Snow Quake ice ‘n’ fire la sfida tra i ghiacci

Bollire e congelare insieme si può? Sì, se si passa una giornata sottozero con la febbre da influenza. Ma quando è gara è gara, e dopo lo start, non si sente più niente, se non l’irrefrenabile voglia di arrivare davanti a tutti… ammesso di riuscirci

29 gennaio 2018 - 17:01

TUTTO COMINCIA DA…
Quando Capitan Cordara mi si rivolge con quel tono lo capisco subito dove si va a parare: “Cek, c’è quella cosa sulla pista di ghiaccio in Valsesia, la Snow Quake, l’avevi mica già fatta l’anno scorso? Ecco, quest’anno Harley-Davidson, nell’ambito della Snow Quake, ha organizzato un challenge internazionale fra vari personaggi, tester, piloti selezionati: si fa con le Street Rod kittate da flat, in questo caso adattate al ghiaccio”. Provo a guadagnare spazio temporale, pur conoscendo già l’esito finale della conversazione: eh, Stefano, grazie, ma non sono molto in forma con la schiena e inoltre sto covando l’influenza. Anzi… ce l’ho proprio.

“Sì, ma tranquillo, zero pressione, c’è solo da andare a divertirsi!” Credici. Gli faccio notare che lui stesso non ha questo approccio neppure per andare a prendere il cappuccino al bar. Totalmente inutile. “Ma poi, tu non avevi mica vinto la categoria Inappropriate l’anno scorso?” Come dire, la richiesta con l’adesione integrata propria di chi sa di essere piuttosto convincente.

Capito, vado. Allora, mi ritrovo la sera del 16 gennaio, come sempre trattato come un principe da Harley-Davidson Italia (grazie) in un bell’alberghetto a Riva Valdobbia, a 200 metri dall’Ice Rosa Ring, un impianto invernale permanente dove si svolgono varie attività anche con le auto. Arriva il mattino che in questa stagione nelle prime ore è a dir poco tetro, ma è il momento di alzarsi. Una fatica cane: avendo i brividi influenzali in corso già dentro nel letto, l’idea di uscire e buttarmi in quell’inferno glaciale, è in assoluto l’ultima cosa che vorrei fare in quel momento, ma l’impegno è preso e va rispettato. Poi mi conosco e so che “a caldo” mi scatta quello che serve. Diciamo che il cielo grigio con il nevischio nell’aria non sono stati di certo effetti motivanti. Comunque, giunto sul posto ritrovo subito la bella atmosfera della Snow Quake, format inventato da Deus Ex Machina Italia e ceduto quest’anno a Sideburn. C’è allegria e agonismo scanzonato. Ma non troppo… perché alla fine una gare è sempre una gara. Vabbè, mi butto, non ho niente da perdere, a parte la salute.

LA MOTO

Parto da lontano, perché sembra la storia di Cenerentola. Ovvero parto da quella “Harleyna” lì, Street 750, la più piccola della gamma, quella un po’ snobbata dai duri e puri che al suo arrivo l’avevano quasi emarginata, dandole dell’”indiana”, per poi riammetterla nella sua ultima edizione Street Rod, che offre look “Dark Custom” decisamente più attraente… e non solo per il mondo H-D. Bene, partendo da quest’ultima base è stata derivata questa configurazione flat on ice: così ha acquisito un fascino che… viene voglia di portarsela a casa e andarci per strada, perché è troppo bella. Il suo potenziale come personalizzazione lo avevo già percepito alla sua presentazione stampa 2017 in terra di Spagna, quando vennero esposte una serie di interpretazioni, una più bella dell’altra, che lasciavano presagire le intenzioni del costruttore di proporla come moto oltre i confini canonici. Rivalutando, per altro, lo stile delle leggendarie XR750 che dominavano le gare di flat in america negli Anni 70.

STREET ROD 750 ICE TRACK

Le moto sono state realizzate da IDP Moto ed equipaggiate con pneumatici Continental TCK80 dotati di 500 chiodi, protezioni per le entrambe le ruote, conversione della trasmissione da cinghia a catena e una serie di modifiche di dettaglio che includono lo switch di spegnimento di sicurezza con il cavo a sgancio magnetico fissato al polso destro del pilota. In realtà la base di partenza è quella delle moto usata per la gara la gara Harley-Davidson Hooligan STT International Invitational Flat Track svoltasi in occasione della European Bike Week di Faaker See, in Austria, lo scorso mese di settembre.

