Monsieur, chapeau…

3 maggio 2018 - 15:05

Se il mirino punta verso Nord, la scelta è quasi obbligata: Fiandre o Roubaix. Resta il fatto che scegliere è un bel dilemma e i sostenitori di entrambe le fazioni hanno tutti ottime ragioni… Così, spesso va a finire che nell’elenco delle cose a pedali da fare almeno una volta nella vita, si segnano entrambe!
DA MAGREGLIO CON ARDORE
Se però si abita al Ghisallo, un luogo anch’esso intimamente immerso nella mitologia del ciclismo, decidere di pedalare alla Roubaix è quasi scontato perché mito chiama mito. Il problema è che, se oltre ad abitare a cento metri dalla chiesetta della Madonna del Ghisallo fai anche parte della NUVI¹, le avventure raddoppiano e diventano due, una dentro l’altra. Perché? Perché pavé, chilometri e meteo a parte, la Paris-Roubaix si affronta pedalando su macchine Anni 20…
ARMA DA PAVÉ
Sì, “macchine”, perché così si chiamano le biciclette vecchie per davvero. E quella di Natale da Magreglio è una Roler’s del 1924: una bici francese artigianale con telaio ispirato a quello delle Labor, anch’esse transalpine. Negli Anni ‘20 queste ultime erano celebri per la grande resistenza torsionale dovuta al particolare disegno “a ponte” del tubo orizzontale, una caratteristica che ne faceva l’arma perfetta per le corse sul pavé (infatti alla Parigi-Roubaix del 1920 la vittoria sorrise a Paul Deman, mentre due anni dopo toccò ad Albert DeJonghe).

 

La Roler’s di Natale è tutta originale a eccezione dei cerchi – ovviamente sono quelli in legno fabbricati dal Cermenati di Guello (migrato a Magreglio nel ’52), gli storici cerchi Ghisallo – e delle gomme, da 28”, lasciate invecchiare al sole perché i dettagli sono importanti. Molto… Difatti, quando dagli organizzatori del Challenge è giunta la ferale conferma dell’obbligatorietà di indossare un casco moderno, il panico di come poterlo abbinare all’abbigliamento – anch’esso Anni 20 – si è impadronito dei pensieri degli eroi più del Pavé d’Aremberg, fino a che qualcuno ha proposto di coprirlo con cappelli di lana.
La Roler’s pesa 16 chili, monta un 46×18 e i pattini dei freni sono ricavati da due tappi di Champagne – la soluzione migliore per frenare sui Ghisallo in legno, grazie al maggiore attrito regalato dalla colla contenuta nell’impasto del sughero.
UN PROGRAMMA QUASI PERFETTO
L’avventura dei velocipedisti avrebbe potuto finire prima di cominciare, il giovedì ante-Roubaix, in una galleria di Basilea, dove il furgone che trasportava le biciclette di Natale e dei suoi 38 compagni di pedale (fra cui due ragazze e un certo Gibo Simoni dalla gamba veloce) è stato tamponato da un distratto automobilista elvetico, ma per fortuna la botta è stata molto superiore ai danni. Bene, secondo ostacolo superato (il primo era il casco…)
Prua verso Nord, destinazione Compiegne, Francia. Il programma era gustoso: venerdì sgambata nella campagna intorno al paese; al ritorno, il sacro rito della punzonatura insieme agli altri seimila appassionati che avrebbero preso parte il giorno seguente alla Parigi-Roubaix Challenge. Sabato gara, con dieci ardimentosi in partenza alle 3:00 di mattina sul percorso da 260 km (quello su cui avrebbero corso i Pro la domenica) e tutti gli altri in sella alle 8:30, a Busigny, per unirsi agli impavidi e condividere il medesimo tracciato fino al velodromo di Roubaix.
Giunti a destinazione la gratitudine fino ad allora riservata a chi era riuscito a trovare alloggio proprio in paese, cosa ritenuta impossibile data la marea di ciclisti e spettatori, si è trasformata in altro. Il motivo di tanta disponibilità di camere era il livello della pensione, una stella e mezza per incoraggiamento… Ma l’avventura e lo spirito di adattamento sono i fondamenti del manifesto della NUVI, dunque poche storie e bagagli in camera.

HAI VOLUTO LA BICI? ADESSO PEDALA!
Il giorno di ambientamento fila via liscio. Si fanno le ultime regolazioni, si assaggia qualche tratto di pavé, si fa un po’ di cinema per le vie della città e si punzonano le macchine. La sera a cena si cerca un bel piatto di pasta sul menu, ma il cuoco dell’albergo ha deciso che quella sarebbe stata la serata cous-cous… Altro attacco di panico. “Tranquilli, troveremo di sicuro un ristorantino che sappia soddisfare le esigenze dei velocipedisti”. Niente da fare, piuttosto che ingoiare le paste viste nei piatti degli avventori di qualche locale nei dintorni, la compagnia torna mesta alla base e fa i complimenti al cuoco, nel pieno spirito di adattamento e temerarietà che li anima.
Tutti a letto presto, che per qualcuno la sveglia suonerà da lì a poco. Alle 3:00 chi sì è iscritto alla 260 km è già sotto lo striscione della partenza, con le luci accese e il maglione di lana indurito dal freddo. A scortare i dieci nottambuli fino a Busigny, dove avrebbe ceduto il volante dal furgone di appoggio per saltare il sella alla sua Roler’s e cominciare la sua Roubaix, c’era Natale da Magreglio.
Come da programma, alle 8:30 tutti e 38 i velocipedisti hanno le ruote sull’asfalto. Le sezioni di pavé cominciano subito dopo Busigny: ce ne sono 29, per un totale di 54 chilometri. Il segreto è affrontarle in testa e a centro strada (ai bordi il pavé è ancora più sconnesso e taglia come una lama), gomiti larghi per non farsi passare ed evitare così di doversi districare fra le bici e le gambe di chi è scivolato a terra, con il rischio di fare la stessa fine e, peggio ancora, di rompere la bici.
La strada prosegue in un continuo saliscendi e, se in salita le macchine dei velocipedisti segnano il passo rispetto alle pronipoti, pagando peso e rapporti, in discesa si rifanno con gli interessi, anche perché i freni è meglio non usarli troppo.

