Prova Ritchey Swiss Cross. Idillio alla Gravel Road Challenge

Una storia d'amore nata fra le vigne toscane, in un weekend di nuvole dense e cucina impegnativa. Carattere d'acciaio lei, giovane dentro lui: un legame di ferro che non teme gli ostacoli e sfida la ruggine...

3 novembre 2016 - 19:11

Non ho una grande passione per le tabelle portanumero, anche se ogni tanto me ne appunto qualcuna sulla schiena. Ma lo faccio solo per mettermi un po’ in gioco o per condividere eventi molto particolari con gli amici. Nel caso della Gravel Road Challenge, prima quella di Treiso e poi quella di Punta Ala, oltre a questi motivi c’era anche la voglia di riscoprire un modo di pedalare che se ne infischia delle convenzioni e mette d’accordo le mie due anime road e off-road, oltre ovviamente a soddisfare la fame atavica di natura e di avventura.
Per chi non conoscesse la GRC, si tratta di un evento gravel, la cui formula è quella dei lunghi trasferimenti inframmezzati da prove speciali (cronometrate per chi ha voglia finire in classifica e senza lancette per tutti gli altri), che si sviluppano su tratti rigorosamente sterrati, per una percentuale di circa 70/30 a favore del bitume.
Se a Treiso avevo avuto modo di provare la Cannondale Slate che il deus ex machina del GRC Franco Monchiero mi aveva messo a disposizione, a Punta Ala ho invece pedalato su una bici che puntavo da tempo e che occasione migliore per provarla non poteva esserci: la Ritchey Swiss Cross. Significava soddisfare un desiderio e togliermi uno sfizio, in primis perché adoro l’acciaio firmato dal Baffo e poi perché le bici da Ciclocross e Gravel esercitano su di me un certo fascino (e i capelli grigi non c’entrano). Ero però pervaso da un duplice sentimento: eccitamento da un lato ma apprensione dall’altro perché non sapevo se mi sarebbe piaciuta come mi ero immaginato e come avrei voluto…

Sono arrivato al Punta Ala Trail Center il giorno prima della gara e, se il buongiorno si vede dal pomeriggio, avevo fatto bene a portarmi dietro roba pesante e impermeabile. Cielo plumbeo, terreno inzuppato dalle piogge dei giorni precedenti, vento… Però le previsioni per la domenica lasciavano spazio alla speranza: davano un po’ di pioggia la mattina ma tendenza alla variabilità. Mollo il bagaglio nella mia casetta immersa nella pineta, dico addio a ogni speranza di fare il primo (e unico) bagno della stagione e raggiungo subito i “Ritchey boys” con i quali avevo appuntamento nell’area della partenza, a ridosso della spiaggia. Riccardo ed Enrico, che conosco da quando i capelli non solo c’erano tutti ma erano pure scuri, stavano finendo di mettere a punto le bici per i test ride del sabato e per la gara del giorno dopo. Lancio uno sguardo solo distratto alle due P-29er parcheggiate davanti alla tenda (la mia mente era obnubilata da altro…) e mi avvicino con la salivazione aumentata al trespolo sul quale erano agganciate cinque o sei Swiss Cross, nere e lucide. Una era la mia! Montata con le nuovissime gomme WCS Alpine JB, un’altra chicca che ero molto curioso di provare, ma purtroppo senza il nuovo manubrio Venturemax, disegnato apposta per questo genere di utilizzo.

