Südtirol Dolomiti Superbike. Fatta…

1 agosto 2018 - 17:08

“Buongiorno Stefano, sappiamo che lì in redazione pedalate davvero e ci farebbe piacere che partecipaste alla Dolomiti Superbike con i colori di Sorgenia…”
Quando si riceve una email così, dopo essersi crogiolati per qualche secondo nell’orgoglio,  scatta la lotta per conquistare la candidatura. Fuori discussione la mia (solo perché in quel weekend sarei stato libero da altre incombenze), ad aggiudicarsi la seconda tabella per la DSB è stato Marco, che a RED è il biker più allenato.
IL LUNGO E IL CORTO
E proprio perché è lui il più in forma (quest’anno si è fatto anche Hero e Alta Valtellina, per citare solo le più note…) abbiamo deciso che avremmo pedalato su entrambi i percorsi di gara e, per non urtare il suo orgoglio, io mi sarei “accontentato” del corto.
A Marco il pezzo forte: 119 chilometri e 3.357 metri di dislivello spalmati su circa 18,5 km di asfalto, 93,9 km di sterrato e 7,5 km di single track. Per me, invece, solo 59 km con dislivello di 1.795 metri: una volta tanto avevo deciso di non dare preoccupazioni ai parenti e soprattutto di evitare l’accoppiamento gara/sofferenza che di solito mi viene naturale e particolarmente bene.
La nostra idea era quella di partire presto il venerdì, così da arrivare a Dobbiaco in tempo per fare una sgambata e acclimatarsi, abituando i polmoni a incamerare ossigeno invece di polveri sottili e monossido di carbonio. Ovviamente le cose sono andate in maniera diversa così, poiché a darci il benvenuto a Villabassa è stata la pioggia (leggera per dirla tutta…), abbiamo deciso che della sgambata avremmo potuto farne a meno investendo invece il nostro tempo alla ricerca di un ristorante in grado di nutrirci in maniera adeguata allo sforzo che ci attendeva il giorno seguente.

FRA I GRANDI
Per una volta il nostro completo RED rimane a casa e quando al canto del gallo arriviamo pedalando ai paddock, siamo fasciati nella elegante divisa del Team Sorgenia.
Fa freddo… Mentre Marco si infila in griglia (ha un incredibilmente basso 232 che lo piazza subito dietro i più forti) io mi infilo in un bar dove svernerò un’ora abbondante in compagnia di un gruppo di caldi romagnoli.
L’elicottero volteggia sopra la linea di partenza e al colpo di cannone Marco parte fra le maglie dei campioni. Alban Lakata, Jury Ragnoli, Cadel Evans, Leonardo Paez, Samuele Porro… Sarà la compagnia, fatto sta che la vive con spirito piuttosto competitivo. “Aggancio il pedale e percorro il primo chilometro per uscire dal paese a tutta, attacco subito la prima salita che porta a Prato Piazza con ancora sopra di me l’elicottero. Non rimarrò molto tempo insieme ai primi, perché con il loro ritmo perderei ogni speranza di vedere l’arrivo!”
Quando tocca a me lui è già nel pieno dell’avventura. La gara comincia subito con una serie di strappi nel bosco e prosegue poi regolare su asfalto, per una quindicina di chilometri totali. Sui tornanti si prende fiato, si beve dalla borraccia e si guarda il serpentone di biker. In cima, il primo di una serie di impeccabili ristori: Marco lo ha saltato per lanciarsi senza perdere tempo nella veloce discesa che porta al lago di Landro, io (che comunque non ho pedalato piano fino a qui) non solo assaggio tutto, ma faccio anche una foto alle Tre Cime di Lavaredo, che un cielo quasi sereno mi regala in lontananza. La discesa mi piace e il tempo perso a mangiare e ammirare lo recupero in fretta, poi trovo un bel trenino a cui unirmi per percorrere la ciclabile che porta a Dobbiaco e al bivio fra lungo e corto. Se qui Marco filava sopra i 40 all’ora, io mi mantenevo comunque poco sotto…
OGNUN PER SÉ, DIO PER TUTTI
“Da qui non ci sono più chance, testa bassa e menare! Con un susseguirsi di salite e discese tutte pedalabili, arrivo ad affrontare la seconda vera ascesa, quella al Monte Croda Rossa. Cinque chilometri con una pendenza sempre a doppia cifra. Lo Sram Eagle con corona da 32 mi aiuta a superare ogni pendenza e a preservare la gamba.
La gara non è mai nervosa ma è utile centellinare le energie in previsione delle prossime salite e dei chilometri ancora da percorrere. Fondamentale, quindi, risparmiare energie e testa per evitare di andare in crisi”.
Se la colonna sonora di Marco erano gli AC/DC per me suonavano invece i Dire Straits. Avevo trovato il mio ritmo e mai prima d’allora ero riuscito a dosare così bene le energie, nutrendo nel modo giusto corpo, occhi e godendo del percorso e del contesto. Anche la ripida salita di Stadlern, dove era inserito il “Marlene Sprint”, passa sotto le gomme senza lasciare strascichi.

