La Dakar degli “altri”

Tutti parlano dei team ufficiali, nessuno parla di chi corre animato dalla passione. Lo facciamo noi. Fino a 14 ore in sella alla moto nel deserto, sui sassi e nella sabbia finissima: freddo, caldo, tanta fatica e decine di cadute. Nemmeno una frattura allo scafoide ha fermato la voglia del nostro amico Stefano Rampolla di arrivare fino a Santiago

14 febbraio 2013 - 11:02

La Dakar è show, gara ad alto livello, team ufficiali e piloti superprofessionisti. Questo per chi sta davanti. Ma per chi sta dietro? La dimensione avventurosa di chi non guarda alla classifica ma vuole solo arrivare in fondo è ancora la componente fondamentale per chi, inguaribilmente attratto dal fascino di questa gara, prova a coronare il suo sogno.

I problemi di navigazione si sono ridotti rispetto alla “Dakar” africana? Forse… lo hanno detto in molti, a partire dai mitici Beppe Gualini e Claudio Terruzzi, intervistati da Marco Selvetti qui su RED Live. Qualcuno però è anche convinto che la competizione, la fatica, l’emozione di attraversare territori belli da riempirti la testa e il cuore, forse, non sono inferiori a quelli di un tempo.  Tra questi c’è Stefano Rampolla, stimato professionista milanese e padre di famiglia. Dopo averla vissuta da spettatore per moltissimi anni, Stefano, a 46 anni, ha deciso di mettere a frutto la sua grandissima passione per la moto e di confrontarsi con la gara più dura, quella che sognava di correre sin da bambino.

Il resto lasciamolo raccontare a lui…

LA DAKAR PER TE: SOGNI E ASPETTATIVE
“Partecipare alla Dakar è il sogno di ogni fuoristradista e lo è stato anche per me. Da ragazzo guardavo i piloti della Dakar come fossero supereroi e ho ricordi di me incollato davanti alla TV in attesa di notizie su ogni tappa.
Dopo un lungo periodo di inattività agonistica, mi sono seduto di nuovo in sella a una moto pochi anni fa e l’ho riscoperta come un modo per evadere dalla quotidianità e soprattutto dallo stress del lavoro (Stefano fa il notaio a Milano n.d.r.).
Sono quindi partito per il Sudamerica con l’unico obbiettivo di terminare la gara e gustarmi ogni momento di questa avventura”.

LA DAKAR NON E’ PIU’ QUELLA DI UNA VOLTA
“È stata la mia prima Dakar: non ho termini di paragone. L’impressione però è che dello spostamento del rally in Sudamerica abbia risentito soprattutto la dimensione avventurosa, e ciò in particolare per quanto legato alla navigazione: salvo rare eccezioni oggi perdersi può significare rimetterci qualche decina di minuti…ed in ogni caso il percorso di gara è più vicino ai centri abitati di quanto non lo fosse nello sterminato deserto sahariano. Sbagliare strada non si traduce quindi, tendenzialmente, nell’esposizione ad alcun rischio.
La dimensione agonistica non mi sembra abbia risentito del trasferimento in Sud America, anzi, probabilmente il livello medio dei concorrenti è più elevato di un tempo. Lo dimostra, direi, il fatto che i distacchi tra i vari piloti si siano di molto ridotti.”

CLASSIFICA
“La mia aspirazione era quella di arrivare a Santiago (termine dell’ultima tappa n.d.r.). In classifica finale sono arrivato in 108esima posizione su 196 partenti tra le moto e 125 arrivati. Ma, lo ripeto, la classifica in quest’occasione non ha nessun significato per me: l’unico vero traguardo era di finire la gara e, pure tenuto conto del mio infortunio, sono felicissimo di avercela fatta al debutto”.

(Stefano è stato uno dei cinque motociclisti italiani giunti all’arrivo, su undici partiti n.d.r.).

