Prova Trek Émonda SLR

Fuga d’amore nel cuore dell’Umbria con una delle biciclette più chiacchierate dell’anno. Tre giorni di grande intimità passati a pedalare su e giù per monti e altipiani, su asfalti e sterrati, fino a quando è finita la "benzina"

2 giugno 2015 - 22:06

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Chi decide di avere una bicicletta così, certamente cela una punta di masochismo. Sì, perché quando pedali su quanto di meglio offra il mondo a due ruote non ci sono più scuse. O riesci a mettere le ruote davanti a quelle dei compagni di uscite, oppure…
In effetti il pacchetto che offre la Trek Émonda SLR è davvero notevole. Ci sono voluti quattro anni di sviluppo perché gli ingegneri di Waterloo (Wisconsin, USA) riuscissero a raggiungere il loro ambizioso proposito: creare la road bike più leggera mai apparsa sul pianeta.
Il risultato finale premia la visione che ispirato il progetto: la Émonda SLR 10, top di gamma montata con trasmissione Sram Red22, freni Bontrager direct mount, ruote, sella e attacco+manubrio integrati Tune, una volta appesa alla bilancia accende i led fino a 4,65 kg (non picchiettate sull’aggeggio, sta dicendo la verità)! Un risultato sorprendente, soprattutto se si pensa che la straordinaria leggerezza non è il solo punto di forza della Émonda.

L’Oscar come miglior protagonista di questo progetto lo vince il telaio, a mani basse. Che è anche un Oscar alla carriera: alla ventennale esperienza Trek nella lavorazione e nell’utilizzo della fibra di carbonio, che ha permesso di calibrare con la massima precisione e accuratezza l’impiego del materiale, il famoso OCLV (“Optimum Compaction, Low Void”) della Serie 700, il meglio di casa Trek, utilizzandone la giusta quantità e dosandola esattamente dove ce n’era bisogno per ottenere una struttura estremamente solida, rigida e reattiva.

Per arrivare a un risultato del genere è necessario togliere grammi ovunque possibile senza mai sacrificare efficacia e prestazioni. E qui si spiega il significato del nome di questa bici, Émonda, che deriva dal verbo francese “émonder”, cioè potare, sfrondare, quindi eliminare tutto ciò che è superfluo. Per arrivare a tanto si parla di 690 grammi per il telaio nella versione più pregiata SLR. Grazie alla precisione nelle lavorazioni (si ringrazia la procedura di stampaggio brevettata con tecnologia Net Molded) e alle tolleranze estremamente ridotte, si è potuto fare a meno delle calotte sia nella serie sterzo, sia nella scatola del movimento centrale. A proposito di quest’ultimo, la Émonda adotta un BB90 in fibra di carbonio.

L’integrazione del telaio con gli altri componenti è massima: dai forcellini in carbonio all’attacco del deragliatore fino ai fori dei portaborraccia, tutto è modellato direttamente nel telaio per ridurre il materiale in eccesso. Inoltre in caso di cambio elettronico, i fermaguaine e l’attacco batteria interna al tubo sella sono perfettamente integrati.
Sul top tube, nella zona della scatola movimento, è presente anche un utilissimo fermacatena, che evita spiacevoli cadute all’interno della guarnitura e costituisce un ulteriore protezione dei confronti del telaio.

La forcella ha il cannotto asimmetrico in fibra di carbonio – battezzato “E2″ -, disegnato con lo spazio lato-lato più ampio di quello anteriore-posteriore, in modo da garantire rigidità laterale per un’ottima tenuta di strada e nel contempo un assorbimento in verticale delle vibrazioni. Lo sterzo è conico con sezione variabile da 1.5” a 1-1/8”.

Altra peculiarità di questo telaio è il cannotto reggisella Ride Tuned. Il disegno “no cut” elimina le forze di serraggio che gravano sul cannotto e permette di ridurre il materiale necessario nella realizzazione del nodo sella, alleggerendo il telaio. Si tratta di una specie di calzino che si infila sul cannotto (ovvero la prosecuzione del seat tube) e che si serra con poca forza a metà della sua lunghezza, consentendo comunque un arco di regolazione dell’altezza sella di 10 cm.

Tutta la componentistica con cui sono montate le SLR  segue la medesima filosofia di leggerezza e prestazioni e, ove possibile, si è preferito privilegiare componenti “home made” (Trek possiede il prestigioso marchio Bontrager) come le ruote, l’accoppiata manubrio/attacco, la sella e le gomme. La garanzia a vita è la ciliegina sulla torta.

