Prologo
Era da più di un anno che aspettavamo questo momento. Da quando Andrea Massimello e Aldo Rock sono venuti a trovarmi per illustrarmi quella che allora era solo un’idea, ma già piuttosto chiara. Chiaro era soprattutto lo spirito da cui aveva preso vita, ossia portare le bici in autodromo per una grande festa che offrisse sia la possibilità di scannarsi per la vittoria, sia l’emozione di pedalare in un luogo magico, condividendo l’esperienza con amici intrisi della stessa passione ed entusiasmo.

In realtà l’idea non è inedita dato che in Francia già da qualche anno si corre a LeMans la versione senza motore della 24 Ore. Lo è, però, per il nostro Paese. Il fatto, poi, che si potesse organizzare sulla pista dietro casa un evento simile mi aveva subito affascinato e coinvolto. Andrea ne aveva già parlato con gli amici di Radio Deejay (ecco il perché della presenza di Aldo), che avevano deciso di sposare il progetto: non restava che trovare un accordo con l’autodromo di Monza e mettere in piedi la cosa… Appunto! Capire che l’ipotesi originaria, ossia organizzare una gara di 24 ore che si corresse l’estate stessa, fosse quantomeno azzardata fu quasi immediato. E altrettanto rapida fu la decisione di Andrea: “Ok! 12 ore, dal tramonto all’alba, da soli o in team… Quest’anno facciamo solo un numero zero, un warm-up come nella F1, un’edizione di lancio da correre esattamente un anno prima di quella ufficiale. E chi girerà più veloce avrà l’iscrizione gratis”.
Il 27 giugno 2014, sotto il diluvio di un temporale estivo, davanti ai cancelli dei paddock si sono presentatati più di cento ciclisti, carichi e curiosi. Il mattino di un buon giorno.

Gli uomini
In redazione se ne parlava da qualche mese, anche se poi, alla resa dei conti, solo in tre abbiamo barrato la casella del calendario, bloccando ogni eventuale impedimento o ripensamento. Gli assenti? Qualcuno scusato perché ai nastri di partenza della Hero, qualcun altro perché ad Assen con Sky per seguire il Motomondiale e qualcuno invece inchiodato a casa dai suoi doveri familiari.
Per arrivare a otto componenti del team sono cominciate le telefonate ad amici e parenti, in ordine di chilometraggio annuale. Non c’è stato nemmeno bisogno di ricorrere alle seconde scelte. La proposta era di quelle che non si possono rifiutare, anche perché gli organizzatori ci avevano ufficialmente invitati e addirittura riservato un box, come i team seri. Gli otto si sono formati in un attimo, grazie anche all’entusiasmo di Massimo Boglia (collega e volto di Bike Channel) e alla carità cristiana di Marco Saligari, anche lui in forza a Bike Channel, che aveva assicurato che, non appena chiusa la sua pizzeria, si sarebbe teletrasportato a Monza per pedalare nei turni con la luna.

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La squadra RED al completo da sinistra a destra “Martinazzo”, “ilcorda”, “ilbencio”, Massimo Boglia, “IlRiva”, “IlCarta”, “ilMiglia” il commissario Marco Saligari arriverà solo all’una di notte per poi sparire subito. Praticamente un’entità, qualcuno giura di non averlo mai visto…

Carichi ed eleganti, grazie a Briko che ci ha vestiti e accessoriati di tutto punto, ci siamo da subito preoccupati dell’aspetto nutrizionale della gara. O meglio, gastronomico, poiché sulla lista della spesa si leggevano chiaramente le parole “torta, biscotti, nutella, salamelle, carbonella e persino anguria”! Per fortuna la mia consulente preferita (Elena Casiraghi dell’equipe Enervit), oltre che a inviarci una buona dose di pre sport, sali e gel, mi ha persuaso a depennare le voci “salamelle” e “carbonella”, sostituendole con le più consone “panini” e “prosciutto crudo”.

