La Dakar che non c’è più

Quella vera è finita con la precoce dipartita per un incidente in volo di Thierry Sabine, il suo creatore. Nata nel 1979 e perfetta sintesi tra competizione e avventura, la Parigi Dakar è stata definita da tutti la più impegnativa maratona africana con tutto quello che ha comportato: rischi, emozioni, leggende e vincitori e soprattutto vinti. Quella di oggi può offrire le stesse cose? Lo abbiamo chiesto a chi l'ha corsa da privato e ufficiale

31 dicembre 2012 - 21:12

Chiedete a chiunque abbia corso quella vera e avrete sempre la stessa risposta: La Dakar di oggi è un’altra cosa, si corre in Sudamerica tra Perù, Argentina e Chile e, pur conservando il nome, ha perso per strada, complice la tecnologia e l’evoluzione dei mezzi in gara, buona parte del suo fascino. Per festeggiare i suoi 35 anni di vita della Dakar a meno di una settimana dall’inizio abbiamo intervistato due nostri amici ma soprattutto due grandi piloti che l’hanno vissuta da protagonisti nel momento del massimo splendore e difficoltà a cavallo degli anni ’80: Beppe Gualini e Claudio Terruzzi.

I protagonisti

Il primo, Beppe Gualini detto “Gualo”, sognava l’Africa e l’ha conquistata con il ritmo costante e la tenacia necessarie per correre nella categoria marathon. Ha trovato la sua dimensione nella competizione in solitaria e in ogni incredibile sfumatura di colore del Continente nero. L’altro è  Claudio Terruzzi meglio conosciuto come “’L Teruz”; ha vissuto la Dakar da pilota ufficiale sempre a gas spalancato in sella a Honda e Cagiva, vincendo diverse tappe e rischiando addirittura di vincere l’edizione del 1986. 

Due modi totalmente diversi di intendere la Parigi-Dakar. Eppure le risposte sono molto simili, a conferma che alla Dakar, quella Dakar, non c’è nulla di paragonabile, compreso il mal d’Africa che rimane sotto pelle, nel cuore e nella mente. Per sempre.

Cos’è stata per te la Dakar?

Beppe – “La mia Dakar è stata avventura, rischio e soprattutto incognite sul percorso, credo di poterla paragonare alle avventure dei pionieri che attraversavano l’America in sella a un cavallo senza sapere del domani. Noi avevamo mezzi meccanici, ma la sostanza non cambiava, partivi assieme a una banda di matti alla guida di mezzi improbabili e assolutamente inaffidabili.”

Claudio – “Il ricordo più forte? Le dune alte 200 metri che arrivano a Djado al confine con il Niger, le ninfee che galleggiano nei piccoli fiumi e soprattutto le tappe in cui, leader provvisorio di classifica, partivo primo; davanti a me nessuna traccia di mezzo a motore, alle spalle 600 equipaggi e la voglia di andare ancora più veloce per vincere: 1500 e più sensazioni miste di paura e adrenalina.”

La prima Dakar e perché.

Beppe – “E’ una storia strana, quella che mi lega alla Dakar, coincidenza ha voluto che abbia incrociato il convoglio della prima edizione in Africa; ero nel centro del deserto del Ténéré e ho visto una banda di matti alla guida di Citroen 2CV,  Piaggio Vespa e Renault4 e ho capito che quella sarebbe stata la mia prossima impresa, senza sapere esattamente cosa fosse. Così l’anno dopo, nel 1983, ho partecipato alla mia prima Parigi-Dakar.”

Claudio – “Colpa di un paio di amici: Ciro De Petri e Arnaldo Farioli! Nel 1980 avevo partecipato alla 6 giorni in Francia, ma era stato un massacro e avevo smesso i panni del pilota. Però è bastata la telefonata giusta per stuzzicarmi, poi il rally di Tunisia andato molto bene… e la voglia di correre mi è tornata. Alla 6 giorni di San Pellegrino, per nulla allenato, Massimo Ormeni di Honda Italia si è accorto dei miei tempi nella linea e mi ha proposto di correre: ho fatto un provino con Orioli e Balestrieri a Montecatini e mi sono ritrovato pilota ufficiale, tra le mani il manubrio di una Honda XR 650 R pronta per la Dakar, potevo dire di no?”