Dopo averla accarezzata un po’, regolata secondo le mie misure e datole appuntamento alla mattina seguente, mi rendo improvvisamente conto di ciò che i miei occhi accecati avevano prima ignorato… Rinsavisco ed estorco a Enrico la promessa di una P-29 da provare con calma, oltre che di una indimenticabile cenetta a base di cinghiale che consumeremo in una trattoria nella piazzetta di Tirli, paesino sulle colline appena sopra Castiglione della Pescaia.
La notte porta consiglio e l’ottimo e abbondante vino rosso aiuta a non pensare troppo alla pioggia che a tratti picchia pesante sul tetto del bungalow. Avevo dormito con la Swiss Cross accanto al letto, da vero feticista, e vederla lì appena sveglio mi carica e mi mette addirittura di buonumore al punto che gambali e giacca rimangono nella borsa, nonostante il cielo londinese. Con questo spirito mi godo il cappuccio con doppia brioche, preparo una borraccia di sali e mi infilo solo un paio di gel in tasca, che tanto ci aspettano quattro (4!!!) ristori che ci avrebbero fornito l’energia sufficiente a coprire in scioltezza anche i 420 km della mitica Milano-Cuneo del Giro del 1914…

Alla partenza siamo circa un’ottantina, fra atleti veri e autonominati; Riccardo, che pedalerà con me, sfoggia una stilosa maglietta in lana vintage (rossa con fascia bianca e logo Ritchey che fa il periplo del torace ad altezza cuore) e siede su una Swiss Cross da Ciclocross pura, con tanto di freni cantilever. Senza eccessiva fretta partiamo anche noi; i primi chilometri sono una specie di riscaldamento su asfalto, ma già mi offrono spunti per raccontare qualcosa della Swiss Cross, che mi sembra di aver guidato da sempre. Merito sicuramente del materiale e della geometria: l’acciaio – in questo caso tubazioni Ritchey Logic a triplo spessore, con trattamento termico – mi dà sempre questo effetto di confidenza che, attenzione, non si deve confondere con mancanza di attributi… Alla capacità di assorbimento verticale, che la rende più confortevole sullo sconnesso, si affianca una buona rigidità laterale e torsionale, qualità imprescindibili per qualsiasi telaio che promette un efficace trasferimento della potenza.

perché il feeling e le sensazioni che i due materiali trasmettono sono completamente differenti. Così come cercare di fare paragoni sia con una Mtb, sia con una bici da strada, evidentemente superiori nei rispettivi terreni di caccia ma molto meno divertenti quando si apre il cancello fra i due mondi e si comincia a giocare da una parte e dall’altra…

Con la Swiss Cross si pedala veloce su asfalto (i 10 kg non sono così penalizzanti), le ruote sono scorrevoli e le gomme, le nuove WCS Alpine JB da 35 mm, hanno buone doti di rotolamento. La posizione in sella è molto vicina a quella di una roadie tradizionale, anche perché monta il manubrio Ritchey EvoMax WCS Blatte da 46 cm, con apertura di 102° e flare di 12° (esattamente la metà rispetto al Venture Max, che sarebbe invece la morte sua…).

Intanto, mentre penso a tutto ciò, superiamo Punta Ala e arriviamo alla base della prima PS, che comincia con un bello strappo su asfalto pieno di buche e finisce con lo stesso bello strappo ma senza asfalto e con altrettante buche. Un frangente in cui apprezzo la doppia e salgo agile con il 34×28, ben seduto sulla sella. Nonostante il brecciolino, la trazione è buona e il primo assaggio di off-road è rassicurante. La discesa che segue è piuttosto veloce, la Swiss Cross si esalta e io pure: si lascia guidare docile e ricambia il mio entusiasmo con una precisione che mi permette di mollare e disegnare la traiettoria che preferisco, per schivare le buche più profonde e le pietre più aguzze, superando al doppio della velocità un bel po’ di gente. Avantreno, gomme e freni a disco promossi, per ora…

Il primo ristoro, dopo pochi chilometri screma già il gruppo fra atleti e uomini veri e i due bicchieri di prosecco con cui accompagno altrettanti crostoni mi inseriscono a pieno merito nella seconda categoria… Segue un bel trasferimento in pianura, che affronto ben coperto in un bel trenino che spinge con costanza fra i 35 e i 40 all’ora, al punto che arriviamo alla seconda Prova Speciale con mezz’ora di anticipo sulla tabella di marcia!
Decidiamo allora di farcela due volte, la prima come ricognizione. Si tratta di un veloce e stretta sterrata tra le vigne, con fondo compatto ma mosso e infarcito di radici, di quelli che dopo cento metri hai già il casco di traverso e gli occhiali sulla punta del naso e vorresti avere la bacchetta magica per trasformare la Ciclocross in una Mtb con forcella da 100 mm. Per fortuna il secondo ristoro e altri due bicchieri di ottimo Antinori rimettono tutto a posto…

