Prova T°RED Aracnide A01RR titanio

Il titanio, questo sconosciuto. In pochi credono ci si possa costruire una bicicletta da corsa vincente. Peggio per loro...

21 agosto 2016 - 21:08

Ci sono voluti un po’ di mesi e ci si è messa pure una banda di delinquenti specializzati in furti di biciclette, ma alla fine Erica e Romolo sono riusciti a farci guidare la loro preferita. E non hanno nemmeno dovuto cercare di convincermi che, fra i modelli progettati e realizzati dal giovane brand tutto italiano, fosse proprio l’Aracnide in titanio quello più interessante da provare. La parola titanio e il suono inconfondibile che fanno quei tubi quando ci picchietti l’unghia del dito stimolano le endorfine. Non sono un appassionato di primo pelo, mastico bici da un bel po’ e i miei sogni del passato sono stati spesso agitati dai telai Litespeed, e chi non sa che le biciclette con cui Armstrong (per fare un nome conosciuto a tutti) correva e vinceva le sue cronometro al Tour (almeno, i primi) erano proprio Litespeed travestite da Trek… Ecco perché mi è stato facile credere alla promessa che avrei pedalato una bicicletta capace di unire alle sensazioni uniche del titanio, sorprendenti performance da circuito.

Quando mi sono presentato allo showroom di Desenzano per ritirare l’Aracnide anziché il volto di Erica ho trovato il capoccione di Romolo (Stanco, deus ex-machina di T°RED e designer di tutti i telai). Io ho rotto il ghiaccio con con due battute sulla guarnitura compatta con la quale avrei preferito fosse equipaggiata la bici, e lui ha rotto gli argini con tutto ciò che c’era da sapere sia sul brand sia, soprattutto, sul telaio.
Quello di Aracnide è realizzato con tre leghe di titanio differenti in modo da esaltare la rigidità torsionale, per garantire performance, e consentire una flessione controllata, per offrire comfort dinamico: Grado 5 (6Al/4V) per sterzo e scatola movimento; Grado 9 (3Al/2,5V) per triangolo e foderi orizzontali; Grado 2 (quello più “morbido”, con maggior deformazione in compressione) per i foderi obliqui.

Gli spessori sono costanti ma sono differenti i trattamenti termici di indurimento ai quali vengono sottoposte le estremità dei tubi, sia in relazione alla taglia del telaio sia al peso di chi la pedalerà. Questo accorgimento, oltre al fatto che la progettazione si avvale di un software 3D parametrico che integra un modulo di analisi delle sollecitazioni, fa sì che ogni telaio sia effettivamente su misura. Inoltre ogni taglia è realmente proporzionata: per rispettare la geometria alla base del progetto la lunghezza del carro viene variata.

A proposito di misure e geometrie, la “mia” A01RR titanio era una 55,5 cm (56 cm virtuale), con sloping di 4°, tubo sterzo conico (1.5″-1.1/8″) di 155 mm, carro da 407 mm, interasse di 989 mm, rake di 43 mm. Angoli sterzo e sella rispettivamente di 72,75° e 73,5°. Diametro dei tubi, partendo dal triangolo, di 35 mm per l’orizzontale, 48 mm per l’obliquo e 35 mm per il tubo sella; foderi da 22 mm gli orizzontali e 16 mm gli obliqui.
Ciò che si nota subito è l’attacco basso di questi ultimi, soluzione adottata anche da altri costruttori, motivata in questo caso dalla ricerca di tre vantaggi: il più ovvio è compattare le dimensioni del carro e irrigidirne la struttura; un secondo è l’esaltazione della risposta elastica dei foderi obliqui, che si annullerebbe nel caso fossero saldati in corrispondenza del rigido nodo sella da 31,8 mm; l’ultimo è l’ottimizzazione delle caratteristiche meccaniche del materiale con cui sono costruiti.

I possibili allestimenti variano in considerazione dei gusti e del budget del cliente e contemplano una versione dotata di freni a disco (e ovviamente forcella con perno passante); vi è comunque una predilezione verso le componenti marchiate Deda, 3T e FSA/Vision. Sulla mia, accanto alla trasmissione mista SRAM RED con guarnitura FSA K-Force 53/39 e cassetta 11-25, ruote Vision Metron 55 e 81 con tubolari Veloflex Criterium 23″, sella Astute Skylite SR, reggisella, attacco e manubrio Deda Superzero. Prezzo della bici così configurata pari a 8.892 euro, con il kit telaio proposto a poco meno della metà, 4.400 euro.