LUCI E OMBRE…
Mentre io ero già alla confluenza con il percorso lungo, Marco, con gli occhi fissi sulla ruota di chi gli stava davanti, prendeva fiato al ristoro di San Candido: “A breve troverò la salita che porta a Piazza San Silvestro, circa 10 chilometri che si dimostreranno di sofferenza. Il primo tratto è esposto al sole e la pendenza, che nel tratto centrale supera abbondantemente il 20%, la fatica degli ormai 90 chilometri che ho accumulato nelle gambe, mi mettono a dura prova. La affronto con la testa bassa e nel tratto più duro benedico le Vittoria Peyote da 2,25 che Stefano mi ha regalato ieri. Passano i chilometri ma non vedo ancora la luce e misuro metro per metro l’ascesa in attesa della vetta”.
Quando mi immetto sul percorso lungo ci arrivo molto più veloce di chi ci stava già sopra, sfruttando un tratto di scorrevole discesa. Mi infilo davanti a un tipo in maglia rossa, che ci impiega una ventina di metri per raggiungermi. Quando mi sfila gli guardo la schiena: spillato ha il pettorale 1 e, sotto, il nome in stampatello: Cadel Evans… Non ci posso credere! Cadel che pedala accanto a me. Un’emozione forte mi offusca il cervello, aumento la cadenza e mi piazzo due metri dietro: lui ne ha pedalati 100, io 50 e per qualche interminabile secondo riesco a stare lì. Senza accorgermi mi ritrovo a incitarlo e a squarciagola gli grido “Go Cadel, go!!!”, quindi rinsavisco e torno dove mi compete.
Ho comunque un buon passo che mi fa superare in fretta il tratto di saliscendi nel fresco del bosco. Ogni tanto sento rumore di cambio e un respiro affannato che si avvicina: insieme arriva una maglia tricolore, poi un’altra, una maglia di campione nazionale rumeno, una da ufficiale Scott… Sono finito nella testa della corsa, nel gruppo dei campioni. Se Marco li ha trovati alla partenza, io ci sono in mezzo all’arrivo!
Ora è una lunga picchiata su Villabassa. Due single-track tecnici e veloci nel bosco, con scalini e radici. Adoro la discesa e approfitto della furia dei top che chiedono strada a chi trovano sulla loro strada: tengo bene il loro passo e a vita persa supero insieme a loro schizzando a destra e sinistra. Mi sto divertendo da morire e un po’ mi spiace quando il sentiero si trasforma in stradina di paese e ci infiliamo fra le case. Quasi non mi accorgo che un’ape si incastra fra i cinghietti del casco e mi punge sulla mandibola, e taglio il traguardo fra due ali di folla che applaudono, credendo sia uno degli eroi del “lungo”. Ovviamente i complimenti me li prendo tutti e li metto in tasca, che non si sa mai… Mi infilano la medaglia al collo, è bellissima e quasi mi emoziono.

Mangio due chili di anguria, bevo la birra dello sponsor, lavo la bici e mi gusto il pranzo ristoratore. Intanto, un po’ di chilometri più indietro…
“Ma quando finisce?!? Ad attendermi ancora un po’ di salita, che affronto con una pedalata stanca ma ancora regolare. Le gambe sono gonfie, vuote, ormai è solo la testa che le comanda. L’ultimo ostacolo è il passaggio dal Maso Kurter, da cui scorgo, giù nel fondo valle, i tetti e il campanile di Villabassa. Mi guardo intorno e le facce stravolte dei compagni di avventura sono una magra consolazione, ma per abbozzare un mezzo sorriso devo aspettare il primo tratto in discesa. Riesco anche a trovare il tempo di posare per il fotografo appostato sul bordo di una delle ultime curve. All’arrivo mancano solo poche centinaia di metri, guardo il Garmin per conferma, ma è l’arco dell’arrivo a dire che è finita per davvero e la medaglia al collo mi distoglie per un momento dalla fatica”.
Quando ci incontriamo ci diamo la mano, ci scambiamo i complimenti e cominciamo a raccontare le nostre storie. Finiremo a tarda notte, quando davanti alla redazione le nostre strade si separeranno per la seconda volta.

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