La Pikes Peak non c’è più

La cronoscalata più famosa del mondo ha perso il proprio fascino. L’asfaltatura integrale del percorso nel 2012 ha portato a prestazioni velocistiche monstre e alla presenza di raffinati proto elettrici, ma lo spettacolo, il divertimento e l'imprevedibilità del percorso "misto" si sono spenti

3 luglio 2014 - 9:07

E' come se al Tourist Trophy venissero realizzate le vie di fuga. Alla 500 Miglia di Indianapolis fossero inserite le chicane. E il Karussell al Nürburgring fosse spianato: trasformato da parabolica in semplice curva. E' come se togliessero i sassi dall'Erzberg. Non basterebbe tutto il San Crispino del 2013 per giustificare tanta follia. I miti del motociclismo e dell’automobilismo vanno tutelati. Stravolgerli è impensabile. Eppure, la cronoscalata più celebre al mondo è stata snaturata. Trasformata da competizione epica a semplice gara di velocità. La Pikes Peak è cambiata. Troppo.

Lunga 19,9 km, forte di 156 curve, con il traguardo posto a 4.300 metri di quota. Uno spettacolo che trascende la competizione evocando i grandi raduni motoristici di Daytona e Indianapolis. Veloce, in alcuni tratti velocissima (oltre 240 km/h), l’hill climb americana, giunta alla 92esima edizione, è caratterizzata da una carreggiata ampia che, nella parte centrale e terminale, si dipana in una nutrita serie di tornanti e passaggi a picco sul vuoto. Terminata la vegetazione, la strada corre verso le nuvole ricca di gibbosità e priva di barriere laterali. La “sfida contro il cielo” deve la propria fama al fondo sterrato, mantenuto (almeno parzialmente) sino al 2012, anno della definitiva asfaltatura, e ai prototipi monstre che tradizionalmente vi prendono parte. Cambiamento, quello di superficie, che ne ha incrinato fortemente fascino e spettacolarità. Dalla guida “sporca” si è passati alle percorrenze in traiettoria stile Monza. Dalle derapate si è arrivati al ginocchio a terra. Dai tubolari costruiti in garage ci si è spinti alle sport prototipo elettriche assistite da uno stuolo di ingegneri che nemmeno l’Apollo 13 aveva mai visto. Tutto è cambiato.

Il film Climb dance, dedicato alla vittoria di Ari Vatanen alla Pikes Peak del 1988 al volante della Peugeot 405 T16. Ai tempi il percorso era, splendidamente e integralmente, sterrato

L’anno scorso l’eco mediatica era stata eccezionale: la presenza ufficiale del team Peugeot Sport e del nove volte Campione del mondo Rally Sébastien Loeb aveva catalizzato sul Colorado l’attenzione degli appassionati e della stampa. Attenzione ripagata dalla vittoria della 208 T16 PP con conseguente record – tuttora imbattuto – della manifestazione (leggi la cronaca dell’evento). Tanto clamore era riuscito a celare, almeno parzialmente, la perdita di fascino di un evento trasformatosi da impresa epica – accessibile a tutti – a gara di velocità nuda e cruda. Certo restano le incertezze climatiche dovute all’alta quota, i panorami mozzafiato e i passaggi a picco sul baratro, ma tecnicamente la Pikes Peak moderna non ha nulla in più rispetto a una comune cronoscalata. Lo sterrato l’aveva resa mitica. L’alternanza di fondi – terra e asfalto – l’aveva trasformata in un’avventura. Obbligando i piloti a cambiare radicalmente stile di guida durante la medesima salita e i costruttori – per lo più artigiani – a cercare compromessi nell’assetto e nell’erogazione tanto delle vetture quanto delle moto. Oggi, fatta eccezione per alcune irregolarità del manto stradale nel tratto finale, si corre su di un biliardo. Prova ne è il record di Loeb, ottenuto a quasi 141 km/h di media.

La salita del vincitore di quest’anno Romain Dumas su Norma M20, mossa da un 4 cilindri in linea 2.0 turbo Honda da 450 cv. Il proto francese pesa 610 kg

Ha perso fascino, ma è cresciuta in professionalità e performance. E chi se ne frega, verrebbe da dire. Il mito si sta sgretolando. La base si sta allontanando. La Pikes Peak era fatta di appassionati – un po’ matti – che con un pick-up più o meno preparato, un proto costruito in cantina (magari con 500 cv), un camion con quattro slick e una scrambler a ruote tassellate affrontavano la “corsa contro il cielo” per puro divertimento. Quest’anno, invece, il francese Romain Dumas – pilota ufficiale Porsche nel WEC (Campionato del mondo Endurance) – ha trionfato al volante di una Norma M20 RD Limited sfruttando pneumatici da 13 pollici dell’italiana LeCont, azienda specializzata nel karting; a riprova di quanto la Pikes Peak si sia avvicinata alle corse in circuito. Sopravanzando, peraltro, i proto elettrici MiEV Evolution III, ufficiali Mitsubishi. Tra le moto ha svettato Jeremy Toye in sella a una Kawasaki ZX-10R precedentemente utilizzata da Tom Sykes in Superbike (!). Perennemente con il ginocchio a terra, nemmeno fosse a Misano. Oggi va così, si corre con le superbike (non a caso quest'anno si è iscritto alla gara anche Guy Martin), un tempo si viaggiava con le motard su cui occorreva scegliere attentamente il tipo di pneumatici per avere il giusto grip sull'asfalto e non sdraiarsi sullo sterrato. E si è tornati, tristemente, a registrare un decesso. Non accadeva dal 2005. Il veterano Bobby Goodin su Triumph Daytona 675 R è giunto al traguardo ma, distrattosi per salutare il pubblico, ha terminato la propria corsa nell’area sterrata residuale perdendo il controllo e schiantandosi contro le rocce. Cari Americani, fatevi un regalo: comprate un bell’aratro e polverizzate l’asfalto! Per una volta, tornare indietro significherebbe andare avanti.

1 commento

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