Il giro del mondo a piedi e in bici. Il racconto di un cicloviaggiatore

30 settembre 2018 - 10:09

Il mio viaggio

Cercare di raccontare in un solo articolo i miei ultimi quattro anni e mezzo in giro per il mondo è davvero un’impresa ardua. Specialmente se vissuti intensamente, come se ogni giorno fosse un viaggio a sé.

Il 13 settembre del 2013 ero sul balcone di casa mia, a Savigliano, provincia di Cuneo, era sera e il sole stava tramontando dietro il bellissimo Monviso, creando colori incredibili. Ero reduce da una vacanza particolare e low cost, che si era rivelata una vera e propria sfida personale e una meravigliosa scoperta: percorrere un tratto di Via Francigena camminando per una decina di giorni con soli 100 euro in tasca, uno zaino anni ‘90 e degli scarponi economici che mi avrebbero distrutto i piedi. Tornai da quell’esperienza con il petto alleggerito dalle mie ansie e iniziai a vedere le cose da un’altra prospettiva. Mentre ammiravo quel sole dal mio balcone fumando una sigaretta, presi la decisione che mi avrebbe cambiato la vita: fare il giro del mondo a piedi. Spensi quella sigaretta, che sarebbe poi stata l’ultima.

La preparazione

Ho impiegato circa 7 mesi per la preparazione, che in realtà sono davvero pochi per un progetto simile. Avevo fretta solo per il timore di cambiare idea e di rinunciare a una pazzia simile. Ho cercato qualche sponsor, ho comprato un passeggino da jogging Chariot Cx1, che mi è servito per trasportare attrezzatura e cibo. Infine ho iniziato ad allenarmi correndo 10/20 km al giorno oppure facendo lunghe camminate di 30 km. Inizialmente non desideravo che il mio viaggio diventasse una cosa pubblica né tantomeno diventasse conosciuto sui social, tuttavia la mia famiglia e i miei amici mi hanno convinto a condividere la mia esperienza e ancora oggi sono grato a loro  per questo.
Il 19 aprile del 2014 sono partito, sotto gli occhi dei miei compaesani e addirittura delle telecamere RAI. Mi sentivo un astronauta lanciato nello spazio. Ormai non si poteva più tornare indietro!

Ho percorso tutto il nord Italia per arrivare in Slovenia andando sempre verso est, ho calpestato Croazia, Serbia, Bulgaria, Turchia entrando in Medio Oriente. A quel tempo camminavo dai 30 ai 50 km al giorno, spingendo il passeggino che pesava 40 kg. Ho attraversato Georgia e Armenia rivelatesi più faticose del previsto, ma al tempo stesso meravigliosamente sorprendenti. Arrivato Iran ho iniziato ad avere i primi dolori al ginocchio destro che di giorno in giorno gonfiava. Avevo già percorso 6.000 km  camminando.

Le prime difficoltà in Iran

Sono stato operato al ginocchio a Teheran, ma, grazie al lungo stop e all’attesa del visto indiano e pakistano, mi sono potuto immergere completamente nella cultura persiana vivendo ospite di una famiglia. Non sono riuscito ad ottenere un visto per il Pakistan, quindi ho preso il primo aereo per l’India. Credetemi, fare il nord dell’India camminando è davvero dura. Ho attraversato anche il Nepal alle pendici dell’Himalaya. Da qui ho preso il secondo aereo, perché a quei tempi non si poteva entrare in Myanmar, soprattutto da Ovest, a causa della guerra civile.

Arrivato a Bangkok ho camminato sempre verso sud attraverso la lunghissima Thailandia, poi Malesia fino a Singapore per poi prendere una nave cargo e camminare per l’isola di Java in mezzo allo smog quasi pari a quello indiano, con la minaccia costante del vulcano Raung che si era risvegliato in quei giorni. Ho attraversato la stupenda Bali e da lì ho preso un volo (obbligato) fino a Darwin, in Australia.

Australia, che per come la volevo affrontare era una sfida nella sfida. Ho attraversato il deserto dell’Outback lungo 3100 km in 70 giorni, pause comprese e la media giornaliera superava i 50 km. Il mio passeggino arrivava a pesare anche 90 kg, dato che caricavo acqua e viveri per una settimana. Sono arrivato ad Adelaide puzzolente e mal concio, ma felice. Ho preso un volo per la Nuova Zelanda e sono così arrivato letteralmente dall’altra parte del mondo, il punto più lontano dall’Italia. Avevo percorso 13.000 km in circa 18 mesi, calcolando solo il cammino.

