Jean Alesi, il domatore di automobili

Le nostre auto andavano domate, quelle di oggi sono dei caccia. Io non le saprei guidare. Formula 1, Formula e, ma anche MotoGP, questo e tanto altro nelle parole di Jean Alesi. In questa intervista il pilota francese ci racconta del suo rapporto con la velocità e molto altro

26 febbraio 2018 - 18:02

Giovanni Roberto Alesi non ha bisogno di presentazioni. Ex pilota di F1, non ha vinto molto ma è stato capace di entrare nel cuore dei tifosi come pochi altri piloti. Un campione dalla guida irruente e spettacolare, uno che non ha mai mollato. Ha disputato 201 Gran Premi vincendone uno, alla guida della Ferrari, il giorno del suo trentunesimo compleanno, sul circuito canadese intitolato a Gilles Villeneuve.
Lo abbiamo incontrato alla presentazione del nuovo COYOTE NAV+, marchio di cui è testimonial. Gentile, disponibile e sempre sorridente ci ha dedicato il suo tempo con sincera cortesia.

Sono trentadue i podi in carriera, con dodici secondi posti. Parlano di te come un pilota di grande talento ma perseguitato dalla sfortuna. Cosa ne pensi?
Forse allora sì, ma se ripenso a quel periodo credo proprio di no. Erano anni in cui si rischiava di farsi male veramente e a me invece è andata sempre bene. La vera sfortuna sarebbe stata non poter fare ciò che sognavo. Mi reputo molto più che fortunato. Sono nato e cresciuto in una città, Avignone, dove mio papà è arrivato quando aveva 20 anni. Ero il figlio del carrozziere. Non voglio e non devo dimenticare da dove arrivo, quindi non posso certo dirmi sfortunato per la carriera e la vita che ho fatto. Sono qui a raccontarle.

Per cosa ti ricordano i tifosi?
La auto che guidavo ai miei tempi erano grintose, impressionanti, con motori V12 potenti e rumorosi. L’impegno del pilota era fondamentale per esaltare il mezzo e penso di essere stato bravo in questo. I tifosi credo ricordino ancora il cuore che ci mettevo. Sono sempre stato molto sensibile alla tribuna: appena potevo guardavo in alto per osservare le reazioni della gente. Ho sempre amato il contatto con il pubblico.

Della F1 di oggi cosa pensi? Quanto conta il pilota?
È tecnologia pura, io non credo sarei in grado di guidarle ma immagino diano emozioni enormi. Le auto di oggi sembrano dei caccia, fanno davvero impressione. Mi capita, quando sono in circuito, di chiedere ai meccanici come facciano a capirne il funzionamento. Ad esempio hanno radiatori che possono essere utilizzati in sette modalità differenti nell’arco della gara: una volta passa l’olio, una l’acqua, l’altra l’aria, pazzesco. Le auto sono indubbiamente più affidabili oggi ma il pilota conta ancora molto. Ai miei tempi non c’era il servosterzo, la macchina era violenta, bisognava domarla. I ragazzi di oggi hanno altri problemi: devono essere in grado di seguire l’evoluzione del degrado per mantenere un livello di competitività altissimo e affrontano difficoltà enormi nella guida; ad esempio, sul volante hanno i magneti per gestire il differenziale, la cartografia del motore e un sacco di altre variabili. Ed è una difficoltà enorme. Chi è più bravo alla fine emerge.

La Formula E?
È una grande opportunità per l’automobile perché si è un po’ perso l’interesse nelle gare: i giovani si sono allontanati dai motori. La fortuna della Formula E è di poter correre nel centro delle città, con prototipi che hanno un aspetto aggressivo e anche se non raggiungono le velocità di un’auto da competizione fanno show. Dunque ben venga la Formula E.

Cosa pensi di gare come la Dakar?
Sono gare entusiasmanti ma pericolose, per questo non ho mai partecipato. Penso all’Isola di Man per le motociclette, a quanto sia spettacolare ma allo stesso tempo pericolosissima. Devono esistere per lo spettacolo ma temo svaniranno presto: anche se si lavora molto sulla sicurezza è difficile tenerle in piedi.

Tuo figlio Giuliano corre in GP3.
Sono stato felice da subito, come ogni genitore quando riconosce nel figlio la stessa passione, ma sapevo che non sarebbe stato facile essere il figlio di Alesi (o di un altro pilota), confrontarsi con le aspettative degli altri e di se stessi. Gli ho spiegato che è uno sport che richiede grandi sacrifici, come sempre ne servono quando si vogliono ottenere risultati. Io ci sono e ci sarò accanto a lui, ma il lavoro, la dedizione, l’impegno e la serietà deve essere lui a metterli.

So che hai aiutato Zarco a raggiungere il suo obiettivo di correre in MotoGP.
Johann è di Avignone, come me. So quanto è stato difficile emergere dalla normalità. Un amico me lo ha presentato quando aveva sedici anni e in un certo senso sono stato il suo padrino. Ora sono contento di vederlo fare grandi cose, credo abbia un grande talento.

Valentino Rossi in Formula Uno, era un’ipotesi di qualche anno fa
Valentino è incredibile. Se non ami la moto e lo vedi guidare ti innamori subito. È più di un pilota, è un idolo, un personaggio, lo vogliono tutti. So che in macchina va forte e soprattutto ha il dono straordinario di essere sempre protagonista. Avrebbe fatto bene anche al nostro sport.

Qual è il tuo rapporto con la velocità oggi?
La velocità è la mia vita. Mi piace andare veloce ma in modo intelligente, non ho mai avuto incidenti su strada. L’ultima gara della mia vita l’ho corsa a Indianapolis, dove si raggiungono i 370 km/h di media. In realtà, però, non è la velocità il fattore più eccitante quando sei pilota: per me è sempre stato il controllo.

Commenta per primo