L’insediamento
Appuntamento in autodromo verso metà pomeriggio per espletare con comodo le formalità dell’iscrizione, portare le bici alle verifiche (proprio come se fossero moto) e allestire il box con il kit da campeggio anni 80 che Stefano C ha rubato dalla cantina dei genitori. Tardo un po’ perché la sdraio da mare manca di un pezzo necessario per tenerla insieme: tappa da Decathlon per cercare qualcosa di comodo su cui riposare fra un turno e l’altro. Ma si sa, alla Decathlon sono tante le cose tra cui scegliere: così prima di decidere se comprare il materassino gonfiabile da 190×120, la pompa a piede da 7,90 euro di pompa o quella a mano da 12,90 ci ho messo un po’. Fatto sta che quando sono arrivato il nostro nido era già pronto, e anche tutto il resto, così da team manager sono stato declassato a mascotte.

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Prima regola dell’endurance, non farsi mancare cibo, acqua e… una perfetta attrezzatura da campeggio

Dopo dieci minuti si apre la porta ed entra Max Boglia, con chitarra a tracolla… L’apoteosi! Ora sembriamo davvero un gruppo di liceali pronti per una settimana di campeggio, con scorte di cibo sufficienti per sopravvivere ai postumi di un guerra atomica. Comprese due angurie e 24 bottiglie d’acqua. Chissà cosa pensano di noi i quattro atleti del team Brooks, fra i quali l’ironman Daniel Fontana, con cui dividiamo il box. E comunque anche loro a un certo punto hanno montato un banchetto Beretta e l’hanno riempito di salamini e pasta in scatola da scaldare al microonde…

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L’organizzazione non manca, si parte per partecipare ma… una gara è sempre una gara. Certo i mezzi utilizzati non erano proprio all’avanguardia. Al posto del foglio excel un foglio di carta assorbente…

La tenzone
Alle 19 scatta il pasta-party, imperdibile rifornimento di carboidrati sin dai tempi di Fiorenzo Magni. Dopo una fila da esodo biblico ci ritroviamo in mano un piatto di maccheroni con l’olio, che sotterriamo di parmigiano come una discarica abusiva. Ora l’avventura è davvero cominciata.
E la strategia di gara? “Chi parte per primo?” “Ma facciamo a giri o a tempo?” Ognuno dice la sua e alla fine ci accordiamo: mezz’ora in pista e poi si rientra, a occhio e croce sono quattro giri. Prendiamo due fogli di scottex e scriviamo l’ordine dei cambi. Ok, ora si fa sul serio. Il tempo comincia a volare e non faccio nemmeno in tempo a regolare la sella e le tacchette sotto alle scarpe nuove che dagli altoparlanti chiamano gli atleti alla partenza.

12HCyclingMonza-028Per noi comincia Max Boglia. È quello più abituato a pedalare in gruppo, e anche quello con la gamba migliore. Poi, a seguire, in ordine alfabetico Bencio (Bencini), Carta, Corda(ra), Marti(gnoni), Miglia(vacca), Riva…
Che emozione! Sono una marea schierati dietro alla Tesla (apripista di una manifestazione veramente a impatto zero) che guiderà i corridori per un giro di lancio. Il sole è ancora luminoso ma le luci (obbligatorie) devono essere sempre accese, davanti e dietro. Dopo il primo giro la macchina elettrica da 600 cv silenziosi prende il largo e la gara comincia. In piedi sul muretto dei box i compagni gridano il loro incitamento. Il gruppone si è già spezzettato e la testa fila che è uno spettacolo, tant’è che fatichiamo a scorgere il nostro Max, anzi lo cerchiamo per venti minuti ma non lo vediamo proprio. Che fine ha fatto? Si ricorderà di uscire per il cambio?
Intanto il Bencio si sta scaldando facendo girare la gamba nei paddock. Ai 25 minuti si schiera nella corsia dei box, pronto a prendere il testimone. Passano i 30, poi i 35 e i 40 minuti ma Max non si vede… Il tempo di pensare al peggio ed eccolo come una scheggia entrare in pit-lane. “Vai Bencio!!!”
Entra nel box e comincia a raccontare “Che figata, ragazzi, bellissimo!!! Ho fatto un giro in più e anche rischiato la vita un paio di volte. Sono tutti assatanati, ho dovuto stare sempre fra i primi altrimenti fra gomitate e spallate lì in mezzo finiva male”. Gli guardiamo il Polar: punta massima di 58 km/h e velocità media di 44! Alla faccia…

