Valentino Rossi e Tony Cairoli, uomini oltre la leggenda

Diciotto titoli iridati in due, con la comune chimera del decimo per fare cifra tonda, e più di duecento vittorie nel carniere: al ritiro annunciato di Valentino Rossi si aggiunge quello di Tony Cairoli

E’ sempre una questione di numeri, ma stavolta il tempo è scandito da una placida, eppur lenta e inesorabile, clessidra, anziché da un cronometro sempre più impietoso e sincopato: nell’anno di grazia 2022 spariranno dai blocchi di partenza il 46 e il 222. Non serve scomodare nicchie di conoscitori: Valentino Rossi e Antonio Cairoli sono andati oltre i confini delle proprie discipline sportive, e il loro inchino al tempo non può che suscitare emozioni, ricordi ancora attuali destinati man mano ad ammantarsi di seppiato senza scolorire granché.

Il primo, Valentino Rossi, prodotto di quella terra in cui le Marche si fondono con l’Emilia Romagna senza definire un preciso confine, si è rivelato al mondo con il viso da enfant terrible, passando per una sequela infinita di gag a uso e consumo di se stesso e del pubblico, non necessariamente in quest’ordine: è stato multato per eccesso di velocità in circuito, ha esibito bambole gonfiabili sul serbatoio dell’Aprilietta 125 attraverso cui si è affacciato nel Mondiale vestendo da subito i panni dell’istrione (“Io il Biaggi della 125? Al massimo, è lui il Rossi della 250!”, ottimo modo per fare amicizia con un allora tra volte iridato dal carattere non proprio solare); si è fermato a fare pipì alla fine di un Gran Premio e dato un passaggio a un pollo di nome Osvaldo. Non solo, beninteso: l’aneddotica è lunga, a compilare una Rossipedia hanno contribuito gli innumerevoli fans nel corso di un quarto di secolo tondo tondo.

Tutto questo senza bisogno di rispettare un ordine cronologico stretto o contestualizzare eccessivamente: le gag di Valentino Rossi sono sin troppo semplici da ritrovare in Rete e fanno parte di quel suo periodo che i francesi – che, tra due Sarron e un De Puniet, hanno dovuto aspettare un Quartararo per provare a soddisfare la malcelata grandeur iridata – definirebbero léger, quel leggero permeato di fanciullezza che ormai non appartiene più a un quarantaduenne. Saggezza? No, clessidra con tanto di bimba in arrivo. Qualche preoccupazione tecnica, un’Academy da portare avanti e un discreto casino da gestire con gli sponsor per il futuro team di MotoGP. Insomma, i tempi cambiano, ed è normale che sia così.

Il secondo, Antonio Cairoli, più che con i sorrisi (che pure non mancano) demanda i propri comunicati stampa a un’espressione che non può non esprimere la stesso orgoglio siciliano di un Nino Vaccarella alla Targa Florio: contorni forse meno epici rispetto al Preside Volante (che molto giocava sulla cosa), ma stessa polvere e fango, duro e sedimentato al sole, dei primi campetti da minicross. Non solo le Madonie come campo di gara, ma i campi di mezza Europa oltre a varie incursioni tra Brasile, Sudafrica e Giappone. Spalle e ginocchia a dare problemi con ritmo cadenzato (nel 2008 sarà proprio il ginocchio a precludere la difesa del titolo mondiale) poco possono – una sorta di pegno da pagare all’ortopedico richiesto dalla scalata al vertice – di fronte a un talento cristallino che, in breve tempo, si affaccia al Mondiale lasciando subito il segno.

Cross significa, in quel periodo, quella disciplina un po’ da matti e molto da acrobati che ha espresso talenti di ottimo calibro, capaci di issarsi in cima al mondo: da Alex Puzar a Chicco Chiodi, passando per quell’Andrea Bartolini iridato a fine secolo scorso nella 500, che hanno colmato il vuoto generazionale lasciato dal duo Rinaldi-Maddii. Visto che l’italico popolo, sportivo e non, ama vivere di dualismi, il contraltare di Antonio ha un nome belga, David – e il cognome Philippaerts. Che vuol dire “talentuoso crossista proveniente da una famiglia di altrettanto talentuosi, vedasi alla voce padre e nonno, crossisti”. Il tempo di una raffica sistematica di allori iridati e Tony rimane solo in vetta, con David martoriato da vari problemi fisici: si ringraziano, in ordine sparso, i signori Lavoro e Tenacia, senza dimenticare Paola e Benedetto, vale a dire papà e mamma tifosi, primi sponsor e infaticabili sostenitori. Messer Talento? Lasciato per ultimo onde evitare di incorrere in poco eufoniche ripetizioni, solo per questo. 

Si sono sfiorati, Valentino e Antonio: troppo diversi per incrociarsi realmente, ma autori di più di un’incursione nei rispettivi campi di competenza. Il marchigiano che pratica cross (nel 2010 ci rimette una spalla, giusto per meglio battezzare il passaggio da Yamaha a Ducati; nel 2017 tibia e perone, per onor di precisione, sono immolati sull’altare dell’enduro) e il siciliano più di una volta prova l’ebbrezza di qualche giro sulla KTM da MotoGP. Eppure un punto di contatto si può trovare nel Monza Rally Show, e non serve aprire il libro dei ricordi più di tanto, visto che è storia recente. Beh, tutto è relativo, visto che molti protagonisti di oggi (ai tempi del Capirossi iridato da minorenne si sarebbero chiamati baby-piloti, ora costituiscono la regola più che l’eccezione) all’epoca si dividevano tra girello e minimoto. Facciamo così: dimentichi dell’edizione 2015, basta tornare a dicembre 2018 per vedere Rossi vincere il Rally e Cairoli prendersi la rivincita nel Masters’ Show. Le quattro ruote come punto di contatto, buone per esaltare il pubblico presente (già, uno degli ultimi periodi in cui il Covid non si sapeva neppure cosa fosse) e democristianamente sancire un pari e patta tra i due.

Escono di scena insieme, Rossi e Cairoli: il primo cercando l’ultimo guizzo partendo dalle ormai sistematiche retrovie (Misano sarebbe un finale gradito a ogni cantastorie), in una MotoGP che ha compattato tempi e valori e inizia a risultare indigesta anche a chi non è arrivato ai trent’anni; il secondo, ultimo highlander dopo gli addii di Paulin e Desalle, battagliando ancora nelle prime posizioni – ideale raccordo tra il passato del dieci volte campione Everts e il futuro di Herlings, 93 vittorie tante quante Tony, nel mirino il record assoluto dell’appena citato belga a quota 101.

Con il comune denominatore della famiglia quale sbocco naturale: quella di Valentino è relativamente recente e si chiama Francesca (per tacere della nascitura erede), di origine lombarda; quella di Antonio, da più lungo tempo, di nome fa Jill ed è olandese (Chase, il primo figlio, è bipartisan, senza dimenticarsi di chiamarlo anche Ben – omaggio al nonno scomparso). Inversione di ruoli e ricerca dell’esotico del meno mediatico Tony a fronte di un’imprevedibile voglia di normalità del Dottore? Impossibile dirlo, tanto più che si entra nella sfera privata di chi, per sopravvenuti limiti d’età, ha deciso di lasciare ad altri le luci di una ribalta che li ha visti guardare dall’alto in basso il mondo con la sistematicità e la ferocia agonistica dei Campionissimi.