PROLOGO

Cento anni fa, era il 4 novembre 1917, nella fase più cruenta del grande conflitto mondiale, prese il via la 13ª edizione del Giro di Lombardia. Incredibile come solo undici giorni dopo la tragica battaglia di Caporetto (24 ottobre), che ci costò 12.000 morti, 30.000 feriti e oltre 260.000 prigionieri, la Gazzetta dello Sport riuscì a far disputare la corsa che sarebbe in seguito diventata la “Classica delle foglie morte”. Quasi come se l’Italia volesse distogliere occhi e pensieri da ciò che stava accadendo nelle trincee al confine con l’Austria e che ci volle un altro anno di guerra per trasformare in armistizio e vittoria.

UN GIRO “MACCHIATO” DI ROSA

Ma torniamo alla parte più lieta della storia, ossia quella a pedali. L’edizione del Giro di Lombardia di quell’anno riservò una sorpresa, che ci piace raccontare citando le parole di uno degli organizzatori della rievocazione, da leggere con intonazione e timbro tipici dei documentari dell’Istituto Luce…
“Alla partenza da Milano, il ciclismo tricolore schiera al via le migliori forze: Girardengo, Torricelli, Aimo, Sivocci, Gremo e Belloni (pur con scarso allenamento); avrebbero duellato con i campioni stranieri, su tutti il belga Thys, detto “il Bassotto”, sergente dell’aeronautica e già vincitore di due Tour de France e il “Campione dei campioni”, vale a dire il francese Henry Pelissier. Tra la sorpresa e lo scetticismo generale, al via col numero 74 anche Alfonsina Strada, signorina gagliarda con garretti d’acciaio e cuore immenso, unica donna capace di misurarsi con i ciclisti uomini.”
Ecco la sorpresa: una donna che contro una tradizione e una società maschilista e conformista, non solo prese il via, ma giunse al traguardo portando a compimento una corsa che le costò anche oltraggi e sbeffeggi lungo il percorso.

AMORE E GAMBE

Quella della 13ª edizione del Giro di Lombardia è solo una delle incredibili rievocazioni organizzate dalla Nova UVI (l’Unione Velocipedistica Italiana era l’antenata della FCI), un’associazione ligure di Varazze, che si prefigge lo scopo di promuovere il ciclismo storico con particolare riferimento ai primi anni del ‘900.
Due altre “pazzie” sono state la Milano-Bologna, rievocazione della prima tappa del primo Giro d’Italia del 1909, 397 km da percorrere in sella a biciclette rigorosamente ante 1910, con partenza da Piazzale Loreto alle ore 02:53. La Lucca-Roma, rievocazione della tappa più lunga (430 km) mai corsa in un Giro d’Italia (era l’edizione del 1914), per tralasciare varie edizioni della Classicissima, la Milano-Sanremo, banale sgambata con partenza allo scoccar della mezzanotte

Al confronto di questi numeri, il recente Giro di Lombardia, con i suoi soli 204 km, passa quasi in secondo piano, ma se si pensa che lo si è pedalato su biciclette risalenti agli Anni 20 in ferro, con cerchi in legno, freno a tampone e mono rapporto, allora si torna a dare il giusto valore alle cose.
Il programma della rievocazione di oggi replica fedelmente quello del 1917:
– ore 5:45 ritrovo dall’Arco della Pace, a Milano, per le operazioni di punzonatura. Professionisti, numero nero su tela rosa. Dilettanti, numero nero su tela bianca
– ore 6:15 partenza con passaggio da Varese, Brinzio, Como, Lecco e Monza
– ore 18:00 arrivo al Parco Trotter di via Giacosa, Milano.

Previsti 4 controlli e 4 ristori veloci a Gallarate, sul Brinzio, a Erba e Calco ma ognuno deve provvedere in autonomia ai viveri di conforto durante la pedalata come facevano i non accasati. L’assistenza al seguito è garantita dagli amici del Ghisallo nel Comune di Magreglio (CO).

OMAGGIO AD ALFONSINA

Alle 5:45, all’Arco della Pace, si schierano 22 impavidi eroi velocipedisti di cui tre donne decise a onorare il ricordo di Alfonsina Strada (nomen omen), e prendono il via sotto lo sguardo forse più attonito che incuriosito di chi già animava la città.
A Gallarate il primo foglio firma e dopo Varese, verso il Brinzio, la prima tosta salita seguita da una veloce discesa resa ancora più infida dalla pioggia, che nel frattempo ha fatto la sua comparsa. L’acqua smette di cadere verso Erba e il gruppo procede compatto fin dopo Lecco con una prima scrematura sulla salita della Cappelletta all’uscita della città. Ben presto il gruppo torna a riunirsi e le tre ragazze lo portano ai trenta all’ora fino alla temuta salita della Cicognola, a quaranta chilometri dal traguardo. Scollinano tutti indenni e, con il sole che comincia a scendere dietro le montagne, raggiungono Milano con perfetto tempismo al grido di “Viva le donne, viva il ciclismo!!!”

LE ALTRE PROTAGONISTE

Va bene i quadricipiti e i polpacci, va bene la fatica e la tenacia, ma non bisogna dimenticare che a portare a termine queste avventure sono anche le biciclette.
E non si parla di biciclette qualsiasi, qui si pedala su pezzi di antiquariato che hanno anche cento anni… Per lo più francesi, ci spiega Claudio Palazzi (che ha una straordinaria raccolta con pezzi pregiati anche dell’800), perché gli italiani hanno guadagnato terreno e consensi dopo i transalpini, a partire dal 1910.
Quindi diverse Peugeot e Automoto, Devaux, Wonder, Griffon, Olympia una tedesca Wolsit (marchio che sarà poi acquistato da Legnano).
Telai in ferro, cerchi in legno (un’innovazione per avere ruote più leggere rispetto a quelle in metallo…) con freni Bawden a fascetta e pattini in sughero, palmer incollati (camere d’aria e copertoni arriveranno anni dopo), qualcuna con lampada a olio, tutte senza cambio e la maggior parte senza giro ruota, rapporti 46/18 o 46/20. Qualche manubrio “a baffo” e un po’ di “curve”, corone con disegni che esibiscono con orgoglio e raffinata eleganza i simboli o le iniziali della marca, doppia borraccia in metallo al manubrio,  pesi incredibilmente contenuti anche sotto i 13 chili.
Comunque, nel caso abbiate appena trovato nella cantina del nonno un cimelio e vi venisse voglia di provare il fascino del ciclismo eroico, un consiglio: bici vecchia sì, ma ruote nuove…