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Rientro ai box dopo il proprio turno. 4 giri di Monza a tutta lasciano il segno

La Legge del Gruppo
Siamo abbastanza esaltati e ciascuno non vede l’ora di entrare. I primi cambi vanno alla grande, si rispettano i tempi e i compagni che rientrano al box sono carichi. Sono riusciti ad agganciarsi a qualche gruppo e a pedalare senza sputare l’anima, addirittura percorrendo alcuni tratti di conserva. Comincia però a serpeggiare un po’ di preoccupazione quando il Carta, al rientro dal suo turno, torna ai box con una smorfia di fatica stampata sul viso “Ca..o, due giri da solo prima di riuscire a rientrare su un gruppo. Ho menato come un matto, sono cotto”.
Ma allora non è tutto così semplice… In effetti, dopo qualche ora e molti cambi, in pista si sono formati diversi peloton, più o meno veloci, che continuano a evolvere, perdendo e raccogliendo pezzi durante il loro moto. Uno di questi ha assunto una connotazione epica e ai box circolano già leggende che raccontano di locomotive umane che, ansimando e imprecando, spazzano qualsiasi cosa si pari sulla loro strada. Locomotive dietro alle quali è impossibile agganciarsi se non si possiedono polpacci ipertrofici e perfettamente lisci.

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Scopriamo subito che i casi sono due, o sei fortunato e finisci nel gruppo e lo tieni… oppure soffrirai da solo

Ecco, proprio ora che il Corda ci sta dando dentro e fra dieci minuti tocca a me! Mi faccio prestare una luce posteriore (ovviamente qualcosa dovevo dimenticare) ed esco a pedalare un po’, prima di entrare nella pit-lane ad aspettare il cambio con il cuore in gola. Il Corda arriva e mi grida “Vai Martinazzo, avanti c’è un bel gruppo!!!”. Comincio a mulinare le gambe e a salire di rapporto fino a uscire dalla corsia dei box, davanti a me a una ventina di metri altri due corridori e, cento metri oltre, le lucine rosse intermittenti della coda del gruppo. Ci diamo dentro a testa bassa, in fuori soglia da subito, con il fiato che non riesce a spezzarsi. Prima della variante della Roggia li raggiungiamo. Ci alziamo e lasciamo che il benevolo vortice ci avvolga e ci risucchi. Eccolo l’”effetto Gruppo” Non mi era mai successo, io sono un biker e quando pedalo su strada non ho compagni di asfalto.

Siamo una ventina, fra uomini e donne, bici da strada e da pista. Mi posiziono nella prima metà, memore delle raccomandazioni del Boglia. Un po’ si pedala e un po’ no, tirati dalla scia. Mi sembra di essere per le vie del centro, sulla mia Avai con i freni a bacchetta, ma sto viaggiando a 33 all’ora. Sono entrato in un mondo sconosciuto con regole precise. Ogni tanto qualcuno scomoda uno o più santi se chi precede scarta o se in curva taglia, i più esaltati si danno anche delle manate. Qualcuno si lamenta quando in testa rilanciano. Intanto lungo la discesa prima del sottopasso della variante Ascari scorgo sul Polar l’indicazione della velocità, 45 km/h. Caspita! Non sarò forte come i miei compagni ma forse riesco a non abbassare troppo la media. Finisco i miei quattro giri e a metà Parabolica sono tentato di proseguire, tanto è buono il ritmo, ma il Miglia è lì che mi aspetta quindi, in vista dell’ingresso della corsia dei box, mi alzo sui pedali e cerco di guadagnare un po’ per permettergli di non trovarsi troppo distante una volta entrato sul rettilineo. Sono contento, ho pedalato bene e mi sono anche goduto la pista alla stupenda luce del crepuscolo. Forse anche troppo, visti i commenti dei miei soci al mio ingresso, momento in cui ciascuno recita i valori registrati dal ciclocomputer… “Come 37 di media? Ma hai pedalato o camminato?!?”. In realtà non me la sono presa, ero comunque soddisfatto e l’esperienza del gruppo mi aveva eccitato. “Vabbè, spingerò di più il prossimo turno”.

