto il coraggio di cambiare”.

Ma questa è anche la mia storia per certi versi, perché mi sono laureato in  Bocconi, ho fatto la tesi in una azienda farmaceutica di un mio amico, i miei avevano una azienda di spaccio alimentare all’ingrosso, ero appassionato di motori, correvo in macchina mi arrabattavo in qualche modo, correvo quando riuscivo a racimolare qualche soldo. Ho fatto 8 mesi in quella azienda farmaceutica e sono stati i mesi più brutti della mia vita. Il culmine è stato un giorno a luglio in Portogallo. Ero a Lisbona e avevo finito di spiegare come funzionava un farmaco anti ulcera agli informatori medico scientifici, in inglese. Questi non capivano un c@@@ di inglese io non capivo un c@@@@ di antiulcera: sono rientrato in camera, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: “Ma io con' sto mondo non c’entro proprio niente. MOLLA!” Sono tornato a casa e ho dato le dimissioni. Ma la cosa più bella è stata dopo, perché sono tornato in Bocconi, avevo ripreso tutte le offerte di lavoro, domande di colloquio molto finalizzate e avevo una offerta per Unilever. Un collega di mio fratello che era docente in Bocconi mi dice che deve fare la lista per la Nolan. Ho chiesto subito di farmi mettere in lista. Non ero adatto perché cercavano qualcuno più grande, io avevo 25 anni. L’ho pregato: “Fammi fare un colloquio, almeno parlo di motori e mi diverto un po’”. Ho fatto il colloquio con l’allora proprietario ed è andato bene. Avevo fatto anche la selezione Unilever, mi avevano selezionato tra 3.000 candidati. Lo stesso giorno mi hanno confermato Unilever (detersivi) e Nolan, e io ho scelto di andare in Nolan. Quello della Unilever è caduto dalla sedia e mi ha detto “ma lei è un matto”.. Il punto quindi qual è? La passione, ma soprattutto aver capito cosa non dovevo fare. La cosa più buffa è poi stata che un ragazzo che lavorava da me, laureato, è andato all’Unilever e l’hanno preso. Quando ha fatto il colloquio e gli ha detto tra le referenze Opinion Leader, Vergani, questo dell’Unilever gli ha detto: “In trent’anni di lavoro è stato l’unico che ha rifiutato una assunzione in Unilever, ma si vedeva che aveva carattere, sembrava matto ma ho intravisto le capacità”. Aveva intravisto bene, aggiungo io…