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Alfa Romeo Arna: l’auto che non doveva esistere

Realizzata all’inizio degli Anni ’80 sfruttando le scocche della Nissan Cherry, rappresentò uno dei momenti peggiori nella storia Alfa Romeo. Meccanica e guida erano accettabili; la linea, invece, divenne un raro esempio di bruttezza.

Pubblicato domenica 22 novembre 2015 · da

Arna, acronimo di Alfa Romeo Nissan Auto, ha rappresentato per la Casa di Arese un momento di sbandamento. Una perdita di lucidità totale a inizio Anni ‘80, pressoché inimmaginabile oggi che il Biscione sfoggia in gamma modelli di pregio quali 4C e Giulia Quadrifoglio. Un blackout dovuto alla necessità di sostituire, spendendo il meno possibile, l’Alfasud, oltretutto fronteggiando al più presto l’ascesa della Volkswagen Golf nel segmento delle medie. Un blackout favorito dalla mano tesa di Nissan, ansiosa di piazzare le scocche della Pulsar/Cherry.

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Dall’alleanza italo nipponica nacque un accrocchio a quattro ruote destinato a far inorridire i fan del Portello. Meccanica Alfasud, struttura portante Pulsar/Cherry, assemblaggio a Pratola Serra (AV). Le radici del disastro avevano attecchito. Le scocche nipponiche risultarono inadatte ad accogliere i motori italiani; dovettero essere modificate con un aggravio di costi, e un ritardo nella produzione, che tutto potevano apparire, tranne benauguranti. La linea, a metà tra un comodino e un barattolo di Nutella, venne definita troppo “orientale”, per utilizzare un eufemismo, dagli Alfisti. Una delle ragioni che portarono all’accelerazione del progetto Alfa Romeo 33.

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Il claim pubblicitario, ancora oggi fonte di un reflusso gastroesofageo per i fan del Biscione, era “Arna, e sei subito alfista”. In seguito divenuto arma di distruzione di massa per i vaggari – vale a dire i proseliti dei marchi tedeschi, in primis Volkswagen – nei confronti degli Alfisti. Presentata ufficialmente nel 1983, l’auto era disponibile in configurazione sia a 3 sia a 5 porte – denominate rispettivamente L ed SL – in abbinamento alla motorizzazione base, vale a dire il 4 cilindri boxer – a cilindri contrapposti – 1.2 da 63 cv, cui si affiancava la versione sportiva Ti mossa da un 1.3 da 86 cv, in grado di raggiungere i 170 km/h. Le prestazioni erano tutt’altro che disprezzabili, complici il peso contenuto in 850 kg e la raffinata distribuzione a doppio albero a camme in testa per bancata, la carrozzeria non andava incontro alla corrosione (finalmente!) e la guida era persino appagante, grazie anche al cambio manuale a 5 rapporti ben spaziato, fatta eccezione per la V di riposo. Ma quella linea… uccideva ogni sentimento; peggio di una domenica all’Ikea.

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“Curiosamente”, non incontrò il favore del pubblico. Nonostante uno schema delle sospensioni moderno, McPherson all’avantreno e a ruote indipendenti al retrotreno (eredità Nissan), venne snobbata dai puristi del marchio e realizzata in solo 50.000 esemplari; uscì di scena nel 1987, non appena la proprietà Alfa Romeo passò alla Fiat, in favore della più gradevole 33.

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