Vita da Campo
È quasi mezzanotte, mancano più o meno tre ore al prossimo turno ma pensare di pisolare come previsto dal piano d’azione è impossibile. Fra l’adrenalina, le domande, i consigli, un panino (o una fetta d’anguria…) e la doccia rimane giusto il tempo di dare un occhio alla bici e uscire a far girare le gambe dieci minuti prima di tornare in pista.
Queste gare di endurance, come conferma il Corda capitano di ventura e veterano di tante campagne in giro per il mondo, si vivono molto più ai box che non sul muretto. Un aspetto che non avevo immaginato. Resti dentro a rilassarti aspettando che arrivi il tuo momento, ti cambi e ti butti un po’ sulla brandina o sul materassino. Magari vai sul camper di Bike Channel a rubare una confezione di bresaola o al bar a prendere una banana e a fare due chiacchiere con qualche amico/rivale, ma poi torni nella tua tenda e ti siedi accanto al tuo destriero, o ronzino.

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La zona dei cambi, gli atleti attendono il rientro del compagno prima di partire. Dal passaggio del primo atleta dal cancello di uscita a quello del secondo al cancello di ingresso devono passare almeno 10 secondi

Il commissario
Boglia è carico e anche teso, si vede che è tornato a respirare un po’ di quell’aria che lo circondava quando correva. Dopo aver sostituito i suoi pedali con i miei per una rottura mai vista nella storia del ciclismo, si fionda in pista per il suo secondo turno. Quando rientra è provato, ha dato tutto come al solito, ha corso il turno completamente da solo con il gruppo a 60 metri ma irraggiungibile “mai fatta così tanta fatica, ho fatto una crono individuale e non li prendevo!” racconta scavato in faccia e senza più globuli rossi. Generoso e veloce, le sue medie sono ancora le più alte. Si cambia, mangia qualcosa, si sdraia un po’, poi si alza per andare a vedere le classifiche: dopo il primo giro di cambi eravamo 61esimi (comunque un buon risultato), a metà del secondo risaliti addirittura al 51esimo posto. Una posizione inaspettata ma che nel contempo spinge a fare ancora di più per riuscire a mettere il nostro nome sul primo foglio.
Attendiamo con ansia la telefonata di Saligari. Contiamo su di lui per fare un altro salto di qualità. Quando squilla il telefono è la una e mezza. Porcaccia, ero appena riuscito a prendere sonno… “Eccomi, sono ai cancelli, dove vado?”, “Box 42, ti aspetto”. Eccolo, jeans e camicia bianca aperta sul petto, zainetto in una mano e bici nell’altra. Entra e accende le luci. “Allora, cosa devo fare? Come si fanno i cambi? Dove si entra? Quando pedalo?” Nemmeno il tempo di abbozzare una risposta che è già nudo e si infila i pantaloncini. “Ah, ragazzi, faccio un turno e poi vado a casa a dormire…”

