Bormio (Sondrio) – La Magnifica Terra, il nome che nei secoli ha ben descritto le bellezza dell’Alta Valtellina, ha fatto da scenario all’esordio ufficiale del gravel nella fine settimana della Stelvio Santini. Sulle strade intorno a Bormio, tra i boschi di larici e i ghiaioni che scendono dalle vette, sabato 6 giugno 2026 si sono presentati al via circa 200 ciclisti, in gran parte stranieri. L’obiettivo? Sperimentare un nuovo approccio alle competizioni, in un contesto di rara bellezza. Tra i partecipanti c’ero anche io, invitato dall’organizzazione de La Stelvio Santini a partecipare alle due gare, Gravel e Road.
Grazie al partner tecnico 3T, azienda bergamasca pioniera assoluta nel gravel cha affiancava Pirelli ed Enervit, ho potuto utilizzare per la gara la 3T Ultra2 Italia, nella versione da 7.999 euro montata Rival/GX AXS 1X12 Discus 45|40 DT Swiss F 132 ONE e in questo caso ben riconoscibile grazie al color glicine, elegante e distintivo. La Ultra2 ha la particolarità di essere già predisposta per il montaggio di portapacchi, ideale quindi per il bikepacking, ed è prodotta nel nostro Paese, come tutti i modelli 3T caratterizzati dall’identificativo Italia nel nome.

Formula sicurezza con le salite cronometrate
La prima edizione della Stelvio Santini Gravel, nata dalla collaborazione proprio con 3T, è stata impostata con la stessa filosofia della Stelvio Santini Road: nessun cronometraggio dell’intero percorso ma focus sulle salite, i cui tempi vengono rilevati e sommati per definire la classifica finale. Questa formula risponde a un’esigenza cruciale, ossia la sicurezza dei partecipanti. Giusto o sbagliato? La discussione è aperta ma di sicuro l’approccio alla gara cambia, i rischi in discesa diminuiscono e c’è persino tempo per una pausa ai ristori o una foto ricordo. D’altra parte cronometrare le sole salite svantaggia ad esempio i più abili in discesa o chi potrebbe avvantaggiarsi in sezioni del percorso pianeggianti, perciò non è detto che a vincere siamo il miglior atleta.
Due tracciati, da 44 a 70 chilometri

Due i tracciati disegnati dalla U.S. Bormiese. Il percorso corto, 44 chilometri con 1.400 metri di dislivello, prevede un unico settore cronometrato, la salita di San Gottardo, ma si apre al pari del lungo con due micidiali rampe al 30% di pendenza – il muro di Burat – che spezzano le gambe e mi sono sembrate poco coerenti con l’obiettivo dichiarato di aumentare il prossimo anno il numero di partecipanti. Le nuvole scure e la temperatura bassa per il periodo hanno contribuito a rendere il percorso più duro. Sulla breve distanza si è imposto il belga Marijn Kempen del Barbob cycling team, mentre tra le donne il successo è andato alla spagnola Ana Martinez Romero, portacolori del team Sulawesi Adventures.
Per chi come me cercava un’esperienza più intensa l’organizzazione ha allestito il percorso lungo: 70 chilometri per 2.000 metri di dislivello, numeri che in ambito gravel, con pendenze di montagna e in alta quota, significano grande impegno. Due le salite cronometrate, il già citato San Gottardo e Boscopiano. Dopo il muro iniziale il percorso attraversa la celebre pista Stelvio, teatro delle gare maschili di sci alpino delle Olimpiadi Milano Cortina 2026, e percorre poi la lunga ascesa che, lungo un’ampia strada forestale, conduce in direzione di Santa Caterina Valfurva. All’altezza della frazione di S.Antonio si imbocca una discesa impegnativa, che riporta nel fondovalle: da qui parte la salita di San Gottardo, che con una serie di tornanti affacciati sulla valle si arrampica verso la Val Zebrù, una delle più belle e apprezzate del Parco Nazionale dello Stelvio.