La famiglia Émonda si colloca ai vertici della stirpe Trek, accanto alle ormai storiche famiglie Madone e Domane: la prima dal blasone racing senza compromessi, la seconda più avvezza alle imprese ardue e logoranti. Le versioni a catalogo sono ben 20, divise in tre fasce principali: S all’entrata, SL nella media e SLR al top. Da poco si sono aggiunti anche 3 modelli con telaio in alluminio, ovviamente i più leggeri nel catalogo del marchio di Waterloo.

La nostra SRL è una versione custom come quelle che ciascuno può configurare sul sito Trek, nelle pagine del Project One. In questa configurazione pesa 6,280 kg e costa esattamente 9.982,98 euro. Per chi volesse, l’Émonda è disponibile anche come kit telaio, al prezzo di 3.999 euro nella versione SLR e di 1.839 in versione SL. Per curiosità, il top del top, la SLR 10, costa 13.499 euro, che divisi per 4,65 kg fa 2.903 euro/kg, al vertice della classifica del nostro servizio “il prezzo della leggerezza“.

Scheda tecnica

Telaio in fibra di carbonio OCLV 700, geometria H1
Colore Powder Blue/Viper Red
Trasmissione Shimano Dura-Ace 11V, 52-36T/11-25
Movimento centrale in acciaio BB90
Freni Dura-Ace SLR Evo dual pivot
Ruote Bontrager Aeolus 3 D3 TLR in fibra di carbonio, mozzi DT
Pneumatici Bontrager R3 TLR
Manubrio Bontrager XXX, carbonio OCLV
Attacco manubrio Bontrager XXX Carbon
Serie sterzo Cane Creek AER superlight
Manubrio Bontrager Race XXX Lite VR-C
Nastro manubrio Gel Cork
Sella Bontrager Paradigm RXXXL con binari in carbonio
Portaborraccia Bontrager RXL
Sensore digitale Bontrager DuoTrap S compatibile con i sistemi wireless ANT+
Peso 6,280 kg senza pedali in taglia 56

RIDE
Lo abbiamo già detto, avere fra le gambe una bicicletta simile è un’arma a doppio taglio. Se da un lato mette in condizione di essere efficaci come mai prima, dall’altro spazza via ogni alibi. “No excuses” dicono nel Wisconsin. E scuse non ce ne sono se continui a restare indietro quando la strada comincia a guardare all’insù… O cambi compagni di uscita o cominci ad allenarti sul serio!

Per provare la Trek Émonda ci è sembrato il caso di organizzare qualcosa di particolare. E così quando il nostro amico Francesco ci ha invitato a Torre del Colle a visitare il suo ostello diffuso e soprattutto pedalare tre giorni nel cuore dell’Umbria, il cerchio si è chiuso. Quando ha poi ha aggiunto che gli itinerari erano stati studiati dal socio Nicolò – che oltre a essere il papà del Rampichino è un amante del ciclismo “totale”, quello che non importa se c’è terra o asfalto e se ci sono le buche, basta che si pedali lontano dal traffico e fra panorami che meritano – allora abbiamo deciso di caricare in macchina anche la coppia di Michelin Pro4 Endurance da 28”, che da qualche mese aspettava di essere provata come si deve.

Tutto perfetto. Fino a quando Francesco ci ha svelato che, oltre a noi, ci sarebbero stati due compagni di pedale, due giornalisti di cui uno, già maratoneta e triatleta, si stava allenando duro per la Nove Colli e l’altro, solo bici-oriented, con sotto il sedere più chilometri di un autotrasportatore bulgaro! Ecco, poco alla volta cominciava a materializzarsi la figura di palta di cui alle prime righe…

La notte porta consiglio e la mattina il timore aveva lasciato il posto all’eccitazione e alla voglia di pedalare. Il programma prevedeva un anello di 86 km con circa 1.300 metri di dislivello, che ci avrebbe portato a scalare il Monte Subasio, scendendo da dietro per poi, dopo la meritata sosta ad Assisi, rientrare a Torre del Colle. La Émonda scalpitava, sentendo profumo di scalata. Un po’ di chilometri in pianura a medie da riscaldamento e poi, raggiunto Spello, attacchiamo il Subasio. Una salita costante ma vera, intorno al 10%, che porta a Collepino, borgo medievale cinto da mura. Le prime sensazioni sono buone, la bicicletta è sempre presente, anche se fa di tutto per non farsi sentire. Chi teme la sensazione di un foglio di polistirolo fra le gambe sbaglia. Leggerissima ma concreta, risponde pronta e si lascia portare docile. Le ruote Bontrager Aeolus R3 TLR (TubeLessReady) sono davvero scorrevoli.

