Serial winner: una razza a parte

Oltre i campioni, più in alto dei campionissimi. Ecco i cannibali degli sport motoristici: quelli che, di un solo titolo iridato, non sanno cosa farsene

22 novembre 2012 - 9:11

Se il Mondiale di Formula 1 non ha ancora scritto il nome dell'iridato 2012 nel proprio albo d'oro, con la contesa circoscritta a Sebastian Vettel e a Fernando Alonso, la conclusione non può che essere una: bravissimo chi si aggiudicherà il titolo, ma ancora poca cosa di fronte alla Storia. Anzi, al Gotha, visto che – titoli dei due alla mano – non si potrà parlare altro che di tre volte Campione del Mondo.

Meglio partire da un presupposto: in Formula 1, difficilmente si arriva quando si ha poca confidenza con il pedale del gas. Gli stessi piloti che hanno fatto sorridere impietosi gli esperti da bar, ammazzacaffè, chiacchiera da Gazzetta e analisi tecnica a 24 pollici, spesso hanno ottenuto risultati significativi in categorie minori o alternative. Ogni anno, giusto per sciorinare la gestione dell'ovvio, il Campione del Mondo è uno solo. E tanto basta per parlare d'impresa. 

Tuttavia, chi riesce a fregiarsi dell'iride nulla può dire davanti ai 7 titoli di Michael Schumacher. Il tedesco neorottamato in favore di Lewis Hamilton ha vinto nel 1994 e nel 1995 su Benetton, e instaurato una vera e propria dittatura sportiva dal 2000 al 2004. Trionfi sudati in alcuni casi e sofferti in altri: la sconfitta non fa parte del DNA di un serial winner, riducendosi a incidente di percorso. Come nel 1997 – il termine incidente non è casuale – quando speronò in nome del titolo Jacques Villeneuve al 47° giro del decisivo Gran Premio d'Europa: manovra che gli costò l'esclusione dalle classifiche iridate e un discreto conto dal carrozziere per la F310B immolata contro la Williams del canadese. O nel 2006, quando la sfortuna presentò a Schumacher il conto sotto forma di Gran Premio del Brasile: il tedesco corse, con buona probabilità, la gara più bella della sua ultraventennale carriera, ma il titolo fu appannaggio di un giovanotto asturiano, tal Fernando Alonso.

Kaiser Schumi, col titolo 2003, sopravanzò il cinque volte iridato Juan Manuel Fangio, fino ad allora primatista. Con Fangio si torna indietro all'epoca pionieristica della Formula 1: nella sua vita a 300 all'ora, l'argentino recitò l'avemaria dell'uomo da battere nel 1951 e, ininterrottamente, dal 1954 al 1957. Nel 1958, ormai quarantasettenne, decise di abbandonare: nel conclusivo Gran Premio di Francia, il ferrarista Mike Hawthorn si rifiutò di doppiarlo in segno di rispetto. Frenata omaggio al Maestro (così era noto Fangio a tifosi e avversari), e la maschera di sudore e sofferenza del grande argentino tagliò l'ultimo traguardo della propria carriera a pieni giri: un gesto che oggi sarebbe anacronistico, ma che – in quel mondo impregnato di rischio e cavalleria – ci stava appieno. Dietro di loro, il Professor Prost con quattro titoli. Tutti conquistati con il cervello: quando ci mise il cuore, il francese dovette lasciare strada libera prima allo scanzonato Nelson Piquet (1983: due punti di distacco) e poi al resuscitato Niki Lauda (1984: per mezzo punto di distacco, lo scarto più esiguo della storia).
 
Nei rally, il nome è uno solo: Seb Loeb. Rispetto alla Formula 1, il titolo piloti viene assegnato con 29 edizioni di ritardo: il Campionato internazionale costruttori esiste dal 1970, ed è diventato ufficialmente Campionato del mondo rally tre anni dopo. Il titolo piloti esiste solo dal 1979, ma l'egemonia dell'alsaziano è di quelle destinate a durare. Dal 2004 a oggi l'albo d'oro è una monotona ripetizione, e solo dal 2013 vi sarà una casella libera alla voce "Campione del mondo". Il motivo è semplice: Loeb ha detto basta. Da imbattuto negli ultimi nove anni, ovvero da 9 volte Campione del Mondo in carica. Al confronto, i 4 titoli a testa di Kankkunen e Makinen sembrano l'avventura di un turista che si trova a dovere montare le catene da neve all'improvviso.