Il gelo! Ma come, il nostro jolly, l’asso nella manica, il Commissario che deve portarci ai piani alti della classifica… E non è tutto. Una volta vestito se ne esce serafico con un “Mi manca la batteria del cambio, nessuno ha uno Shimano 10V elettronico?”. Ci guardiamo in faccia con quell’espressione sconsolata tipica dei concorrenti di 12h che verso le 2 di mattina scoprono che anziché in otto, continueranno a darsi il cambio in sette e che forse l’ottavo non correrà nemmeno l’unico turno che aveva concesso… “Nessun problema. Stefano accompagnami a vedere i cambi che cerco una batteria!”. Dopo aver rotto il sonno di decine di corridori, finalmente salta fuori la batteria. Osservato come si fanno i cambi, il Commissario torna al box come se niente fosse. Salta in bici e dice Esco io!” “No Marco, c’è già il Corda in pit-lane, aspetta il turno dopo” “No, vado io così vi do una bella spinta e poi me ne vado a casa. Sono in piedi dalle sei di ieri mattina…” .Vuoi dirgli di no? Si schiera percorrendo al contrario la corsia dei box, rileva il Corda e dopo tre minuti arriva il suo cambio: “Vai Marco!!!”

Rientriamo al box e aspettiamo. Il Corda forse non toglie nemmeno il casco e dopo venti minuti è di nuovo pronto in zona cambio. Ma Saligari non torna più. Aspettiamo 45 minuti prima di rivederlo, ci ha preso gusto e ha fatto un giro in più dietro il treno buono, anzi davanti! Perché a un certo punto è addirittura scattato, consentendo quindi al Corda di rientrare in pista e farsi riassorbire dal gruppo per un turno superveloce a 41 km/h di media. Entra, si riveste, saluta e scappa: “Beh ragazzi, vi ho portati nel primo foglio, ora cercate di tenere. Ciao!”.
In realtà siamo ancora 51esimi, ma più vicini al margine del foglio.

Il Buio
Ora tocca a me, sono frastornato. Fra il ciclone Saligari e il sonno mi è venuto mal di testa. Prendo un Moment, mi infilo il casco ed esco. Sono le 3 e un quarto quando il Corda grida “Martinazzo, c’è il gruppo!!!”. Parto a tutta ma questa volta sono solo, anzi no, dietro di me una luce proietta la mia ombra sull’asfalto. Davanti, come prima, vedo lampeggiare i LED rossi. Spingo sui pedali più che posso ma l’impressione è che i lumini si allontanino. Butto giù un altro dente e anche la testa, dietro di me sento un respiro cadenzato. È buio pesto e il KED del mio Polar, al quale mi sono affidato, mi conferma che la sua funzione è solo quella – dichiarata – di rendere visibile il ciclista che lo porta sul manubrio, non di illuminare la strada. La luna è quasi piena ma non riesco a vedere il bordo della pista. Gli occhi sono proiettati oltre le lenti ma per poco non mi infilo nella prima variante, che è stata chiusa…

12H monza 21 copiaNiente da fare, là davanti vanno troppo forte e continuo a perdere metri. Non sono abbastanza potente. Dietro di me ora sono in due, perché abbiamo superato e inglobato un altro solitario. Pedalo in testa per un giro intero, spingendo senza smettere un secondo. Mi accorgo anche della salita che dal ponte porta alla variante Ascari: prima, in gruppo, chi l’ha sentita? Mi tocca scalare un pignone, non voglio abbassare troppo la cadenza. Prima di entrare sul rettilineo mi volto e chiedo il cambio. La risposta è scoraggiante: “Non se ne parla! Noi corriamo da soli, tu sei in un team di otto…”. Così mi rassegno e continuo a tirare. Ogni tanto superiamo qualcuno ma la velocità è davvero bassa e in salita mi si gonfiano le gambe. Al secondo passaggio sul traguardo mi sposto di lato per far capire che faccio fatica e invogliare al cambio ma non c’è storia, piuttosto rallentano anche loro. Me ne faccio una ragione e torno a cercare l’asfalto davanti a me. Al buio il silenzio è ancora più silenzioso e gli unici suoni che accompagnano il mulinare delle gambe e che rimbombano nella testa sono il respiro proprio e quello di chi pedala accanto.