Da Collepino comincia l’altra metà di salita, con pendenze impegnative sulle quali il Garmin Edge 1000 indica punte al 16% e lunghi tratti sopra il 10%, comprese le ultime centinaia di metri che conducono in cima. In realtà la cima è ancora più in alto, ma la si raggiunge percorrendo una sterrata che non rientra nei nostri piani giornalieri. Qualche biscotto, acqua e sali, mentre lo sguardo si perde all’orizzonte fino alle cime innevate del Gran Sasso. Il tempo per riflettere sulla piacevolezza di pedalare su un mezzo da 6 chili e 280 grammi, che quando ci si alza sui pedali per rilanciare fuori dai tornanti o all’inizio di uno strappo viene dietro senza alcuna esitazione, trasformando ogni frazione di watt in centimetri di asfalto lasciati alle spalle. Se la bicicletta fosse stata mia avrei montato un 34-28 al posto del 36-25 che ho dovuto spingere obbligando le gambe a una cadenza troppo bassa.

Siamo a circa 1.000 metri e l’aria frizzante impone la mantellina prima di tornare sui nostri passi. La discesa ricalca la salita ma con in più il piacere della velocità senza fatica. “Mah, quando una bici è troppo leggera in discesa mica sta in strada…” è uno dei luoghi comuni che animano le chiacchiere tra ciclisti. L’assioma vale forse per altre bici ma certo non per la Émonda. Scende senza scomporsi, precisa e rigorosa. Segue la traiettoria che decidi di impostare prima di affrontare ogni curva e si lascia correggere. Inoltre i freni Dura Ace SLR Evo a doppio perno sono una meraviglia, potenti e modulabili, danno sicurezza e permettono di concentrarsi sulle linee.

Raggiunto di nuovo Collepino smettiamo di scendere e svoltiamo a sinistra lungo una strada a mezzacosta che gira intorno al Subasio in un continuo saliscendi (non senza erte di un certo carattere) e dopo una ventina di chilometri fra i boschi, senza il rumore di un’auto, ammiriamo Assisi dall’alto. Dopo aver appagato occhi e animo tocca allo stomaco: torta al testo con salumi in un antico mulino tesoro del FAI e poi, appesantiti come da copione, rientriamo verso la base, senza prendercela comoda e continuando a mulinare le gambe mica poco.
Come primo assaggio niente male, la Celestina (molto bella la colorazione celeste/rosso) mi ha dato senz’altro una mano ma il pezzo forte sarebbe arrivato il giorno seguente.

Sveglia all’alba e trasferimento a quattro ruote fino a Triponzio. Il sorriso strappato dal buffo nome avrebbe presto lasciato spazio alla smorfia che ha accompagnato la salita al Passo di Gualdo e a Castelluccio. Percorriamo la Val Nerina fino a Castelsantangelo di Nera, una dozzina di chilometri in leggera salita, che ci portano fra i Monti Sibillini. Smettiamo di chiacchierare e ci diamo dentro, al motto di “Ognun per sé, compact per tutti!”.

La salita al Passo di Gualdo è tosta, 15 km per buona parte sopra il 10%. La fatica del giorno prima ogni tanto affiora. Non sono riuscito a posizionare la sella in modo corretto perché ho raggiunto l’altezza massima consentita dal sistema Ride Tuned, il reggisella che calza dall’alto il seat tube: un paio di centimetri in più mi aiuterebbero a pedalare meglio. Il mio stile di pedalata in salita è per lo più seduto, con le mani che tirano sul manubrio, ma su questa ascesa mi sono trovato più volte in piedi sui pedali. Non sono un peso massimo ma riesco ad apprezzare la solidità della scatola del movimento, un bel BB90, che non flette minimamente, e la compattezza del triangolo posteriore.