LA TUA MOTO
“La mia Honda CRF450 preparata da Boano Rally Sport e Jolly Racing è stata semplicemente perfetta. Ho corso un paio di Rally dei Faraoni con una KTM 690 Rally, quindi non conosco il KTM 450 Rally, che resta la moto più diffusa alla Dakar. Ho l’impressione che la CRF sia più leggera e maneggevole, sia pure a prezzo di una minore stabilità sul veloce, per questo l’ho preferita. Ad ogni modo ci sali in sella e ti sembra di averla guidata da sempre, tanto è semplice e amichevole. E queste sono caratteristiche fondamentali per riuscire a stare in sella 10, 12, a volte 14 ore al giorno. Altra qualità assoluta della CRF è l’affidabilità: non ha mai avuto un problema né necessità di riparazioni se non quelle dovute alle mie numerose cadute.
Sono comunque riconoscente verso Boano per avermi fornito una moto perfetta ed un’assistenza impeccabile. A Roberto in particolare un grazie per le sue fondamentali parole di incoraggiamento nei momenti difficili”.

COME CI SI PREPARA E QUANTO COSTA CORRERE UNA DAKAR DA PRIVATO
“Non sono più un ragazzino e quindi mi sono dovuto allenare duramente per mesi: in moto quando la famiglia e il lavoro me lo consentivano oltre a quattro allenamenti settimanali, due in palestra e due di corsa a piedi alzandomi alle sei del mattino. In preparazione alla Dakar ho persino corso un 70.3 (gara durissima di triathlon n.d.r.).
Oltre alla preparazione atletica, alla Dakar è fondamentale l’organizzazione. Ogni piccola cosa può avere grande importanza…anche al bivacco ogni perdita di efficienza e quindi di tempo si paga con maggiore stress e minore riposo notturno: il che, alla lunga, può impattare significativamente in termini di fatica accumulata.
Devo dire che con gli altri compagni del team Endurology da questo punto di vista non abbiamo sbagliato nulla. Siamo partiti in tre: oltre a me Lorenzo Napodano e Luca Viglio. Proprio un peccato che Luca, il più veloce tra noi, abbia avuto un brutto incidente alla quinta tappa, mentre viaggiava intorno ad un’ottima cinquantesima posizione: l’han portato via in elicottero con un trauma cranico. A tutt’oggi non ricorda nulla di quanto accaduto. E’ stato veramente duro vedere la sua moto abbandonata in mezzo al deserto: chiaramente si era fatto male …e non avere sue notizie fino a sera ci ha fatto vivere momenti di grave apprensione.

Quanto costa? 50/60.000 euro sono i soldi che ci vogliono per correre una Dakar da privato, moto compresa e con l’assistenza. Si può fare a meno dell’assistenza correndo nella categoria “malle moto”, ma non è roba da tutti…”.

IL TEMUTISSIMO FESH FESH
“Nel deserto cileno abbiamo trovato molto fesh fesh: si tratta di una sabbia così fine che sembra borotalco. Non solo è complicato galleggiarci sopra con la moto ma una volta attraversato si trasforma in un’enorme nube che rende difficile persino respirare. Talvolta la visibilità è talmente ridotta che, se si è raggiunti dalle auto, corri davvero il rischio di non essere visto e quindi investito.

L’EMOZIONE PIÚ BELLA
“Il calore del pubblico: a Lima c’era un’enorme folla a salutare la partenza della tappa e per tutti i primi chilometri in prossimità della città la strada era gremita di pubblico. Lo stesso dicasi per alcuni trasferimenti in Argentina. La loro partecipazione è stata incredibile.
Lungo alcuni tratti delle prove speciali c’era persino gente che si attrezzava con sedie e ombrelloni e si piazzava in cima alle dune per godersi i passaggi più spettacolari, senza smettere di incitarti un solo istante”.