Salite spaccagambe
Tra panorami spettacolari il tracciato diventa in molti punti un single track ben curato e scorrevole, mentre attraversa i pascoli sotto la Cima Reit, sfruttando la panoramica strada Pedemontana, che con il suo sterrato ampio ma non privo di strappi porta fino alla Statale dello Stelvio, dove di fatto termina il percorso corto con il rientro verso Bormio. I concorrenti del lungo, invece, raggiungono su asfalto i Bagni Vecchi, notissimi per le acque termali sfruttate fin dai tempi di Roma antica. Ed è poco oltre che inizia l’implacabile salita di Boscopiano: a dispetto del nome, in 4 chilometri copre un dislivello di 542 metri, con la pendenza media del 12,8% che resta nelle gambe, complice il fondo in parte ghiaioso. L’arrivo ai laghi di Cancano, una delle località più amate del Parco, è il giusto premio dopo una salita molto impegnativa. Anche se, complici vento e freddo, il giro dei laghi, questa volta è stato meno rilassante e godibile del previsto. Il grosso del dislivello è alle spalle: lo scenografico passaggio dalla Torri di Fraele, di origine medievale, segna l’inizio della discesa, in parte su asfalto e in parte sterrata, che porta fino alle frazioni basse di Valdidentro e poi, non prima di altre brevi salite, all’arrivo di Bormio. A trionfare sul traguardo del percorso lungo sono stati l’austriaco Gerald Grundner del Radl-Eck Racing Team e la svizzera Maria Ossowska, in forza al team RV Einsiedeln.
“Nell’ultimo anno abbiamo lavorato intensamente per inserire anche la versione gravel nella nostra manifestazione perché vediamo questa disciplina come una naturale estensione del ciclismo su strada“, ha spiegato Paola Santini, marketing manager di Santini Cycling. “Questa prima edizione ci ha fornito numerosi spunti preziosi su cui lavorare nel prossimo futuro. Per il momento, possiamo dire: buona la prima!“.
Gravel estremo
Com’è andata? L’esperimento a mio parere è riuscito, complice anche la bella atmosfera tra i partecipanti, in massima parte stranieri. Lo scenario di entrambi i percorsi ha pochi rivali, e del resto si snoda in buona parte nel Parco Nazionale dello Stelvio. Questo sicuramente è un plus importante per aumentare il numero dei partecipanti già a partire dalla prossima edizione. Due, invece, i punti critici. Innanzitutto la carenza di cartelli segnaletici lungo il percorso: vero è che si poteva caricare la traccia sul ciclocomputer ma la maggior parte dei bivi non erano segnalati e lungo l’intero periplo dei laghi di Cancano, quasi 20 chilometri, non c’era nemmeno un cartello. L’altro punto, più delicato, riguarda la tipologia di percorso: il lungo è molto impegnativo e in molti passaggi, specialmente in discesa, a mio parere più adatto alla mountain bike che al gravel. Il trend del gravel è impetuoso e va sostenuto, anche nell’interesse dell’industria ciclistica, ma forse in alta quota e su percorsi impegnativi come quello proposto nel percorso lungo, la mountain bike ha ancora delle carte da giocare. Incomprensibile, per tornare al tracciato, è l’inserimento del muro iniziale, di sicuro impatto ma eccessivo per pendenze e difficoltà tecnica.
3T Ultra2 Italia, comfort e prestazioni
Per la gara il team di 3T ha preparato per me la Ultra2 Italia, modello alla base della gamma, composta anche da Extrema e Racemax2. Il suffisso Italia indica che la bici è costruita nel nostro Paese, sfruttando la tecnica Pre-Pregs, sviluppata per ridurre i costi e rendere competitiva la manifattura italiana. Si parte da un filato di fibra di carbonio, che viene trasformato in tubi. Questa tecnica permette di ridurre del 50% circa il tempo necessario per le lavorazioni, contenere il costo della materia prima (fibra di carbonio) e abbassare il consumo di energia elettrica nelle varie fasi della lavorazione.

Se la Racemax2 è esplicitamente dedicata ai ciclisti più attendi alle prestazioni, che si tratti di velocità come di efficienza, la Extrema strizza l’occhio a chi ama l’avventura e le lunghe distanze. La Ultra2, invece, è stata progettata per un approccio più rilassato oltre che per il bikepacking, come si evince dagli attacchi delle borse già predisposti. Io l’ho usata in modo del tutto diverso, considerata la durezza del percorso e i ritmi alti degli agonisti del gruppo, che hanno attaccato i primi chilometri come se il percorso finisse poco dopo. La mia 3T Ultra2 Italia è stata una piacevole sorpresa. La posizione in sella è efficace e non affaticante, a mio avviso un buon compromesso tra comfort ed efficienza. Grazie anche alle coperture Pirelli Cinturato Gravel ho potuto contare su un buon feeling generale, specialmente lungo le non facili discese della gara gravel, e su una scorrevolezza ottimale, che ho apprezzato soprattutto nella parte più veloce del percorso, il giro del laghi di Cancano. Avrei preferito disporre di un rapporto finale più demoltiplicato: per struttura fisica ho la tendenza a spingere “duro” ma in questo caso con la monocorona ho fatto molta fatica sulla seconda salita, Boscopiano, più ripida e più lunga della prima, San Gottardo. E questo ha in parte compromesso l’esito della gara.