Nuovo trasferimento, la prima parte veloce poi circa nove chilometri di salita verso Tirli, pendenze non dure ma costanti. Qui i 7 chili della mia C60 mi avrebbero fatto comodo, però la Swiss Cross sale senza imbarazzo e, sebbene non abbia la reattività del carbonio, te la senti sempre sotto e risponde pronta quando le chiedi di cambiare passo. Anche come scalatrice ha superato l’esame, senza lode ma soprattutto senza infamia… Il premio al termine dell’ascesa, con l’ultimo chilometro sotto la pioggia, è ovviamente l’ennesimo ristoro che innalza ulteriormente il tasso alcoolico. Il cibo e le chiacchiere sono abbondanti e terminano insieme al temporale. Il cielo blu e il sole prepotente che in pochi minuti hanno sostituito le nuvole dense non sono però sufficienti ad asciugare i sette chilometri di discesa veloce e tortuosa che picchiano su Pian d’Alma. Dopo poche centinaia di metri percorsi con titubanza psicologica, mi rendo conto che anche in queste condizioni non facili la Ritchey infonde sicurezza e, ancora una volta, gomme e avantreno giocano un ruolo fondamentale (il tubo sterzo è forgiato e lavorato dal pieno). Non solo mollo ma spingo pure, conservando sempre il controllo della situazione, grazie anche ai freni, che si confermano potenti e modulabili.

Finita la discesa, finisce la goduria: la provinciale che conduce a Portiglioni fa rima con sofferenza. Saranno le gambe poco allenate, saranno i sei bicchieri di vino in corpo, fatto sta che Riccardo mi va via senza nemmeno spingere e mi ritrovo a scalare denti chiedendomi perché… L’asfalto e le auto che ci marciano sopra ci hanno stufato così ci buttiamo in un sentiero a bordo carreggiata, molto fango poca terra, e proseguiamo più contenti (questo con la C60 non lo avrei fatto!). Ormai ci siamo, ma prima di infilarci nei boschi che lungo la costa ci riporteranno a casa, ecco l’ultima vera fatica: il ristoro finale. Solo i più temerari si sono fermati ad affrontare la panzanella e il bianco ghiacciato…
I bicchieri diventano otto e gli ultimi chilometri diventano infiniti. Il tratto conclusivo è in pratica l’ultima PS, tutta off-road, un susseguirsi di saliscendi con un paio di strappi davvero duri sui quali le WCS Alpine JB si dimostrano eccellenti, capaci si aggrapparsi al terreno e portarmi in cima senza perdere aderenza. Fra un colpo di pedale e l’altro, ansimando poco elegantemente, mi ritrovo a ringraziare nell’ordine mr. Shimano per aver inventato un rapporto così agile e Madre Natura per gli scorci su Cala Violina e Punta Ala, le due cose che mi spingono fino al traguardo.

Quello con la Swiss Cross era stato come un appuntamento inaspettato con una ragazza conosciuta su Instagram, che le premesse e l’istinto ti dicevano ti sarebbe piaciuta, ma che solo passarci dei momenti reali insieme avrebbe potuto sciogliere le riserve. Beh, il ritorno a casa e la successiva lontananza hanno confermato che non si trattava di uno di quegli amori estivi destinati a esaurirsi con l’arrivo dell’autunno. L’idillio è concreto e solido come il suo acciaio trattato termicamente ed è destinato a durare almeno per tutto il prossimo anno, grazie anche all’amico che ci ha fatto conoscere (il buon Monchiero), il quale sta mettendo a punto un vero e proprio circuito GRC e lì, ovviamente, ci incontreremo di nuovo…

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