 

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In Nuova Zelanda ho dovuto prendere una decisione: tornare almeno per un breve periodo in Italia, sia per problemi famigliari sia per mancanza di denaro e cercare di organizzare la seconda parte del viaggio, cercando altri sponsor e lavorando sodo.

La ripartenza dal Canada

Dopo lo stop italiano e la pubblicazione del mio libro di viaggio sono ripartito alla volta dell’America, precisamente da Vancouver, in Canada nel maggio del 2017, con un passeggino nuovo a marca Thule, molto tecnico e robusto, con nuovi sponsor e progetti.

 

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Nel corso del tempo sono diventato sempre più esperto nel fare video e foto e questo mi ha portato una maggiore visibilità sui social, alla possibilità di collaborare con molti brand e ai primi guadagni dal canale YouTube stesso. In poche parole stavo trasformando quello stile di vita anche in un lavoro, nonostante per me fosse  principalmente passione.

Da Vancouver sono sceso sempre verso sud, le gambe ormai allenate hanno comunque patito parecchio, soprattutto le ginocchia. Ho camminato per tutto il piovoso stato di Washington e Oregon sempre rimanendo sulla costa ma cercando di non perdermi i parchi nazionali che nel nord-ovest americano dominano il territorio. ll “sempre verde” Oregon è uno degli stati più belli che ho attraversato.

L’infortunio al ginocchio

Entrato in California il dolore alle ginocchia è aumentato. Sono comunque andato avanti per almeno un migliaio di km passando per gli incredibili parchi dei Redwood, all’ombra di  sequoie millenarie alte anche 200 metri, per poi arrivare nella spettacolare San Francisco, attraversando il famoso Golden Gate Bridge a piedi.

Scendendo sempre verso sud, sono arrivato nella solare Santa Cruz, patria di surfisti e le ginocchia mi stavano dando sempre più problemi. Dopo uno stop a Los Angeles ho deciso di tornare nuovamente in Italia per farmi operare. Le mie cartilagini ormai erano davvero consumate e il fatto di aver trascurato il mio fisico non è stato d’aiuto. Gli errori si pagano sempre. A questo punto, dopo aver camminato più di 18.000 km, dovevo prendere una decisione: fermarmi oppure trovare un valido compromesso per continuare a viaggiare, ma in modo lento e con la forza del mio corpo.
La soluzione è stata semplice: montare in sella a una bicicletta!

Continua […]

Si riparte pedalando

Per puro caso, un mio caro amico mi ha fatto incontrare i ragazzi di T-Red, azienda di Desenzano del Garda, che dopo aver ascoltato la mia storia, senza averci pensato troppo, mi hanno messo a disposizione una delle loro incredibili biciclette. La bici, che si chiama Hedera, progettata da Romolo Stanco, è la loro prima Mountain Bike, creata in acciaio per l’endurance e monta SRAM XX1 Eagle. Il telaio, seppur molto resistente, è davvero leggero. So che molti cicloviaggiatori storcerebbero il naso, sia perché un telaio tanto leggero è a rischio oscillazione esagerata a pieno carico, sia perché può essere molto complicato reperire pezzi di ricambio in caso di necessità. Ma con qualche accortezza si può fare tutto e l’unico modo per sapere se la bici può affrontare un viaggio simile è iniziare a viaggiare.

Dopo vari preparativi, a Maggio 2018 sono tornato a Los Angeles, in compagnia di Hedera. Ho fatto molte prove per arrivare ad avere l’assetto giusto della bici e per riuscire a caricare tutto l’equipaggiamento di cui avevo bisogno. Inizialmente pensavo di attaccare il passeggino Thule con cui ho camminato precedentemente, attraverso il suo apposito kit da bici, poi però mi sono accorto che non era la soluzione più giusta, perché risultava essere molto ingombrante in strada. Ho deciso, quindi, di passare all’assetto classico da ciclo-viaggiatore con rack (portapacchi) dietro e davanti in modo da poterci attaccare le borse laterali, che in totale sarebbero state quattro, più una quinta da appoggiare nel portapacchi posteriore.
Dopo aver trovato il giusto assetto per la bici, grazie anche all’aiuto e ai consigli di altre persone molto più esperte di me, sono ripartito da Costa Mesa in California, esattamente dal punto in cui avevo interrotto, ma questa volta pedalando.

Devo ammetterlo, la bicicletta è il mezzo perfetto per affrontare un viaggio lento. La costa californiana è coperta di piste ciclabili e si può pedalare con serenità senza troppa ansia che qualche mezzo ti possa investire. Molto spesso ci sono i campground immersi nella natura (campeggi statali) gestiti dai Rangers e se sei un ciclo-viaggiatore il costo per campeggiare va solitamente dai 5 ai 10 dollari, se non addirittura gratis.