E il peso? Beh, ovvio che una bici race in titanio sia molto più pesante di una bici race in carbonio. Ovvio? Non se ferma la bilancia a 7 chili…

Dopo il cameratismo e l’entusiasmo della 12H di Monza era un po’ che in redazione si favoleggiava di un bel giro da fare tutti insieme. Sono dovute arrivare le vacanze per riuscire a trovare un giorno in cui qualcuno non avesse un impegno formalmente inderogabile… In realtà eravamo sì liberi ma comunque sparpagliati, così è nata l’idea di organizzare una reunion al centro delle Alpi, del tipo “chi c’è c’è”…
Meta scelta? St. Moritz. Edo e Fabio, in segreto ritiro in altura, sarebbero arrivati da Livigno scalando il Bernina, mentre io e il Corda saremmo saliti da Chiavenna mettendo in carniere il Maloja. Ecco dunque che l’arrivo della Aracnide cascava a “fagiuolo”: quale migliore occasione di un centinaio di chilometri fra salite, piattoni da rapportone e discese a vita persa per capire se e quanto ci piaceva? Messo il cuore in pace per il 53/39 con cui il simpatico Romolo l’aveva allestita, le ruote da crono e i freni invertiti, ho caricato bici, compagno e provviste in auto (che nemmeno Bonatti in Antartide) e siamo partiti.

Le prime impressioni sono state quelle ricavate pedalando sulle antiche vie acciottolate di Chiavenna e sui primi chilometri della ciclabile che sale verso il confine e include tratti sterrati e sconnessi. La posizione in sella è piuttosto caricata sull’avantreno, come deve essere su un mezzo race, ma il comfort che mi aspettavo dal titanio e dalle doti dei foderi si è presentato puntuale e, nonostante la rigidità della ruota a profilo alto, da dietro non sono arrivate risposte troppo secche. Lasciata la ciclabile ci trasferiamo sulla statale. Cresce la cadenza e sale la velocità. Il ragno si arrampica rapido e leggero, con la piacevole sensazione di poter contare sull’ottima trazione del retrotreno. La mancanza della compact, che temevo, non mi crea assolutamente imbarazzo, anzi: pedalare più veloce per mantenere una cadenza ottimale mi riesce piuttosto facile e i chilometri scorrono veloci. Sono già venti quelli rotolati sotto le gomme quando la pendenza cresce e ci riserva un paio di chilometri sopra l’8%. Cambi di ritmo e rapporti più agili sono digeriti bene; il carro è molto efficace, reattivo ma non eccessivamente rigido. Raggiungiamo finalmente la base dello scalino finale, che si affronta con una serie di tornanti sinuosi, di cui alcuni al 13%, e un rampone dritto di benvenuto. Qui avrei preferito un manubrio tradizionale, in luogo dell’aero, che non mi permette di impugnare e tirare come vorrei. Tanto è più il tempo che passo in piedi sui pedali che quello che mi vede seduto a frullare (dato che non sono Froome e che il rapporto per frullare non ce l’ho). L’Aracnide è sempre pronta, lì sotto, che scatta a ogni rilancio e risponde a ogni colpo di pedale. Arrivo in cima e non sono stanco come avrei pensato: leggerezza, reattività e comfort hanno i loro meriti.

Dal Passo a St. Moritz sono 15 km da oltre 40 all’ora. Ce li beviamo alternandoci a tirare e me li godo tutti, anche se un un paio di occasioni il vento a raffica si diverte a farmi spaventare giocando con la Metron 81 che monto dietro. La bici è efficace quando si tratta di pedalare veloci, grazie alla posizione in sella e al trasferimento di potenza facilitato dalla rigidità torsionale dell’insieme scatola movimento-foderi bassi. Siamo a metà lago quando ecco Edo e Fabio ci vengono incontro. Invertono la direzione e ci guidano alla meta, con una media che cresce ancora.

La T°RED supera anche la prova red carpet. Piace ai nostri compagni e ai curiosi che passeggiano sul lungo lago. La temperatura è tutt’altro che estiva, ma ci sediamo a un tavolo all’aperto e mangiamo un piatto di pasta molto meglio del previsto (anche se i 17 euro non li vale…)

Un po’ di relax ma non troppo, perché il rientro di Edo e Fabio è lungo e prevede anche un tratto in autobus, che non può essere perso. Sono voglioso di buttarmi in discesa ma il primo tornante rischia di essere l’ultimo… Sono abituato ai cerchi in carbonio ma ho forse peccato di superficialità staccando alla Dovizioso con ruote che non conosco: beh, ho imparato che le piste frenanti delle Vision hanno bisogno di essere ben scaldate per essere efficaci. Il resto della storia è molto più divertente, grazie anche al 53/11; scendiamo veloci, sfiorando di un soffio gli 80 km/h, senza avvertire la poco piacevole sensazione di precarietà. Stabile e precisa, la Aracnide permette di impostare e seguire la traiettoria senza indecisioni e anche i rilanci consentono di riguadagnare velocemente la velocità regalata alla frenata. I chilometri volano. A un certo punto sento un terribile odore di bruciato: “Questa Mini davanti ha finito i freni” mi dico; peccato che, dopo averla superata, la puzza non accenna a diminuire. Solo allora mi rendo conto che erano le mie Vision a “grigliare”…

Vabbè, se il mio sorriso una volta sceso di sella può essere sufficiente per chi, come me, è un ciclista avido di emozioni ma senza velleità di classifica, quelli di Luboš Pelánek (che ha appena vinto il Giro della Brianza) e Marc Ryan (Campione del Mondo su pista e medaglia Olimpica a Pechino e Londra, che ha scelto di correrci su strada), possono allargare l’orizzonte di qualche corridore su un mondo fatto anche di metallo grigio e non solo di fibra nera.

 

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