La bestia
All’improvviso, sul rettilineo che porta alla Parabolica, sento un rumore e dal nulla vedo comparire al mio fianco un fascio di luce seguito da una ruota, un manubrio, un casco, un’altra ruota, un altro casco e un altro ancora… Il Gruppo! L’animale mitologico che fagocita i ciclisti e li risputa se non gli piacciono. I corridori pedalano in fila indiana a pochi centimetri l’uno dall’altro, velocissimi. Cerco di spingere e di infilarmi ma non riesco. Mi rifiuta. Aspetto che la sua pancia si faccia più grossa e meno compatta ma non accade. Quando vedo passare la coda faccio un altro sforzo, cercando la scia della macchina dell’assistenza, ma è anche lei veloce come la Bestia. Ho le gambe di gesso e il sapore del sangue in bocca. Mi sento come il capitano Achab che guarda impotente Moby Dick passargli sotto il naso. Mi ritrovo di nuovo nel silenzio della notte, scoraggiato, superato anche da quei poveretti digeriti e rigurgitati dal Gruppo, che pian piano perdono la scia e l’inerzia in poche decina di metri. Ci compattiamo, due rigurgitati, io e le mie due remore che corrono da sole (mica gliel’ha ordinato il dottore…). Andiamo avanti così un altro giro, stringendo i denti, sbuffando e dondolando sui pedali. Arrivo finalmente a passare il testimone al Miglia, che se gli va bene troverà il secondo gruppo, meno mitologico ma assai veloce, e riuscirà a infilarcisi.

La chitarra e l’alba
Sono quasi le quattro quando rientro al box. Fatico a camminare dritto. Mi tolgo il casco e mi butto sul materassone gonfiabile. Sono desolato e stanco. Max mi rincuora e anche gli altri capiscono la mia frustrazione: 34 di media… “Dai, fatti una doccia e riposati”. Mi scolo una borraccia di sali, mi spoglio e mi infilo sotto il getto caldo dell’acqua. Dopo 5 minuti di idrorelax e un panino con la bresaola sono con gli occhi chiusi a pancia in su.
12HCyclingMonza-009Max tira fuori la sua chitarra e comincia a pizzicare delicatamente le corde, riempiendo l’aria di una melodia discreta e gentile che mi aiuta a sciogliere i muscoli. L’aria è fresca e con un angolo di sacco a pelo mi copro le gambe fino alle ginocchia. Mi addormento e riposo un paio d’ore.
Quando mi sveglio sta albeggiando. Se la notte è il momento più epico, l’alba è quello magico.
Mi alzo, metto la macchina fotografica al collo ed esco. Prima salgo sulla terrazza dei box per guardare il sole che nasce dal lato dei paddock, poi mi sposto sopra la corsia dei box. La pit-lane non ha mai cessato di vivere ed è come l’avevo lasciata poche ore prima, sempre uguale a se stessa come da nove ore a questa parte, con decine di ciclisti appoggiati alla transenna in attesa di un compagno che li chiami, però illuminata da una luce radente e calda. Un caffè macchiato e una fetta di crostata nel box/bar Lavazza sono il pasto più apprezzato dal giorno prima. Adoro l’alba.

