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Astenersi bambini, chiaccheroni, piloti da bar e sbruffoni. La Lancia 037 era il setaccio che separava il grano dalla pula; il punto di non ritorno per quanti sottovalutavano cosa significasse guidare una vettura a trazione posteriore dalle risposte progressive quanto un martello che batte su di un’incudine. 037 era per uomini veri. Nata a inizio Anni ’80 per competere nel Gruppo B del Campionato del Mondo Rally, ebbe origine grazie alla collaborazione tra la Lancia, la carrozzeria Pininfarina, la scuderia Dallara e l’Abarth. Quando ne venne presentata la versione stradale, nel 1982, nessuno immaginava, però, di aver dato vita a un “mostro sacro” dell’automobilismo.

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Sviluppata sulla base della Beta Montecarlo Turbo da pista, era chiamata a raccogliere l’eredità delle vincenti Fiat 131 Abarth e Lancia Stratos. Un’eredità pesantissima, al punto che la ricerca delle massime prestazioni influì marcatamente sul design. Il cofano anteriore, ad esempio, era in vetroresina e presentava una leggera bombatura al centro per accogliere la piccola ruota di scorta, mentre l’analogo componente al retrotreno, incernierato al tetto per agevolare gli interventi di manutenzione, era caratterizzato dall’ampio lunotto in vetro che lasciava il motore in bella vista. Lo spoiler, morigerato quanto un abito da sera di Miley Cyrus, era di serie per la vettura da gara, optional per la versione stradale, mentre lungo le fiancate, nella zona del retrotreno, spiccavano due vistose prese d’aria per “ossigenare” il propulsore.

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L’abitacolo? Silenzioso quanto il decollo di un F16… Nonostante la doppia paratia che separava l’abitacolo dal motore, il sound travolgeva il guidatore. Il 4 cilindri in linea di 1.995 cc, caratterizzato dalla distribuzione a doppio albero a camme, da 4 valvole per cilindro, dall’alimentazione mediante carburatore doppio corpo, dalla lubrificazione a carter secco e, soprattutto, dalla sovralimentazione mediante compressore volumetrico tipo Roots, erogava 205 cv e 250 Nm di coppia con la progressività di una catapulta – ai bassi regimi era vorace di giri quanto un Velociraptor – e consentiva alla 037 Stradale di toccare i 220 km/h passando da 0 a 100 km/h in 6,0 secondi, complice il peso contenuto in 1.250 kg. Il motore poteva pertanto contare su di una potenza specifica di 102,5 cv/litro: tuttora un miraggio per molte sportive.

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Ogni particolare, nella 037, trasudava agonismo: dalla plancia in resina rivestita in neoprene alla zona frontale in lega leggera, dalla carrozzeria in Kevlar e fibra di vetro alla falsa monoscocca centrale abbinata a telaietti tubolari anteriori e posteriori, dal roll bar in tubi a sezione circolare al differenziale autobloccante, dall’impianto frenante Brembo corredato di dischi autoventilanti al cambio manuale a 5 rapporti della tedesca ZF collocato a sbalzo, alle spalle del motore. Non meno raffinato, specie considerando il periodo storico, lo schema delle sospensioni a triangoli sovrapposti sia all’avantreno sia al retrotreno, corredato di doppi ammortizzatori posteriori a stelo rovesciato. L’altezza da terra era regolabile, complice una ghiera che portava alla compressione delle molle elicoidali, mentre i cerchi scomponibili da 15 pollici calzavano pneumatici anteriori 205/55 e posteriori 225/50. Della variante stradale vennero realizzati 200 esemplari; il minimo indispensabile per l’omologazione in Gruppo B.

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Campione del Mondo Rally nel 1983, la versione da gara venne guidata da piloti del calibro di Markku Alen, Fabrizio Tabaton, Walter Röhrl, Jean-Claude Andruet, Henri Toivonen, Miki Biasion, Gianfranco Cunico e Dario Cerrato, oltre che dal compianto Attilio Bettega che, proprio al volante della 037, trovò la morte nel 1985 in Corsica. Fu l’ultima due ruote motrici a conquistare l’iride, sostituita dalla Delta S4 a trazione integrale.

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