COME È ANDATA

Partecipanti 15 + 1. Si intende che oltre ai 15 selezionati (di cui cinque italiani) per partecipare alla gara, si aggiunge l’ex pilota Superbike Ruben Xaus che aveva precedentemente sviluppato la versione da Flat Track sull’impianto di Andorra dove lo spagnolo gestisce varie scuole e attività motociclistiche ad alto livello. Così, con la sua dovuta tabella numero 1 si presenta al via delle batterie mattutine dimostrando sin da subito di avere immediata confidenza con la moto, che sommata al suo palmares, lo rendono il favorito d’obbligo del challenge. Io non sono in forma, ma regagisco e mi faccio forte del fatto che le batterie eliminatorie sono su soli tre giri, perciò la debilitazione fisica non dovrebbe più di tanto emergere. Arriva il mio turno, mi schiero con il numero 10 e nelle prime due batterie ho difficoltà a trovare il modo giusto di partire: sia con la prima marcia che con la seconda sono infatti rimasto un po’ al palo nelle prime due “pre” manche: fortunatamente riesco a concluderle ugualmente al comando, dopo buoni recuperi. Nella batteria eliminatoria vera e propria non posso più sbagliare lo start, quindi mi impongo di dare veramente poco gas, anche perché facendo mente locale e osservando le partenze delle altre gare ho notato che con quel tipo di chiodatura delle gomme, premia lo start meno irruente.

Ok, provo: alla bandiera, mi trattengo e nel frastuono entusiasmante (e assordante) degli scarichi aperti, il mio neppure lo sento, ma riesco ad aprire con meno foga: l’intuizione funziona e infatti la terza partenza mi riesce, così riesco a impormi ancora, ma senza neppure dover faticare nel recuperare le posizioni. In realtà, per me voleva essere una prova generale per la partenza della finalissima, che vedrà poi schierati i piloti con i migliori risultati fra i 16 partecipanti. Il problema è che dopo le tre manche inizio ad accusare, come previsto, un cedimento fisico. L’effetto doppia Tachipirina del mattino sta svanendo e me ne accorgo perché sento il freddo amplificato rispetto al mattino. Ho la fronte che potrebbe friggere le salamelle al posto della piastra al tendone. Poi arriva la notizia che la finale sarà su 5 giri e questo, per come mi sento in quel momento, mi fa seriamente pensare di rinunciare al via, visto che mi sono già divertito abbastanza e non so come potrebbe reagire il mio fisico forzando oltre. Boh…

Incontro nel paddock l’amico Brian Gillen di MV Agusta, con cui l’anno scorso ci eravamo misurati nella gara Inappropriate (io ero con una Ducati Scrambler by Vibrazioni Art Design): mi vede un po’ spento, gli racconto del mio malessere e che non ho più nulla da prendere per curarmi. Così va in auto e mi dà lui una medicina. Grazie anche a quella, mi rigenero un po’ e decido di schierarmi. Come va va.

Lo schieramento è sui risultati delle batterie, così mi trovo fianco a fianco con i vincitori delle altre due manche: Ruben Xaus alla mia destra e Mauro Negri alla mia sinistra. Poi c’é Simone Zafferoni, ottimo ex-campione italiano di Enduro (che se ci prende ancora un po’ la mano, ciao ciao). Ma dalla seconda fila sento sgasare a più non posso un ragazzone americano che durante le batterie avevo notato avesse molta foga ma una guida non molto redditizia. Evidentemente qualcosa è cambiato in finale…

