Jackie Stewart: “Non ero mai sicuro di tornare a casa vivo”

Ha corso, vincendo, in un’epoca in cui la sicurezza era l’ultimo dei problemi. Ma non per lui…

“C’è stato un periodo, nel 1968, in cui abbiamo perso piloti per quattro mesi consecutivamente. Piloti di F1, ovviamente non tutti in gare di F1 (in quegli anni i professionisti correvano in diverse categorie, a caccia di “gettoni” di presenza, visto che gli ingaggi non erano certo quelli di oggi), ma il risultato non cambia. Era una tragedia costante. E la cosa assurda era che anche a seguito di incidenti gravissimi, nessuno fermava le gare. Semplicemente, si continuava. Noi piloti passavamo in mezzo ai rottami, pronti a dare tutto appena schivati i detriti”.

Era una tragedia costante. E la cosa assurda era che anche a seguito di incidenti gravissimi, nessuno fermava le gare. Semplicemente, si continuava.

Sia ben chiaro, Jackie Stewart, persona di un’intelligenza sopraffina, non usa il tono tronfio di chi vuole far passare il concetto che i piloti di una volta fossero uomini veri, a differenza di quelli di oggi. Ne parla dal pulpito di uno che da pilota (Campione del Mondo 1969-1971-1973, quindi non esattamente un “fermo”) in attività ha sempre combattuto per migliorare le condizioni di sicurezza nel motorsport; non solo nei weekend di gara ma anche in occasione di test privati.

Un pilota, un uomo “avanti”

Per capire lo spessore del personaggio, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta Stewart gira per il mondo con il suo medico personale, specializzato in traumatologia e medicina d’urgenza. Perché? Questa la sua spiegazione: “In quegli anni c’era un medico solo in pista. Il primo che capitava con l’ambulanza. Ecco, io non avrei voluto essere curato da un ginecologo in seguito a un incidente”. Numero 1, Sir Jackie.

L’insegnamento di Jim Clark

Torniamo però al punto. Sicurezza, per Stewart, significava anche guidare in un modo ben preciso: “Massima pulizia, dolcezza e rispetto per la meccanica. Un insegnamento prezioso che mi ha regalato il mio unico, vero idolo: Jim Clark (2 volte Campione del Mondo, 25 GP vinti su 73 disputati e una 500 Miglia di Indianapolis in bacheca; insomma, un fenomeno assoluto).
Da sinistra, Graham Hill, Jackie Stewart, Jim Clark

Per un periodo abbiamo condiviso un appuntamento in UK e lui non ha mai lesinato consigli. Fra questi, uno di quelli di cui ho più fatto tesoro è che le auto da corsa sono pezzi meravigliosi di meccanica, che vanno fortissimo senza bisogno di saltare sui cordoli, di arrivare al bloccaggio delle ruote (il cui “spiattellamento” sollecita in modo pazzesco la relativa sospensione) o di maltrattamenti vari. A tal proposito, permettemi una parentesi: l’incidente mortale di Jim (Hockenheim 1968, in una gara di F2), secondo me, è stato causato da un problema assolutamente non imputabile a lui. Ci metterei la mano sul fuoco”.

le auto da corsa sono pezzi meravigliosi di meccanica, che vanno fortissimo senza bisogno di saltare sui cordoli, di arrivare al bloccaggio delle ruote

Nurburgring, ogni volta pensavo: “Questa è l’ultima”

Capitolo a parte le piste. “Terrificanti. Su tutte, il Nurburgring, 20 km abbondanti di follia. La macchina si staccava continuamente da terra. Ogni domenica pomeriggio post gara, al ‘Ring, mi dicevo che lì non ci sarei mai più tornato (sia chiaro, Stewart all’ Inferno Verde ci ha vinto e stravinto: leggendaria la sua corsa nel 1968, quando vinse con oltre 4 minuti di vantaggio tra pioggia e nebbia). Insomma, in quel susseguirsi di tragedie, non solo al Nurburgring, ogni volta che uscivo di casa per andare a una gara non ero mai sicuro di tornarci vivo”.
Jackie Stewart e il suo migliore amico Jochen Rindt, unico Campione del Mondo di F1 postumo (nel 1970)