I FRANCESI NON SI INCAZZANO…
Che organizzazione. Si vede che questi luoghi trasudano grasso di catena e i loro abitanti degnano della medesima ammirazione tanto i cicloturisti dalle gambe pelose quanto i pro con le guardie del corpo. Come suonano lontane le parole di Paolo Conte…
Ogni 50 chilometri è stato organizzato un ristoro e i ragazzi dell’assistenza non stanno mai con le mani in mano: una gomma da sostituire, una galletta da stringere, portaborracce e manubri da fissare. Il pavé non perdona. Chissà se sono più vecchie le macchine dei velocipedisti o le pietre della pavimentazione…
Uno a uno, scorrono sotto le ruote i famosi settori di Orchies, Mons en Pevele, Templeuve, Camphin en Pevele… La temuta Foresta di Aremberg è affrontata “pancia a terra”: Natale da Magreglio deve difendersi da un suo compagno che gli aveva promesso che non sarebbe riuscito a uscire da lì davanti alla sua ruota… Il pubblico ai lati della strada, dietro le transenne, osserva stupito questi atleti venuti dal passato e li incita con sincera ammirazione. E proprio la gente è stato l’elemento più emozionante dell’avventura. Parola di Natale, che pur abituato alle centinaia di persone che incontra ogni sabato e domenica su al Ghisallo, dice che sono nulla al confronto delle ali di folla che applaude e grida al passaggio dei corridori e dei velocipedisti. E quando un ragazzino gli urla, pescandolo dal cuore, un “Mounsieur, Chapeau!!!” l’emozione è quasi troppa.
L’ultimo spauracchio è il Carrefour de l’Arbre, aggredito con il coltello fra i denti, menando a tutta ma senza mai perdere il rispetto per le pietre. Intanto, il freddo della mattina si era trasformato prima in tepore, verso mezzogiorno, e ora in caldo pesante (ma tanto la lana mantiene freschi, chiedete ai Tuareg se non ci credete…)
Sono passate quasi otto ore dalla partenza e la media di 25 all’ora non è male. A separare Natale e il suo gruppetto dai cancelli del velodromo sono rimasti solo 20 km; i velocipedisti li affrontano come una cronometro, con le gambe che spingono sui pedali, il cuore che batte sempre più forte e il pensiero a chi aveva assicurato “Qui il vento soffia sempre da Ovest, non vi preoccupate”, sbagliando clamorosamente…
E quando, dopo un’ultima curva a destra, passano sotto le tribune e sbucano sul parquet del velodromo la gioia esplode silenziosa e ruba le parole per lasciare spazio solo ai pensieri. Ci vogliono dieci minuti prima che Natale da Magreglio torni ad aprire bocca, non è facile mandare giù emozioni così forti, ma tanto c’è il lungo viaggio di ritorno e tutto il tempo che verrà dopo, per parlare di ricordi e per decidere la prossima sfida.
Anche se la rievocazione di un Lombardia con scalata al Ghisallo sembra quasi certa…

¹ NUVI (Nova Unione Velocipedistica Italiana)
Nasce nell’autunno del 2016, come naturale conseguenza di diverse avventure a pedali fra cui tre Classicissime e una Lucca-Roma (rievocazione della più lunga tappa della storia del Giro d’Italia), complice un appostamento al tunnel del Turchino che instilla in uno dei padri fondatori la convinzione che, oltre a praticarlo, il verbo debba essere diffuso: “l’Associazione ha per scopo la promozione, la tutela, lo sviluppo e la diffusione del ciclismo storico con particolare riferimento ai primi anni del ‘900, incentivandone lo studio, la cultura e la pratica…” recita lo statuto.
Ma per capire fino in fondo quale sia lo spirito che muove i polpacci degli ardimentosi basta leggere pochi punti del Manifesto della NUVI: “Noi vogliamo praticare l’amore per la fatica e per il sudore; cerchiamo l’abitudine all’energia e alla temerarietà. Il coraggio, l’audacia, la solidarietà, saranno elementi essenziali delle nostre pedalate. Non v’è più bellezza se non nella lotta contro gli elementi. Il correre deve essere concepito come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo”. E, poiché ai nuovi velocipedisti italiani piace fare le cose per bene, per accompagnare le loro imprese c’è anche un vero inno…

Un ringraziamento particolare agli amici del Ghisallino, quasi una seconda casa per i velocipedisti della NUVI e luogo dove molte delle loro idee si trasformano in realtà.

Fotografie di Elisa Romano

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