La Cometa
Il mio ultimo turno è alle 6 e mezza. Torno al box, mangio un paninetto con la bresaola e mi vesto. Mi sento bene. Scherzo un po’ con gli altri, siamo ancora 51esimi ma non è finita. Un gel, una sgambata e sono lì che cerco con lo sguardo la sagoma del Corda. Scalpito ma non arriva. Passano una decina di minuti poi vedo materializzarsi un paio di gruppetti all’uscita dalla Parabolica e qualcuno staccarsi per rientrare. C’è anche Stefano. Mi dà la carica con il solito “Martinazzo!!!” e la prendo volentieri. Questa volta sono io a cercare la ruota di un omone che è partito pochi secondi prima di me.
Quando il cielo comincia a riprendere colore si torna a percepire anche la terza dimensione: tutto ciò che sta intorno guadagna nuovamente il suo profilo. La luce e i colori, seppur appena accennati, allo stesso modo in cui accendono un nuovo giorno infondono nuovo vigore, le gambe sembra che girino di più e più volentieri. Pedalo come se non ci fosse domani e all’inizio della Biassono sono in scia al gruppo. Spinge forte e continua a togliere denti, ma lo tengo. Questa volta il Gruppo non ci scappa e prima della Roggia, dove è costretto a rallentare, ci attacchiamo. Mi viene voglia di gridare.

12H monza 12 copiaMi sembra di stare sulla coda di una cometa, fatta di frammenti un po’ disordinati che comunque viaggiano insieme a lei. Riprendo fiato qualche centinaio di metri, senza più bisogno di spingere sui pedali, poi comincio a risalirne la coda, puntando alla testa. Sono in forma e pedalo bene. Non so se sia la Bestia o Moby Dick, comunque questa Cometa tira davvero. Sempre sopra i 40, con una punta di 53,6 sulla discesa del sottopasso! Sono gasato ma concentratissimo sulla ruota di chi mi precede e con le dita sui freni (ma come fanno quelli con le bici da pista…). La variante Ascari la si fa praticamente dritta, si rifiata un po’ sul rettilineo, si ricomincia a spingere all’ingresso della Parabolica fin sotto il traguardo e poi sul rettilineo d’arrivo si rifiata di nuovo. Superiamo di slancio qualche solitario e qualcuno che, come me nel turno prima, è troppo lento e stanco per entrare nell’orbita. Il punto più critico è la variante della Roggia, dove ci si stringe e spesso si sfiorano i gomiti di chi sta a fianco. I quattro giri volano e sulla mia Cometa sto da dio, ebbro di velocità. Mi fermo o non mi fermo? Mi fermo. Sfrutto l’orbita per schizzare come lanciato da una fionda. Entro così veloce nella corsia dei cambi che il Miglia mi vede solo quando sto tornando indietro. Peccato perché gli toccherà dannarsi per ritrovare la coda dell’asteroide…

Epilogo
Dopo il Miglia, il Riva. Sono veloci come due fusi e chiudono alla grande, costanti sopra i 40. Al Riva tocca fare due giri in più, pedalare per 50 minuti per evitare un cambio poco conveniente e avere il meritato onore di chiudere tagliando il traguardo. Ed è emozionante assistere all’arrivo dei molti che hanno affrontato questa avventura in solitaria, con spirito del tutto differente.
Il Commissario ci aveva lasciati 51esimi con un “In bocca al lupo”. Beh, il lupo ce lo siamo mangiato tutto, coda compresa, e abbiamo finito 49esimi, mancando di poco il target dei 40 orari di media che prima di partire ci sembrava utopia ma che durante la gara abbiamo mantenuto a lungo. 84 giri, oltre 480 km, 39,3 km/h di media il nostro incoraggiante risultato.
Che soddisfazione, sembriamo i primi e, anche se con 40 chilometri in meno, è come se lo fossimo.
12HCyclingMonza-019Ma la gioia, come in ogni atleta che si rispetti, lascia presto il campo al desiderio di migliorarsi. Nemmeno il tempo di ritirare la meritata medaglia che già discutiamo di strategie future, rulli e allenamenti. Si sgonfiano i materassoni, si ripiegano brande e tavolino, si mette via la chitarra, si dividono le scorte di viveri inutilizzati e si trova anche il tempo di nascondere una bici… Siamo stanchi ma felici, io forse di più perché sentivo il peso morale di aver coinvolto gli altri in questa avventura e vederli contenti mi dà soddisfazione. Le 12 ore sono state lunghe ma i 365 giorni che ci separano dalla prossima edizione lo saranno ancora di più.