Ok, mi impongo di partire senza far pattinare troppo e affondare il posteriore, ma Xaus all’interno mi scappa lo stesso sulla destra, mi accodo, a questo punto devo gestirmi il branco di assatanati alle spalle che mi sembra una mandria di tori che vedono la mia Harley rossa anzichè arancione. Mi aspetto le infilate dei due rivali italiani ma per il momento tengo botta. Dopo una manciata di curve, arriva invece, come un fulmine inaspettato lo yankee a velocità stratosferica che mi infila bene, e provo ad accodarmi. Inutile, guida sporchissimo e rischia ogni 20 metri ma non lo si tiene. Cosa sia successo lo sa solo lui, mentre io lo scoprirò solo la sera alla cena del Deus. Mi rassegno al terzo posto e cerco di monitorare e amministrare il distacco fra la coppia di testa e i miei diretti inseguitori. Non ho forza di attaccare e forse neppure di arginare, perché al terzo giro inizio a perdere colpi, ma cerco di tenere per come riesco: nel frattempo, davanti i due si affrontano come in una gara di motocross e il sorpasso all’esterno dell’outsider su Xaus sorprende per primo lo stesso Ruben, che, racconterà poi alla sera “Ma chi è questo che osa superarmi all’esterno in curva? Ma sono diventato veramente vecchio?”. Anche per lui la risposta ci sarà a cena, ma fatto sta che lo spagnolo, colpito nell’orgoglio si imbizzarrisce e finisce per fare un errore e andare a gambe all’aria, mentre l’arrembante, giocandosi (almeno apparentemente) un paio di jolly ogni curva, si invola verso il traguardo sotto lo stupore anche del pubblico, in quanto prima era rimasto un po’ in sordina fino alla finale. Per quanto mi riguarda ho fatto gli ultimi due giri aggrappato al manubrio, cercando di recuperare nei punti veloci della pista, perché nel misto stretto, dove ci voleva forza, non riuscivo più a essere incisivo.

Morale, ho chiuso secondo assoluto con subito dietro Negri e poco dopo Zaffaroni. In sostanza tre italiani nei primi quattro non è male, per il nostro importatore, su sedici partecipanti. Inutile dire che se Xaus non fosse caduto sarei arrivato terzo, ma queste sono le gare. Mi sento di ringraziare Snow Quake, Deus Italy, Giacomo Marzoli e Simona Bendotti di Harley-Davidson Italia per il supporto live e in differita, come pure il tifo da lontano di Bob Lonardi, Responsabile Comunicazione H-D. Inoltre, chiedo scusa a un avversario di cui non ricordo il numero di gara, al quale ho involontariamente (giuro) dato una sportellata nelle prime battute della prima batteria al mattino, dopo una delle mie pessime partenze: non è nello spirito Snow Quake e quindi mi spiace, ma veramente non ho fatto apposta. E ora cerchiamo di scoprire chi è questo outsider che ha spiazzato tutti: Ruben a un certo punto, a cena mi fa: “Oh, sono andato a vedere chi è sul profilo Instagram… ho capito tutto, chiedigli se per lui è la prima volta sul ghiaccio, vedrai”. Così, durante la cena celebrativa al Deus Café di Milano, con il sottoscritto alla soglia dei 39 di febbre, chiediamo al vincitore se avesse precedenti esperienze specifiche. E lui, candidamente, dice ammiccando: “Abito nello Stato di New York e dove vivo mi sono fatto una pista di ghiaccio fuori casa, perciò sono piuttosto allenato”. Ok. Se non altro, nessuno di noi deciderà di appendere il casco al chiodo, Xaus, in primis, che sembrava quasi rassicurato dalla risposta dell’arrembante ma onesto American boy.

MA ‘STA HARLEY COME VA?
Il motore High Output Revolution X 750 si è rivelato portentoso e la moto, così messa a punto, consente prestazioni anche su ghiaccio inimmaginabili pensando alla sua mole originale e alle condizioni di aderenza a dir poco precaria. Ciclistica ok, l’assenza del freno anteriore (nel flat non si usa), per chi non è abituato all’inizio crea scompiglio sugli automatismi nella fase di frenata in prossimità delle curve. Come tutte le cose richiede assuefazione, ma poi diventa una caratteristica propedeutica alla tecnica di guida specifica, in quanto bisogna arrivare a entrare in curva scalando, più che frenando, onde favorire il pattinamento della ruota posteriore, per poi gestire il tutto con il gas. Imbottitura sella praticamente quasi inesistente, ma in comfort qui non conta e pedane in posizione un po’ innaturale ma poi ci si adatta anche a quelle. Unico appunto: personalmente avrei sicuramente montato un manubrio molto più largo: la piega scelta a mio parere è poco favorevole alla guida, specialmente considerando il peso della moto. Il resto… sublime.

 

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