Avventura o competizione?

Beppe – “Più che altro sfida personale. Le gare all’epoca erano molto diverse; sono partito con uno zaino da 25 kg con dentro di tutto: corona, pignone, catena e sacco a pelo e l’immaginetta di papa Giovanni. Non avevo fame di vittoria, ma avevo un obbiettivo chiaro: partire per arrivare in fondo, senza ricambi e, soprattutto, senza assistenza. E così mi sono trovato ogni santissimo giorno a risolvere un problema con il materiale che avevo a disposizione usando fil di ferro, scotch e rovistando nelle immondizie del campo alla ricerca dei ricambi meno rovinati. Paragono la Dakar alla sfida degli ottomila. La strada è lunga, la natura ostile, il tempo tiranno, e, soprattutto, c’è l’incognita del guasto tecnico, perché una volta la gara era solo uno dei componenti dell’avventura. Ricordo alcune tappe in cui partivo la mattina conscio di dover percorrere 1.000 km di dune e sabbia, sapendo che potevo incontrare una tempesta o avere mille imprevisti.”

Claudio – “Ovviamente ho corso la Dakar per vincerla; a manetta dall’alba al tramonto ed ero ben preparato per correre e andare forte. Il primo anno ho vinto il premio rookie of the year – migliore esordiente – ma non immaginavo fosse così dura. Quando sono arrivato a Dakar avevo la sensazione di aver vissuto 15 anni in 15 giorni, per l’esperienza, per la tensione, l’emozione. Ti giuro che al traguardo sono arrivato cambiato, non so se mi spiego! Ho vissuto l’esperienza più estrema della mia vita: spesso da solo, senza civiltà attorno per ore; centinaia di chilometri senza assistenza tecnica, con tappe maratahon da 900/1000km. In quell’edizione, alla 5 tappa, Michele Rinaldi ha dato forfait perché l’ha ritenuta troppo dura. Ricordo gente piangere al campo, tappe finite a notte fonda, piloti che arrivavano alle 5 del mattino. Fai conto che per sei mesi a Milano ho avuto gli incubi, mi svegliavo all’improvviso, vedevo la spia rossa del televisore e pensavo fosse l’accampamento.”

Un aneddoto

Beppe – “Quando ho deciso di partecipare alla Dakar ho chiesto aiuto a conoscenti e potenziali sponsor i quali non solo non avevano mai sentito parlare di questa gara e rimanevano senza parole quando gli parlavo dei 20mila chilometri di gara, ma soprattutto mi hanno mandato a quel paese pensando che mi fossi bevuto il cervello.”

Claudio – “ I consigli di quel pazzo di Ciro De Petri. In una tappa mista di dossi dove non vedevi oltre, sterratoni pietrosi e 600 km di speciali mi ha consigliato di non dare retta all’istinto che ti porta a chiudere il gas, ma, anzi, nel dubbio accelerare sempre. Affermava di conoscere a memoria quei mille dossi e che a fine tappa avrei guadagnato almeno 10 minuti in classifica. A metà percorso bandiere sventolate ed elicotteri: Ciro ha saltato una curva a destra segnata sul roadbook… non dico altro”

Quante ne hai fatte e qual è la più Dakar di tutte?