Inizialmente la fatica è stata tanta. I miei muscoli sempre abituati a camminare, hanno impiegato parecchio tempo ad abituarsi al nuovo stile di viaggio.
Passato il confine U.S.A. – Messico, non semplicissimo da attraversare in sella a una bicicletta, io e Hedera siamo stati messi a dura prova. Con l’entrata nella penisola messicana della Baja California tutto è cambiato: il traffico è diventato un vero problema, sia per l’eccessivo smog sia per la pericolosità delle strade, completamente prive di piste ciclabili.

Il caldissimo deserto messicano

Dopo la città di Ensenada ho iniziato la parte desertica della penisola. Pedalare nel deserto con un grosso carico può essere davvero duro: le temperature nel periodo estivo possono tranquillamente arrivare anche a 55°, il rischio di disidratazione è alto e i metri di dislivello complessivi sono molti. Da apprendista ciclista mi sono ritrovato, dopo il quarto giorno consecutivo in bicicletta, con i muscoli delle gambe doloranti. Il corpo stesso stava risentendo delle molte ore giornaliere passate in sella, anche a causa dell’alimentazione non equilibrata. Percorro quasi sempre la principale, nonché unica strada che è quasi sempre asfaltata. Faccio come minimo 60 km fino ad un massimo di 110km al giorno, cercando di non esagerare. A volte, nelle ore centrali della giornata, trovo riposo all’ombra di un albero oppure in un villaggio lungo la strada. Per affrontare il caldo estremo mi è capitato anche di fare qualche ora in notturna, ma le strade risultano molto pericolose, per via di spericolati bus e tir.

 

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Nella Baja California del Sud pedalo tra enormi cactus e rocce rotonde e dormo spesso sotto un cielo stellato in totale silenzio, un vero spettacolo. A volte approfitto della presenza dei motel per riposare più comodamente e per fare manutenzione alla bicicletta. Dopo qualche mese il mio mezzo sembra reggere benissimo, l’assetto è quello giusto, ho anche imparato a bilanciare bene il peso, quindi a distribuire l’attrezzatura nelle borse. Ho forato due volte in 2000 km anche se monto i copertoni Schwalbe Marathon Mondial, usati dalla maggiore parte dei ciclo-viaggiatori e non mi hanno deluso. Bucare credo sia normale quando la bici pesa così tanto e passi in luoghi dove tutto intorno a te è fatto di piante grasse e spine. Infatti non ho mai forato in strada, ma solamente off-road, cercando il luogo dove piazzare la tenda per la notte.

La bicicletta ha stupito molti “colleghi” viaggiatori e mi sta dando grandi soddisfazioni. Dopo circa 1500 km i muscoli si sono irrobustiti ed è diventato un vero piacere pedalare, verso La Paz, capoluogo della Baja California. Ormai sento che la parte più dura del mio apprendistato è terminata e cavolo, se ci penso ora, l’ho dovuta affrontare attraversando un deserto.

Da La Paz ho preso un traghetto che mi ha portato a Mazàtlan nello stato di Sinaloa, passando da un luogo arido e desertico a uno verde e con il 100% di umidità, durante la stagione delle piogge, rischiosa per la possibilità di uragani. A differenza di quel che pensavo, non ho trovato pericoloso viaggiare in queste zone. L’unico vero pericolo è il traffico incessante, che a tratti può fare anche impazzire tanto quanto il caldo. Però ormai sto bene fisicamente e tengo una media di 100 km al giorno, riposo quando sento di farlo oppure quando vale la pena visitare una città. I messicani che mi vedono in bici sono davvero molto curiosi e vogliono farsi foto insieme e chiacchierare. La bicicletta, come modalità di viaggio, è qui molto amata e il ciclo-viaggiatore suscita molto rispetto.
Dopo circa 600 km arrivo a Puerto Vallarta nello stato dello Jalisco e vengo ospitato da due ragazzi italiani che vivono qui da anni. Mi sto concedendo una pausa un po’ più lunga del solito, recupero il lavoro arretrato, riposo il corpo cercando di mangiare bene, mantenendo  comunque l’allenamento.

La voglia di pedalare è ancora tanta e non vedo l’ora di scoprire cosa mi aspetta. Da qui andrò sempre verso sud, direzione Panama, fino a Dicembre compreso, poi si vedrà. Vivo quest’avventura giorno per giorno e chi mi segue da tanto lo sa, cercando di improvvisare il più possibile, ma usando sempre la testa: la mia non è un’impresa sportiva per battere qualche record; sono solo un viaggiatore che ama spostarsi con la forza del corpo.

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