Sergio Marchionne, l’uomo che ha cambiato faccia alla Fiat

Dall'acquisizione di Chrysler al contratto degli operai italiani: gioie e dolori del Manager italo-canadese, che - secondo John Elkann - "non tornerà più" alla guida di FCA

25 luglio 2018 - 12:07

Sergio Marchionne è morto oggi all’ospedale di Zurigo, pochi giorni dopo essere stato sostituito alla guida di FCA.

Su di lui si è scritto tanto, forse addirittura troppo. D’altronde, quando hai in mano le chiavi della più grossa azienda d’auto dello Stivale, nonché settimo gruppo automobilistico al mondo, c’è da scommettere che ogni tuo passo sia misurato (e giudicato) all’istante.


Due lauree, un master
Nato in Abruzzo ma emigrato a Toronto, in Canada, all’età di 14 anni, Sergio Marchionne si fa le ossa nel negozio di ortofrutta della zia. “Imparò così il rigore e capì il binomio disciplina-cultura” – ha recentemente raccontato in un’intervista l’avvocato Franzo Grande Stevens, che lo portò in Fiat su volere di Umberto Agnelli. Marchionne non è quel che si dice un “car guy”: nella sua vita lavorativa le auto sono entrate per la prima volta il 1° giugno del 2004, quando venne nominato Amministratore Delegato dell’allora Gruppo Fiat. Doppia laurea (filosofia e legge), un master in Business Administration e una carriera folgorante in un gran numero di multinazionali, fra cui la SGS di Ginevra. Poi la chiamata di Umberto Agnelli.

Business e prodotto
Poco amato dagli appassionati delle auto più veraci, Sergio Marchionne è stato in grado di risollevare le sorti del Gruppo Fiat sull’orlo del precipizio. Come? Innanzitutto rinegoziando il debito con le banche e l’accordo con General Motors. Così il manager italo-canadese è riuscito a ottenere 1,55 miliardi di dollari dagli americani, a fronte della rinuncia ad acquistare Fiat. Il primo coup de théâtre? La Fiat Grande Punto, apparsa nel 2005 e divenuta subito un successo. Il vero asso nella manica arriva il 4 luglio del 2007, con la presentazione della nuova Fiat 500, che traghetta il marchio verso un futuro decisamente diverso.


Obiettivo lavoro
Altro giro, altra novità: il contratto di lavoro degli operai, a Melfi, Pomigliano e Cassino (Termini Imerese non ha più speranze). Per spiccare il volo il progetto “Fabbrica Italia” ha bisogno di contratti aziendali più flessibili e moderni rispetto a quello unico nazionale. La FIOM di Landini è contro, CISL e UIL si dimostrano possibilisti. Alla fine vince il sì. E allora Panda a Pomigliano, Jeep a Melfi. Il tentativo di acquisire Opel non è andato in porto, al pari delle ipotesi di aggregazione con altri marchi.


Il non-futuro di Lancia
C’è poi la questione Lancia, marchio che secondo Marchionne “non ha più appeal” e si limita a produrre soltanto l’amata Ypsilon: non sono d’accordo i numerosissimi lancisti sparsi in tutto il globo, che non perdonano al manager l’abbandono dell’idea stessa di un possibile rilancio. Altri detrattori sostengono che FCA in Italia sia sempre in (grossa) perdita, e che a trainare gli utili siano esclusivamente i Paesi Efta (USA e Canada) dove il Gruppo vende alla grande Jeep e RAM. Sia come sia, è indubbio che Sergio Marchionne sia stato l’uomo più importante di Fiat negli ultimi 15 anni.


Adesso c’è Manley
Pochi giorni prima della tragica scomparsa di Marchionne – con Alfredo Altavilla, suo stretto collaboratore, che ha rassegnato le dimissioni – la carica di Amministratore Delegato di FCA è andata a Mike Manley, uomo di prodotto, ex ceo di Jeep. Già alle prese, secondo indiscrezioni, con la valutazione di possibili alleanze industriali con Hyundai o Ford. Prima, però, c’è da presentare il bilancio e affrontare un altro scorporo, quello di Magneti Marelli. Tanto lavoro, certamente, ma oggi è il giorno del silenzio e della memoria.

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