Beppe – “Ho partecipato a 10 Dakar e quasi certamente detengo il record di rally africani: 65 con una media di 5/6 all’anno. Per farlo ho dovuto fare delle scelte e ho lasciato il mio lavoro di insegnante di educazione fisica. Comunque la Dakar più emozionante è stata la prima, il viaggio sotto la neve fino a Parigi rischiando di cadere ogni singolo chilometro e, dopo il freddo polare, il deserto, la giungla. Ricordo che alla partenza eravamo in 360 moto e 250 auto, quasi 600 equipaggi. Ogni giorno di gara perdevamo un pezzo, un team, un pilota. Al traguardo in moto siamo arrivati in 50, è li che capisci il senso della parola “selezione”. E’ come se fossi sopravvissuto a una guerra, portando a casa la pelle… Era diverso da quello che oggi chiamano Dakar, è come se avessi scalato con successo dieci vette da 8mila metri. Nessuno avrebbe scommesso sul mio arrivo e invece siamo qui a raccontarla.”

Claudio – “3 in totale, la più bella è indubbiamente stata la seconda perché ero pilota ufficiale con la Honda HRC NXR750R, quinto assoluto e 6 vittorie di tappa. La prima è stata più emozionante ma troppo dura; la seconda forse avrei potuto vincerla se non avessi avuto grane meccaniche che mi hanno fatto prendere più di due ore dai primi.”

La tua prima moto

Beppe – “Honda XL 600 che mi ha prestato la concessionaria Honda di Milano Sibimotor, ho montato un portapacchi, le gomme tassellate, sono partito e ho vinto la categoria marathon. La marathon aveva regole ferree, non si poteva sostituire nulla pena il passaggio nella categoria prototipi, quindi l’unica soluzione era riparare quello che si rompeva perché ogni particolare della moto era punzonato. Più di una volta ho dovuto aggiustare lo scarico usando lattine di Coca Cola tagliate al campo.”

Claudio – “Honda XR 650 R ufficiale Honda Italia”

Quanto costava partecipare?

Beppe – Una follia, anche se il costo totale non saprei quantificarlo. L’iscrizione non era un problema quanto la  benzina che nel deserto del Ténéré ho pagato addirittura 20mila lire al litro. Poi il rimpatrio della moto via nave e biglietto aereo di ritorno. In più varie cauzioni per il kit bussole, razzi d’emergenza e la Balise – strumento che attivato in caso d’emergenza rileva la posizione del pilota – che costava già all’epoca un milione. Comunque la spesa maggiore era la benzina: alla Dakar ti fumavi circa 5 milioni di lire solo di carburante.”

Claudio – “Ho avuto la fortuna di essere pilota ufficiale e quindi pagato per correre: un bel privilegio”

Le moto bicilindriche hanno reso più pericolosa la Dakar?

Beppe – “Si sbaglia a pensare che le grosse bicilindriche abbiano portato un maggiore pericolo per il pilota, di fatto le monocilindriche con il passare delle stagioni non ce la facevano più, si “sbudellavano” letteralmente, già all’epoca i piloti ufficiali avevano sei motori a disposizione. A rendere più pericolosa la Dakar sono stati l’arrivo del GPS e la riduzione della navigazione. Non a caso le classifiche si sono accorciate in modo mostruoso: ora si parla di distacchi di minuti, all’epoca tra il primo e il secondo potevano esserci addirittura ore.”

Claudio – “Falso, le bicilindriche hanno solo cambiato il modo di correre la Dakar, ok andavi a 200 all’ora ma in diverse occasioni ti tiravano fuori dalle difficoltà senza fatica, cosa che con le mono non era possibile. Il problema è che la bicilindrica è una moto da professionista, per guidarla servono preparazione e una concentrazione che deve rimanere massima per 15.000 km: e non è facile,ricordo tappe la cui partenza era dalle 4 del mattino e l’arrivo ben oltre il tramonto. Ricordo che la decima Dakar – versione anniversario – è stata quella con il maggior numero di iscritti  e già alla prima tappa si erano ritirati il 40% dei piloti, era stata concepita come una vera gara di sopravvivenza: tappe durissime e navigazione impossibile: avevi poche informazioni e poi sul road-book c’era indicato di seguire le tracce degli animali per arrivare al pozzo…  in mezzo al deserto, segui le tracce? Ma che c@##o, sono un privilegiato che posso raccontare di quell’edizione.”

Il migliore in assoluto?