L’EPISODIO PIU’ BRUTTO
“Durante la sesta tappa, 438 km cronometrati da Arica a Calama, stavo percorrendo una piana di fesh fesh quando a causa del polverone alzato da una macchina sono finito con la ruota anteriore in un canale e mi sono cappottato, prendendo una gran botta al polso destro. L’impatto è stato talmente violento che ci ho messo un po’ a riacquistare lucidità e provare ad alzare la moto.
Quando sono riuscito a ripartire ero ancora frastornato, al punto che ho preso la direzione opposta a quella della gara; ho perso il riferimento del giusto chilometraggio e – ingannato dal road book, ho sbagliato strada ad un bivio. Dell’errore non mi sono accorto subito, perché c’erano numerose tracce. Così mi sono ritrovato su una falesia molto alta a strapiombo su una piana.
Da lì ho potuto vedere la pista giusta – distante circa una ventina di chilometri – ma quando mi sono rimesso in carreggiata erano già arrivati i camion, che partono più tardi delle moto. Il dolore alla mano mi ha portato a cadere almeno dieci volte: sono stati momenti terribili perché non riuscivo a tenere il manubrio. A causa della polvere sollevata non si vedeva nulla e il rischio di essere investito da un camion era davvero concreto.

La notte non è andata meglio perché non ho praticamente potuto dormire per il dolore (al rientro a Milano gli hanno diagnosticato una frattura scomposta allo scafoide, che richiederà un intervento chirurgico n.d.r.). L’indomani c’era in programma la tappa marathon, dal Cile all’Argentina e – causa differenza di fuso orario – le ore dedicate al sonno erano comunque proprio poche. Al mattino mi sono imbottito di antidolorifici e sono ripartito. Nei giorni seguenti non è stato così terribile come si potrebbe pensare…fortunatamente ho potuto contare sul prezioso aiuto di Lorenzo (Napodano n.d.r.) che mi ha assistito con grande pazienza: nei primi giorni dopo la botta ho avuto bisogno di lui anche per allacciare il casco perché non riuscivo a stringere le dita. A lui va tutta la mia gratitudine…non ne poteva più delle mie lamentele. Il resto della corsa lo abbiamo fatto praticamente fianco a fianco. La cosa ci è venuta naturale: abbiamo lo stesso passo e un simile affiancamento era stato già felicemente collaudato al Rally dei Faraoni del 2011.

I RAPPORTI CON I “BIG”
“La loro è un’altra gara rispetto a quella dei privati e alla sera al campo non si incontrano quasi mai: i ritmi sono molto serrati per tutti e a fine tappa si ha voglia soltanto di riposare: chi sui motorhome come i piloti ufficiali, chi in tenda, come la maggior parte dei privati.”

SOLIDARIETA’ TRA PILOTI

“Quando si passa accanto a un concorrente fermo per un guasto o un incidente si butta sempre l’occhio al malcapitato. Se ci sono problemi fisici ovviamente ci si ferma a prestare i primi soccorsi e dare l’allarme ma se ci si accerta che si tratta di un guasto meccanico non immediatamente risolvibile, normalmente si tira dritto, è pur sempre una competizione”.
Raccontaci qualche episodio
“Ad un certo punto sono caduto nel fesh fesh e mi sono un po’ incasinato…non riuscivo ad uscirne. E’ passato Manuel Lucchese, giovane pilota che ha corso su TM, arrivato sul posto poco dopo, e mi ha dato una mano a tirar fuori la moto.
Nella stessa giornata, a 28 km dal termine della prima parte di prova speciale, ho incontrato lungo la strada Matt Fish, pilota Husqvarna, fermo a bordo strada per un guasto alla sua moto. Mi ha chiesto di trainarlo fino a fine speciale, dove lo attendeva la sua assistenza. Non avendo velleità di classifica, ho provato a trainarlo con una cinghia di emergenza che aveva lui….ma dopo appena 150 mt, alla prima curva, la cinghia si è tranciata di netto. Mi è sembrato impossibile procedere in questo modo per 28 chilometri di pista e quindi ho proseguito da solo. In un modo o nell’altro, comunque, anche lui poi è riuscito a finire la tappa.

NE È VALSA LA PENA?
Eccome! Come dice Roberto Boano, questa gara resta dentro e bussa continuamente…non vedo l’ora di poterne fare un’altra”.

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