Ciononostante la Émonda è una bicicletta comoda, a dispetto della geometria H1 che caratterizza il telaio, ossia quella più estrema, che privilegia i ciclisti più elastici che guidano caricati sull’anteriore. Il passo è conquistato, davanti a noi si apre l’anticamera della Piana e agli antipodi si scorge Castelluccio, che la domina dalla sua posizione arroccata. Una veloce e piacevole discesa ci porta sotto il paese, che raggiungiamo dopo qualche chilometro di salita pedalabile. Si arriva a 1.500 metri e il colpo d’occhio è straordinario, sembra di essere sull’orlo di un immenso cratere lunare verde smeraldo, che contrasta con il cielo scuro e le nuvole bianche. Sulle pendici c’è ancora un po’ di neve. Ci fermiamo qualche istante per riempirci gli occhi e poi ci avviamo verso quella lingua di asfalto che come il diametro di un cerchio taglia in due la Piana. Il vento è forte e in alcuni momenti mi sembra di pedalare in piega come sulla Parabolica di Monza, spingo il 52-11 ma l’abbrivio della discesa dura poco, comincio a scalare e presto arrivo al 16… Arriva anche la salita, che risale impietosa il cratere dal lato opposto fino al bordo. Come al solito il primo a scollinare è Jack, che spinge sempre a tutta per affinare la sua preparazione verso i 9 colli emiliano-romagnoli. Patisce però le discese, dove invece vado a nozze: qui ne inizia una di 18 chilometri che conduce fino a Norcia!!!

Le curve sono ampie e, volendo, si potrebbe addirittura evitare di toccare i freni. Una goduria. La mia Émonda è un razzo e mi permette di tenere tranquillamente il passo dei miei compagni di pedale, più pesanti anche di 15 chili. Della bontà delle ruote ho già detto, ma qui davvero si superano e il profilo da 35mm si rivela un ottimo compromesso fra rigidità, penetrazione e guidabilità.
Dopo un sontuoso panino con il prosciutto (siamo a Norcia) decido che 85 km e 1900 metri di dislivello per oggi possono bastare. Mi riguardo la messe di dati raccolti e trasmessi al Garmin dal sistema di misurazione dati “DuoTrap S”, con sensore Bluetooth/ANT+ integrato nel fodero sinistro del carro e sono soddisfatto.

Ho dimenticato di dire che nostro angelo custode in questi tour è stato un personaggio straordinario, oltre che un atleta di primo piano: quel Fabrizio Trezzi che, fra le altre cose, ha corso le Olimpiadi di Seul nell’88 e di Barcellona nel ’92 con la nazionale su pista! Come un vero DS sulla sua ammiraglia, ogni tanto ci raggiungeva e ci spronava, aizzandoci uno contro l’altro, prodigo di consigli e tattiche.
Ed è stato lui, maestro del massaggio, a prendersi cura delle nostre gambe la sera stessa per metterci in gran spolvero per la tappa finale. Tappa finale che sulla carta prevedeva una cinquantina di chilometri di saliscendi sulle dolci colline umbre, fra vigneti e uliveti, su asfalti non impeccabili e con belle digressioni su sterrati scorrevoli, cosa che mi ha fatto decidere di montare i Michelin Endurance da 28” che mi ero portato appresso e che sulla Émonda calzano a pennello, sfruttando la buona luce fra ruote, foderi e freni.

Quella che in realtà avrebbe dovuto essere la trasposizione umbra della passerella sui Campi Elisi si è però trasformata subito in una bagarre senza esclusione di colpi, anche bassi. Non per niente attraversiamo anche il paese di Bastardo… Scatti, fughe e controfughe, finti GPM, gioco di scie. Il massaggio del Fabri e le gambe rodate dai giorni precedenti mi hanno permesso di essere davvero all’altezza della Celestina, che assecondava con la massima reattività ogni cambio di ritmo. Che fosse uno scatto prima di uno strappone o un allungo verso un fantomatico traguardo volante, la Émonda era davvero la “mia” bici e la confidenza con cui riuscivo a trattarla massima. Per chi conosce le Trek potremmo dire che la Émonda è l’anello di congiunzione fra Madone e Domane, efficace come la prima e instancabile come la seconda. Grande confidenza, prestazioni eccellenti. Una macchina da gara con un comfort sorprendente, niente affatto messo in discussione da buche e sterrati anche sconnessi, con un “grazie” da suddividere equamente fra pneumatici, forcella e nodo sella. In vista del nostro borgo mi faccio prendere dall’eccitazione e piazzo un ultimo scatto su una breve salita nella quale prendo la scia di Fabry che mi incita a un dietromacchina e con il sapore del sangue in bocca raggiungo il traguardo finale dopo un buon chilometro di falsopiano a medie da sogno bagnato! Alla fine anche oggi non abbiamo scherzato e ci siamo bevuti senza rifiatare 50 km con quasi 1.000 metri di dislivello.

Conclusione, è nato un amore.

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