Beppe – “Lo dicono i risultati ma non solo: Edi Orioli. Oltre ad essere una grande manetta sapeva gestire il gas e interpretare la navigazione. Usava la testa e ragionava facendo pochi errori. Lo ricordo perché alla sua prima gara, la Djerba 500 a cui ha partecipato con una Honda 500 4 tempi, mi si è attaccato al culo e ha avuto l’approccio da professionista non da campione d’enduro quale è stato: ha voluto imparare. Il più veloce in assoluto è stato indubbiamente Ciro de Petri: aveva una velocità stratosferica e la sua teoria era “l’importante è rischiare”: o cadeva o si perdeva o si demoliva lui e la moto.”

Claudio – “Edi Orioli, perché ha sempre saputo gestire la gara sapeva chiudere il gas e quindi risparmiare le gomme. L’esatto contrario di me, quando sono stato in testa con la Cagiva ho iniziato a sbranare lo pneumatico posteriore a ogni tappa e invece lui no. In questo modo, andando meno veloce di me e De Petri, ha azzeccato tappe perfette rifilandoci legnate da quaranta minuti o un’ora. Lui mi ha davvero stupito, nemmeno Peterhansel secondo me ha fatto altrettanto: Edi era sempre freddo e lucido.”

La Dakar in Sudamerica?

Beppe –  “Non mi interessa più come allora, considera che riprendono  percorsi che ho già vissuto con Camel Trophy e il rally dagli Incas. E poi condanno l’uso improprio di un nome che è legato all’Africa. Non mi sta bene!”

Claudio – “No dai, domanda di riserva? Stiamo parlando di due sport diversi, della Dakar non c’è più nulla. Era avventura e sport estremo, coraggio, sopravvivenza e tanto gas. All’epoca i piloti si perdevano e non si trovavano più, di molti non si è più saputo nulla: smarriti nel deserto per sempre. Oggi con il navigatore è tutto più facile, tutto più sicuro, quasi noioso: meglio fare una gara d’enduro. “

Chi vince oggi la Dakar? Il pilota, la squadra o la moto affidabile?

Beppe – “Oggi sono tutti ottimi piloti ma la differenza è tutto quello che gira intorno, chi corre per vincere ha un’assistenza efficace.”

Claudio – “Vince il miglior compromesso non necessariamente il pilota migliore.”

La Dakar ipoteticamente torna in Africa ci torni?

Beppe – “Si, se tornasse la Dakar alla Thierry Sabine con le regole di una volta, dove il pilota aveva un peso e un valore. Ma oggi non c’è più navigazione e vince chi ha più soldi e più motori. Con i mezzi di cui dispongo non ho chance per fare il risultato, del resto sono nato e ho finito la mia carriera da pilota privato come ha sempre voluto Sabine.”

Claudio – “No, perché la Dakar, quella Dakar, non tornerà più. Ho ancora un VHS del TG1 condotto da Fraiese, la prima notizia parlava di Ronald Reagan, la seconda di Claudio Terruzzi che aveva vinto la tappa della Dakar. Ricordo gli striscioni in via Padova a Milano con scritto ben tornato Claudio… sai cosa vuol dire? Siccome ho fatto 87mila chilometri in Africa, perché dovrei tornare? Sono certo che non troverei più lo spirito e l’adrenalina, anche se l’idea mi alletta ancora, però sappi che la Dakar era vita o morte; c’erano personaggi di fantasia con zaino sulle spalle e taniche appese alla moto… era pionierismo puro. Partivamo con lo spirito dell’avventura. Oggi sarebbe un surrogato. E poi… c’ho un’età.”

Ringraziamo Beppe Gualini e Claudio Terruzzi per la disponibilità e per le foto meravigliose scattate da Gigi Soldano che hanno ripescato dall’album dei ricordi; ai moderni piloti che dal 5 gennaio correranno in Sudamerica auguriamo un grande in bocca al lupo e che il Bottu – Alessandro Botturi nostro grande amico e pilota ufficiale Husqvarna – faccia meglio della scorsa edizione. 

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