De Tomaso Mangusta: l’ammazza cobra

Quando nel 1965 Carroll Shelby, ideatore della Cobra, “bidonò” De Tomaso, questi diede vita alla sportiva Mangusta, in onore del carnivoro celebre per uccidere i letali serpenti. Una supercar mossa da un V8 4.7 da 309 cv.

10 dicembre 2014 - 20:12

Nacque da un moto d’orgoglio, similmente alla Lamborghini 350 GT. O forse, più correttamente, per lo sgarbo subito dal pilota e costruttore argentino Alejandro de Tomaso ad opera del celeberrimo Carroll Shelby. Comunque venga interpretata la storia, la De Tomaso Mangusta è stata una delle vetture più rappresentative della produzione automobilistica sportiva degli Anni ’60.

Nel 1965, De Tomaso aveva riposto molte speranze nel progetto della P70 (altresì detta Sport 5000); auto che avrebbe potuto segnare la svolta per la piccola Casa modenese, fino ad allora autrice solamente di alcune vetture da competizione e della coupé Vallelunga. Le speranze di successo erano legate alla partnership con Carroll Shelby, in cerca di una nuova base telaistica per le proprie Cobra. Il designer, pilota e imprenditore americano venne però coinvolto dalla Ford nello sviluppo della GT40, abbandonando ogni proposito di collaborazione con la factory italiana. De Tomaso non se la prese a male… ebbe un vero e proprio travaso di bile! S’infuriò al punto da convertire all’utilizzo stradale lo chassis della P70 e chiamò la nuova supercar Mangusta, in onore del carnivoro celebre per uccidere i Cobra. Un “omaggio” a Shelby.

Punto di forza dell’auto era la struttura a trave centrale con il motore, collocato centralmente, con funzione portante. Il propulsore, nel dettaglio, era un possente V8 4.7 di derivazione Ford, caratterizzato dalla distribuzione monoalbero ad aste e bilancieri ed elaborato dalla Casa modenese così da erogare 309 cv e 530 Nm di coppia. Un’unità che lavorava in abbinamento a un cambio manuale ZF a 5 rapporti. Esclusivamente per il mercato degli Stati Uniti, la Mangusta venne dotata di un meno performante V8 5.0 da 221 cv. Disegnata da Giorgetto Giugiaro, era fortemente caratterizzata dalle portiere ad ali di gabbiano in corrispondenza del motore. Una primizia stilistica più unica che rara. Grazie al peso contenuto in 1.322 kg, scattava da 0 a 100 km/h in 6,0 secondi e raggiungeva i 249 km/h. Le sospensioni – lo stato dell’arte per l’epoca – seguivano lo schema a ruote indipendenti e triangoli sovrapposti sia all’avantreno sia al retrotreno, mentre i cerchi erano in magnesio da 15 pollici. La Mangusta usci di produzione nel 1971, “pensionata” da un altro mito dell’automobilismo italiano: la Pantera.

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