Dakar 2015, la caduta degli eroi

Dopo solo tre tappe Nani Roma, trionfatore nel 2014, abbandona ogni ambizione di vittoria, mentre le Peugeot arrancano e l’Hummer di Gordon si “fuma” i freni. Emergono le Toyota e il qatariota Al Attiyah. Tra le moto battaglia Honda-KTM, Yamaha sembra già fuori dai giochi.

6 gennaio 2015 - 21:01

AUTO
9.000 km di lotta serrata… che il vincitore della Dakar 2014 Nani Roma non percorrerà! O meglio, non correrà per vincere, dato che la sua MINI All4 Racing si ammutolisce dopo soli 10 km di trasferimento a causa di un’anomalia alla pressione dell’olio motore. Un po’ come prepararsi per la maratona olimpica e slogarsi una caviglia a colazione. Il rally raid più impegnativo al mondo conferma una delle proprie massime: non si vince alla prima tappa, ma si può senz’altro perdere! Lo squadrone MINI affida così il ruolo di capitano al qatariota Nasser Al Attiyah, la cui proverbiale fortuna entra sin da subito in gioco “eliminando” il compagno di squadra più pericoloso (relegato a 7 ore e 26’ minuti di ritardo) e agevolando la vittoria della prima special stage, poi persa “a tavolino” per una penalità di 2’. Ombre all’orizzonte per la sfidante Peugeot, in debito di sviluppo: Sainz e Peterhansel chiudono rispettivamente in ottava e decima posizione.

Il clamoroso stop di Nani Roma (MINI)

Secondo giorno. 50°C. Le uova si cuociono sulla carrozzeria. La Pampa argentina è teatro della tappa più lunga (625 km) della Dakar 2015. E un protagonista abdica immediatamente. L’americano Robby Gordon, autore di un grande avvio (terzo assoluto) al volante del prototipo HST (Hummer Style Truck) Gordini, mosso da un V8 benzina di derivazione Chevrolet, soffre per il surriscaldamento dei freni ed è costretto a cedere oltre 4 ore al vincitore di giornata Al Attiyah. La sorte si accanisce su Peterhansel, attardato di oltre un’ora, e Sainz; quest’ultimo avrebbe potuto insidiare i primi se non fosse stato protagonista di un contatto con una moto. Intanto Orlando Terranova, terza guida MINI, si esibisce in una serie di piroette che nemmeno Tania Cagnotto saprebbe imitare, cedendo la leadership ad Al Attiyah. Voto 10 per la coordinazione, voto 0 per il tempismo. Zitte zitte, le affidabili Toyota Hilux V8 benzina (422 cv) di Giniel de Villiers e Bernhard Ten Brinke, sebbene meno performanti delle vetture ufficiali MINI e Peugeot, occupano i gradini più bassi del podio. Che sia il loro anno? Comunque vada a finire, il nostro mito è Krzysztof Holowczyc: il polacco, su MINI, è costretto a concedersi una breve sosta perché a causa di uno stile di guida decisamente sobrio, lo stomaco stava per riproporgli il pranzo di Pasqua del ’92. Idolo!

Il video della prima tappa

Terzo giro, terzo regalo. Terranova non sbaglia e firma lo scratch davanti al sempre più intraprendente de Villiers che “succhia la scia” ad Al Attiyah. Il principe qatariota apprezza, issando imperiosamente il dito medio. Nonostante il travaso di bile, il capitano del team MINI chiude i primi tre giorni di gara con un vantaggio di 5’18” su de Villiers e 18’05” su Terranova. Attardate le 2008 DKR di Sainz (quarto a 19’32”) e Peterhansel (sedicesimo a 1h12’49”).

MOTO (di Stefano Cordara)
La sfida Honda-KTM-Yamaha si riduce già dopo soli tre giorni a un duello tra le arancioni di Mattighofen e le rosse di Tokio che si spartiscono quasi simmetricamente le prime nove posizioni in classifica. Le Yamaha, sembrano essere in difficoltà, lo squadrone schierato da Iwata fatica più del previsto, la prima Yamaha la troviamo in decima posizione ed è quella dello spagnolo Pedrero Garcia, Olivier Pain lo stanno cercando a chi l’ha visto e Botturi con una condotta di gara più saggia che spregiudicata naviga in diciottesima posizione (ma sta risalendo) a oltre 35 minuti da Joan Barreda leader provvisorio di classifica.
Proprio Barreda sembra essere l’uomo più in palla del momento ha vinto, stracciando letteralmente il gas, la seconda tappa (la prima vera tappa dopo il prologo), quella più lunga di tutto il Rally (quasi 600 km di speciale!) corsa come se si trattasse di una speciale enduro lunga pochi km.

Barreda ha guidato alla grande e portato la Honda in testa alla classifica, (a Tokio hanno festeggiato con il sakè la doppietta all’arrivo della seconda tappa, dopo che giusto per non mettere pressione ai suoi, il boss HRC Shuei Nakamoto ha affermato “nessuna pressione, ma mi piacerebbe vincere”). Certo avrebbe avuto vita più difficile se Coma non si fosse trovato con gli pneumatici sbranati e non fosse stato costretto a percorrere gli ultimi km della seconda tappa a velocità da Solex facendosi passare quasi da tutti.

Il campione spagnolo della KTM comunque non è assolutamente fuori dai giochi, già nella terza tappa ha rimesso le cose a posto, finendo secondo subito alle spalle del campione del mondo MX3 Matthias Walkner (che sta dimostrando di saperci fare anche nei rally), e mettendo dietro Barreda (in crisi di navigazione nella parte finale della tappa) comunque ottimo terzo e ancora in testa alla generale. Yamaha a parte, i nomi “pesanti” della Dakar moto sono ancora tutti li, a giocarsela, tra le due ruote non c’è stato ancora insomma il grande colpo di scena come quello che ha tolto di mezzo Nani Roma, anche se la seconda tappa ha già fatto un po’ di selezione mandando a casa una dozzina di partecipanti. I 10 minuti e 50 secondi di distacco tra Coma e Barreda sono come un battito di ciglia davanti agli 8.000 km ancora da percorrere ma alla Dakar si sa, basta niente per perdere ore. E il bello deve ancora venire.

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