Indy o Monaco, per noi non fa differenza

Agli antipodi per concezione, Montecarlo e Indianapolis si corrono spesso in concomitanza. Già, ma chi corre nel Principato non è detto che non possa ben figurare sull'ovale dell'Indiana, e viceversa. Fino alla vittoria

28 maggio 2012 - 11:05

In un weekend che ogni appassionato di sport motoristici sogna, sono andate in scena due grandi classiche: nella vecchia Europa, il settantesimo Gran Premio di Monaco; parecchie miglia (e un Oceano) più a ovest, la novantaseiesima edizione della 500 Miglia di Indianapolis.

Due film paralleli, con finali distinti eppure con interpreti che, nel corso della storia, hanno cambiato palco con incredibile naturalezza. E una versatilità che, mai come in questa circostanza, battezza il vero Campione.

Nel 1965, Jim Clark dovette rinunciare a correre a Montecarlo perché, in assenza del dono dell’ubiquità, lo aspettava il catino dell’Indiana: oltreoceano vinse la 500 Miglia e, quell’anno, si laureò Campione del Mondo di Formula 1 per l’ultima volta in carriera. Curiosamente, tra lo scozzese volante e il toboga monegasco non è mai sbocciato l’amore (il miglior risultato a Montecarlo è un quarto posto nel 1964), a dimostrazione che i matrimoni combinati – quello tra un circuito che impone una sensibilità di guida ben superiore alla media e la tecnica sopraffina di Clark – non sempre funzionano. Anche se tutto farebbe presupporre l’esatto contrario.

L’anno dopo, Graham Hill corse sia a Monaco, sia a Indy: il 22 maggio fu terzo tra le stradine del Principato su una BRM e il 30 maggio fu il secondo pilota di Formula 1 a violare lo Speedway, compiendo un vero e proprio capolavoro. Hill qualificò in quindicesima posizione la Lola-Ford numero 24, compì in testa solo dieci dei 200 giri previsti, eppure vinse alla media di 159,243 miglia orarie. A Indy mandò in scena tutto il repertorio di sagacia tattica che gli permise di conquistare, finora unico nella storia, la corona di vincitore di Indy (nel 1966, appunto), di Montecarlo in Formula 1 (1963, 1964, 1965, 1968 e 1969), di Le Mans (vinse la 24 Ore nel 1972) e di due allori iridati in Formula 1 (1962 e 1968). Tra l’altro, tra Hill e Montecarlo il legame è pressoché viscerale: ebbe qui l’alfa della propria carriera nel 1958, l’omega nel 1975. L’ultima vittoria, datata 1969, fu proprio a Monaco. E il record di cinque vittorie (su un totale di 14 affermazioni in Formula 1!) resistette fino al 1993, quando un certo Ayrton Senna da Silva lo superò a quota sei.

Nel 1969, un giovane Mario Andretti trionfava sullo Speedway di Indianapolis: in Formula 1 aveva già debuttato nel 1968 (peraltro con una fragorosa pole position, un’impresa riuscita a pochi nei 63 anni di storia del Circus), ma con Monaco si sarebbe confrontato solo nel 1971. Il feeling tra Andretti e Montecarlo non è mai sbocciato: il debutto fu macchiato da una mancata qualificazione sulla Ferrari numero 6. E dire che, due gare prima, l’istriano aveva colto la prima vittoria in Formula 1 sempre sulla Rossa! Il secondo tentativo avvenne nel 1975: nono in prova su una Parnelli, e ritirato dopo pochi giri in gara. Gli unici punti iridati in terra monegasca risalgono al 1977: Andretti, reduce da due vittorie (USA Ovest e Spagna) strappò un quinto posto in scia a Jochen Mass. E anche il 1978, l’anno della Lotus pigliatutto, vide un undicesimo posto poco glorioso: nomen omen, l’irruento Piedone non poteva amare un circuito in cui bisogna usare il cesello.

L’impresa più recente – l’unica in grado di competere con quelle di Hill e Clark – appartiene a Juan Pablo Montoya, un altro di quei piloti che si direbbero allergici a Montecarlo. Il colombiano trionfò a Indy nel 2000 sulla G-Force del team Ganassi e, a stretto giro di posta, si trasferì in Formula 1. Nel 2001 un testacoda al secondo giro pose fine al suo primo GP di Monaco: ebbe tempo di rifarsi nel 2003 con un trionfo clamoroso su Williams. Clamoroso perché l’ultima volta che il team inglese aveva violato il Principato era stato giusto vent’anni prima (con Keke Rosberg), e perché Montoya, da tutti ritenuto spadista, si scoprì fiorettista sopraffino.

Dilatando l’orizzonte temporale, e rimanendo nella ristretta cerchia degli assi del volante, non si può tralasciare Emerson Fittipaldi: in carriera, il due volte Campione del Mondo di Formula 1 non ha mai vinto Montecarlo, anche se è salito tre volte sul podio. Due volte è risultato secondo: nel 1973 dietro Stewart, e nel 1975 battuto per poco più di due secondi da Lauda. Nel 1972, O Rato fu terzo. Una ventina d’anni dopo – anni di grazia 1989 e 1993 – il brasiliano passava dallo champagne condiviso con i Principi al latte degustato sulla brickyard di Indy. Sliding doors? Mai come in questo caso, c’è da pensarlo.

Così lontani tanto sulla carta geografica quanto nello spirito, Indy e Monaco sono da decenni facce della stessa medaglia. Quella che ha portato, in misura minore rispetto ai piloti di cui sopra, i vari Jacques Villeneuve (vincitore a Indy nel 1995 e quarto a Monaco nel 2001) o Michael Andretti (mai vincitore né a Monaco, dove ha corso solo nel ’93, né in Indiana) a cimentarsi in due gare talmente opposte da costituire, in maniera inconfutabile, la Storia dell’automobilismo. Quella che i piloti si divertono a solcare e a sfidare, da ultimo l’insospettabile Jean Alesi: ventidue anni fa stupendo secondo al debutto a Monaco, e ieri squalificato a Indy per manifesta lentezza della propria Lotus.

Eppure, tra chi è abituato alle 200 e più miglia di media degli ovali e le chicane di Monaco non sempre è odio a prima vista: nell’83 lo statunitense Danny Sullivan vi marcò gli unici due punti della sola annata trascorsa in Formula 1 partendo ventesimo e arrivando quinto al traguardo. Sovrastato dal compagno di squadra Michele Alboreto, tornò in Patria quello stesso anno. Vinse Indy nel 1985 e si laureò Campione di Formula Cart nel 1998. Con buona pace di chi lo considerava scarso in Europa.

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