Triumph Spitfire: la classica spider all’inglese

23 febbraio 2017 - 8:02

Insieme alle storiche rivali Austin Healey Sprite ed MG MGA prima, MG Midget poi, la Triumph Spitfire ha contribuito a dare i natali alla categoria delle “spider all’inglese”. Vetture leggere, reattive, essenziali, ancora oggi invidiate e imitate tanto da trovare nella Mazda MX-5 in chiave moderna, e nella Lotus Elise in configurazione “instant classic”, le eredi ideali di un mondo ormai quasi totalmente cancellato dall’elettronica e dal proliferare di una miriade di gadget che tutto fanno, tranne che giocare a favore della riduzione delle masse.

La Spitfire non nacque come un progetto originale. Ereditava piuttosto la struttura e buona parte della meccanica dalla berlina Triumph Herald. Disegnata da Giovanni Michelotti – a conferma del genio italico, in special modo torinese, dell’epoca – era una vettura abbastanza tradizionale, caratterizzata dal telaio a longheroni e traverse separato dalla carrozzeria. Una soluzione superata già negli Anni ’60 dalla più moderna configurazione a scocca portante. Tutt’altro che futuristici, del resto, erano anche i freni a disco previsti solamente all’avantreno, così come il piccolo 4 cilindri 1.1 8V con distribuzione monoalbero ad aste e bilancieri e alimentazione mediante due carburatori SU, in grado di erogare 64 cv e 91 Nm di coppia. Un’unità che lavorava in abbinamento a un classico cambio manuale a 4 rapporti e consentiva di raggiungere una velocità massima di 148 km/h scattando da 0 a 100 km/h in 17,3 secondi.

Il successo dell’auto – battezzata Spitfire 4 in onore sia dell’areo da combattimento inglese protagonista della Seconda guerra mondiale sia del frazionamento del motore – fu legato principalmente alla linea coinvolgente e alla leggerezza; pesava poco più di 700 kg. Una vera e propria libellula. Una dote in grado di far passare in secondo piano le reazioni spesso imprevedibili del retrotreno, legate alla scelta dell’economica configurazione ad assale oscillante e balestre trasversali. Una configurazione che strideva con la modernità dell’avantreno, caratterizzato da una struttura a triangoli sovrapposti con molle elicoidali e ammortizzatori telescopici. In estrema sintesi, era quanto di più simile a un compasso: l’assale anteriore piantato a terra, quello posteriore pronto a sbandierare come se non esistesse un domani. Un’auto per pochi.

Caratterizzata da finiture abbastanza spartane nonostante la disponibilità dell’hard top, delle ruote a raggi e dell’overdrive – vale a dire della marcia di “riposo” per le lunghe percorrenze autostradali – la Triumph Spitfire venne declinata in cinque generazioni e restò in produzione dal 1962 al 1980, dando prova di un’eccezionale longevità. Evoluta sia nella cura degli interni sia nella meccanica, tanto che il 4 cilindri arrivò a toccare una cilindrata di 1.493 cc e a erogare una potenza massima di 75 cv, restò sempre e comunque una maniaca della leggerezza. Basti pensare, in proposito, come il sistema di riscaldamento fosse originariamente opzionale e la serratura presente solo in corrispondenza della portiera del guidatore. Dura e pura. Un mito a quattro ruote.

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