Prova Yamaha R1 M

È la più estrema tra le R1, e già quasi esaurita per il 2015. La moto che correrà per Yamaha il Mondiale Stock. Sospensioni Ohlins e pneumatici slick ci hanno fatto capire la vera anima della R1

24 febbraio 2015 - 22:02

Leggi qui la descrizione tecnica della R1 e R1 M

Leggi qui la prova della R1

Scendiamo dalle R1 stanchi e un po’ provati. Eastern Creek è una pista che non perdona, non dà tregua e con 30 gradi e una umidità da stagione dei monsoni serve un fisico davvero molto allenato per guidare un mille su queste colline. Ma non ne abbiamo abbastanza: un gruppo di R1 M con le Bridgestone slick montate ci attende per le due ultime sessioni. Una moto speciale, la R1 M, che porta all’estremo il concetto di sportiva di serie. Yamaha non è nuova a questo tipo di operazioni: già nel 2007 propose la R1 SP equipaggiata con sospensioni Ohlins e cerchi in alluminio forgiato. Era la prima volta che una Casa Giapponese proponeva una versione “speciale” della sua supersportiva e, manco a dirlo, le R1 SP (500 unità) sparirono in un istante. Sold out ancora prima di arrivare dai concessionari.

La R1 M è più o meno la stessa cosa, una versione speciale della R1 con una dotazione ancora più ricca, che va dalla carenatura in carbonio,al serbatoio spazzolato e non verniciato, all’acquisizione dati con tanto di antenna GPS, oltre al sistema di comunicazione che consente di aggiustare i settaggi dell’elettronica direttamente da un tablet Android. Senza ovviamente dimenticare la cosa più importante: le sospensioni semiattive Ohlins Mechatronic, le stesse in pratica che già equipaggiano la Ducati Panigale 1299 S e di cui non posso dire che un gran bene. Elementi che fanno salire il prezzo fino a 22.990 euro in luogo dei 18.490 della versione standard.

Ovviamente le sospensioni si integrano perfettamente nell’elettronica della moto. La centralina SCU (Suspension Central Unit) riceve tutti i parametri da sensori, giroscopi e accelerometri e regola le sospensioni in base agli input del pilota e a quello che sta accadendo sulla moto. In sostanza, quindi, le sospensioni Mechatronic adattano l’assetto in tempo reale (chiudendo o aprendo i registri idraulici di forcella e ammortizzatore in pochi millesimi di secondo) e secondo se e quanto si sta frenando, accelerando o piegando. Anche le sospensioni elettroniche hanno 3 mappature preimpostate (una standard, una più rigida e una più morbida), ma poi possono essere anche “bloccate” e settate manualmente come fossero sospensioni qualsiasi, solo che al posto del cacciavite userete i pulsanti sul manubrio.

E’ un sistema che Ohlins ha definito “event based” e che in un solo giro di una pista come Eastern Creek modifica l’assetto della R1 per ben 40 volte. Una tecnologia che nemmeno la MotoGP può adottare (Ohlins aveva iniziato ad usarla proprio con Yamaha in Superbike, poi è stata vietata). Niente più compromessi: teoricamente si può avere la moto perfetta in ogni situazione, in ogni parte del circuito.

Una volta in sella alla R1 M la sensazione è proprio questa: se con la R1 abbiamo dovuto fermarci per intervenire sui registri idraulici e cercare di cucirci addosso la moto, con la M è stato sufficiente entrare e girare. L’abbinamento tra queste sospensioni e, soprattutto, gli pneumatici Bridgestone slick, fanno sì che la R1M mostri la sua vera natura, che è quella di una racer pura con targa e fanali. Una moto con cui è fin troppo facile sentirsi piloti, con cui è fin troppo bello lasciar fare all’elettronica mentre si affronta uno scollinamento in terza a gas completamente aperto e l’antimpennamento tiene la ruota anteriore a 25 cm da terra, riportandola poi al suo posto.

Queste sospensioni fanno realmente la differenza, che sta nell’avere un assetto “camaleontico” e fa sì che la moto sia rigida e morbida solo dove e quando serve. Come per magia metà delle buche di Eastern Creek sono sparite: la R1 M “riasfalta” la pista, in staccata resta ancora più stabile, e una volta in piega riesce a chiudere meglio la traiettoria, perché la sospensione si ammorbidisce tenendo giù l’avantreno e aiutando la moto a chiudere la curva. Ovvio, complici di questo bel guidare sono anche gli pneumatici slick, che finalmente offrono un livello di grip adeguato a una moto che così com’è sarebbe già in grado di essere competitiva in un campionato stock (che Yamaha correrà, tra l’altro).

Mentre inseguo Jeffrey De Vries sulla R1 M, Eastern Creek mi sembra perfino meno stancante: il feeling che si riceve da questa moto così equipaggiata è pazzesco. Restano i manubri troppo chiusi per i miei gusti: fosse mia li vorrei più larghi, ma per il resto guidarla esalta perché al di là di quanto va forte, le suggestioni che ricevi dalle reazioni della ciclistica e dall’erogazione e dal sound del motore solleticano tutti i sensi. Ho iniziato a provarla che mi sentivo un po’ stanco. Dopo 20 minuti non sarei più sceso.

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