Nove sono tanti e rappresentano il massimo per l'espressione più alta degli sport a quattro ruote, ma sono poca cosa di fronte a quanto si può trovare nel motociclismo. Dici Motomondiale e pensi ai 15 inarrivabili titoli del Divino Ago: sette in 350 e otto in 500. Si può ricordare a vita come spesso Agostini abbia vinto titoli correndo praticamente da solo. Ma l'albo d'oro se ne dimentica consapevolmente, e rende lustro alla carriera del Campionissimo per antonomasia. A ruota di Agostini non può non essere citato lo spagnolo Angel Nieto: 13 titoli per lui, anzi – per dirla con sue parole – 12+1. La superstizione ha accompagnato per tutta la carriera Nieto. E, a conti fatti, gli ha portato bene. Qualche gradino più sotto, il terzetto composto da Carlo Ubbiali, Mike Hailwood e Valentino Rossi. Absit iniuria verbis, l'ordine è rigorosamente cronologico. Per tutti e tre il rimpianto si chiama doppia cifra: Lorenzo permettendo, Valentino sembra intenzionato a chiudere il cerchio il prossimo anno.

Nel fuoristrada, con una dose di legittimo campanilismo, brillano i 6 titoli iridati di Antonio Cairoli: una serie aperta che il cannibale di Patti conta di rimpinguare già dal 2013. E magari di raggiungere entro fine carriera (visto che la carta d'identità del siciliano parla di sole 27 primavere) i 10 trionfi del belga Stefan Everts, spalmati tra il 1991 e il 2006. Affiancato a Cairoli sul podio di tutti i tempi, il belga Joel Robert: i suoi titoli si perdono nei meandri della storia e sono concentrati in 250, ma hanno rappresentato a lungo le Colonne d'Ercole per tutti i crossisti. Tra chi non salta ma arrampica, i 7 mondiali outdoor di Jordi Tarrés e Dougie Lampkin sono superati dai 12 dello stesso Lampkin (contando anche gli indoor, dove l'inglese si è affermato per cinque volte). A quota 10, esclusivamente al chiuso, Toni Bou: la corona del più grande, nello specifico, va contesa tra competizione all'aperto e al chiuso.

Da ultimo, la chiusura spetta a Richard Petty. The King, l'unico che è stato chiamato con l'appellativo di Re. Figlio d'arte, Petty ha vinto 7 titoli Nascar (al pari di Dale Earnhardt, l'Intimidator morto sul campo nella Daytona 500 del 2001), 3 Grand National e 4 Winston Cup, con il corollario di 7 trionfi nella Daytona 500. 200 sono le vittorie complessive di King Petty, un record all-time che solo i più audaci possono sognare di avvicinare. Figlio della Carolina del Nord, proveniva da un paese in cui l'unico sbocco sembrava essere coltivare tabacco o allevare maiali. Da Level Cross è arrivato sul tetto del mondo. Il suo, ovviamente: quello a stelle e strisce. Quello in cui The King è solo lui. E poco male se tutto ciò che non siano Stati Uniti d'America lo ignora.

La sua ultima gara risale al 1993 (niente male per un pilota nato nel 1937): sull'Atlanta Motor Speedway, The King si qualifica trentanovesimo sulla sua STP Pontiac. Centosessantamila spettatori sono lì per vederlo. La sua gara dovrebbe finire al novantaquattresimo giro: incidente, tutti a casa e il Re in pensione. No, fuck, non può finire così. Quello che resta dell'auto riguadagna i box e i meccanici la riparano come se The King fosse in gara per il titolo più importante della sua vita. Il lavoro è frenetico al pari dei giri inanellati da chi corre: a due tornate dalla fine il Re è di nuovo in pista.

Stanco, rabberciato, sofferente. Ma in piedi, pur se barcollante. Trentacinquesimo al traguardo, una posizione da reietto del volante. E invece al Re è concesso il giro d'onore. Piange, come non aveva mai fatto neppure per il dolore nel 1980 a Pocono. Curva 2, muro, schianto: il collo non si rompe per miracolo, e The King decide di proseguire la stagione tenendo segreta la portata del suo infortunio, pur sapendo che un altro incidente potrebbe risultare mortale. E invece no: il Re è in piedi. Continua a correre. E a fottersene degli altri sudditi che lo vogliono spodestare sui propri cavalli da corsa.

 

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