Brompton Chrono Vigorelli, parquet e bombetta

16 novembre 2018 - 20:11

Proponimi una cosa un po’ originale e difficilmente ti dirò che ho altro da fare. Se poi è a due ruote, allora non c’è proprio pericolo che dica di no. È quello che è successo quando ho scoperto che Junction Milano, flagship store Brompton, e gli amici del Comitato Velodromo Vigorelli avevano organizzato un pomeriggio sopra le righe, anzi sopra il parquet…
Poiché era in concomitanza con la Deejay 100, ho lasciato che a sputare sangue a 50 di media la mattina fossero Edo e co. per godermi in tutta tranquillità il Vigorelli nel pomeriggio.
POCHI MA BUONI
Il Brompton Chrono Vigorelli è nato come evento a numero chiuso, dedicato ai possessori delle bici pieghevoli (in gergo si definiscono folding-bike) inglesi.
I bromptoniani sono una specie abbastanza avvezza a questo genere di pratiche: fanno raduni, si sfidano in gare di folding/unfolding delle loro bici, affrontano imprese eroiche e consacrano addirittura ogni anno il loro Campione Mondiale…
A pedalare sul legno del Vigorelli, però, non ci avevano ancora pensato e quindi il Brompton Chrono ha rappresentato anche per loro un’occasione imperdibile.

UNA FACCIA UNA RAZZA
Come ho già detto, i bromptoniani sono una specie di famiglia, situazione che mi è capitato di riscontrare solo con un altro marchio, tanto geograficamente lontano quanto mentalmente vicino, ossia Thok, capace di creare anch’esso una comunità di appassionati, che sanno tutto dei loro mezzi, che si confrontano sui social e che organizzano raduni e pedalano insieme. Ecco, i bromptoniani sono in grado di snocciolare senza tentennare l’intero elenco di accessori che possono essere montati sulle loro biciclette, conoscono lo sviluppo metrico delle differenti versioni di cambio, le pressioni delle diverse coperture e le trecento combinazioni di colore che il configuratore online permette di ottenere. Scherzi a parte, sono innamorati della loro Brompton e dei suoi difetti, ci svicolano con sicumera fra le auto, la custodiscono orgogliosi “al piede” sulla metro e la ripongono con una punta di sano snobismo accanto alla scrivania, in ufficio.
TUTTO PER NOI
Non era la prima volta che mettevo le ruote sul parquet del Vigorelli, quindi l’emozione di pedalare circondato dal profumo del legno l’avevo già vissuta. Questa volta però il bello stava nel fatto che il velodromo fosse tutto per noi, una cinquantina di “eletti” che ne avrebbero fatto il loro parco giochi. Un vero lusso.
Se a fare gli onori di casa sono stati i ragazzi del Comitato Velodromo Vigorelli, ai quali va il gtrande merito di aver resuscitato da un sonno che sembrava destinato all’eternità il tempio della velocità, a pedalare con noi in veste assolutamente non ufficiale c’era Ronald Amery, colui che rappresenta Brompton in Italia ma anche colui che in sella alla sua folding si è fatto, fra le altre cose, lo Stelvio e il Mont Ventoux …

GARA VERA
Visti da lontano, tutti a mulinare la gambe sulle nostre biciclettine con le ruote da 16″, i pantaloncini corti e la magliettina uguale, dovevamo sembrare i marmocchi dell’oratorio nella gita del giovedì. In effetti, anche la nostra sensazione era più o meno quella e i ragazzi del Comitato avevano il loro bel daffare per convincerci a restare sulla parte bassa della pista difatti, appena fuori dalla loro portata, si schizzava su verso la linea rossa con il sorriso che piano piano si allargava.
Tutti amici, per la prima ora. Poi, quando è cominciato il gioco, quello fatto di prove cronometrate che avrebbero definito i quattro finalisti che si sarebbero contesi il primo titolo di Brompton Vigo Chronoman, da sotto le simpatiche e innocue magliette di cotone sono comparsi i body di Lycra e dalle borse sono usciti pedali e scarpette da corsa…
Avrei dovuto accorgermi prima che qualcuno non scherzava per niente: le Brompton con il telaio in titanio e le pedivelle Rotor ovali erano, in effetti, un indizio abbastanza eloquente più che un vezzo.

CERVELLO CONTRO FORZA BRUTA

Le qualifiche si disputavano sulla distanza di un chilometro, vale a dire due giri e mezzo di pista (il Vigorelli misura 397,76 metri)m un’enormità. Naturale che il trucco fosse dosare bene le forze perché spingere da subito avrebbe significato ritrovarsi con le gambe di gesso ben prima della fine. Beh, questa era la tattica che credevo fosse uguale per tutti, ma mi sbagliavo perché quelli con la tutina e i tatuaggi hanno cominciato a menare dopo due metri e hanno continuato fino alla fine.
Ho resistito a fatica alla solita tentazione di emulare chi non posso emulare e ho fatto come avevo deciso, terminando con le gambe durissime ma ancora in grado di spingere anche sull’ultimo, interminabile, rettilineo. Ancora unavolta la forza bruta aveva battuto il cervello… Vabbè, lo sapevo che non avrei mai vinto e quindi mi ero già calato nello spirito di chi avrebbe tifato per quelli “veri”. Quelli che ci credevano così tanto al punto di animare la finale a colpi di surplace, facendo rumoreggiare il pubblico, che non vedeva l’ora di spostarsi versoil tavolo con le birre, ma onorando quel tempio in cui, in bianco e nero, si sono celebrati i garretti di Maspes e Gaiardoni.
Alla fine siamo ritornati tutti amici e abbiamo anche strappato agli italiani con la bombetta la promessa che quella giornata così speciale sarebbe stata l’inizio di una tradizione.

PS
Per la cronaca, chi ha vinto la gara ha percorso il chilometro in 1’e 25″, tempo che indica una velocità media di 42,300 km/h, alla faccia di chi mi aveva preso in giro perché “andavo al Vigorelli con la Graziella”…

 

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