“Voglio una sedia a sdraio sotto un ombrellone. Con quattro ruote, capace di portare due contadini e le loro mercanzie nel massimo della sicurezza e del comfort. Deve costare poco ed essere riparabile coi ferri con cui si aggiusta il trattore. Deve consumare non più di quattro litri per cento chilometri, essere facile da guidare e stabile su qualsiasi tipo di strada…”
Era un tipo di poche pretese, il direttore generale di Citroën Pierre-Jules Boulanger, che con queste precise indicazioni incaricò l’ingegner André Lefebvre di realizzare un’auto che, da un sondaggio, sembrava interessare soprattutto alla Francia contadina del 1936.
L’ingegnere aeronautico, ex-pilota, non si perse d’animo. Prese un foglio bianco e cominciò a disegnare la TPVToute Petite Voiture.
Via il tetto e via il bagagliaio, per risparmiare peso; un motore boxer bicilindrico da 375 cc ispirato dalle motociclette, per consumare poco; un sedile posteriore asportabile (che diventava una panchina…) per fare spazio al carico; una nuova sospensione per andare “dove non c’è la strada” e un leggero telaio in magnesio (sostituito con leghe ferrose dopo pochi test perché aveva il vizio di prendere fuoco come la capocchia di un cerino). Così, alla fine della Guerra la 2CV era pronta per la gloria.

LA DIFFERENZA FRA VIAGGIARE E SPOSTARSI

Questo preambolo per spiegare perché, quando siamo stati invitati a seguire L’Eroica di Montalcino (più che una gara di bici, un viaggio epico fra le straordinarie bellezze della Toscana), ho pensato che sarebbe stato bello farlo anch’io un viaggio nello stesso spirito degli Eroici, ma a quattro ruote.
E l’aver scritto qualche anno fa un pezzo su una 2CV dalla storia unica, mi ha dato l’idea: avrei chiesto a Citroën proprio quell’auto, la Soleil disegnata dal grande Serge Gevin, per viaggiare come si faceva sessant’anni fa. Perché è solo guidando a 90 all’ora (“Non di più…“, si era raccomandato Marco), cercando di evitare le autostrade e pianificando le soste per spezzare il tragitto, che si capisce la profonda differenza fra spostarsi (ciò che ormai si fa con un’auto moderna) e viaggiare.

CHI SI ACCONTENTA GODE

Capace di portare due contadini e le loro mercanzieaveva chiesto Boulanger: io e la Marti, un paio di borse con abbigliamento per tre giorni, lo zainone con le Nikon, un cappello di paglia, una bottiglia di acqua e la cartina del Touring… Direi che ci siamo.
Nel massimo della sicurezza e del comfortera il prosieguo della frase: carrozzeria in lamiera, un telo di plastica al posto del tetto, freni a tamburo, prese d’aria dirette, sedili sdraio, finestrini a ribaltina (di cui uno fuori uso)… Vabbé, per gli standard del ’36 ci sta.
Deve costare poco, essere riparabile coi ferri con cui si aggiusta il trattore e consumare non più di quattro litri per cento chilometrirecitava ancora il capitolato: a noi la Soleil non è costata un euro, della facilità di riparazione racconterò più avanti, con 10 euro di “verde” riempivo mezzo serbatoio. Direi che anche qui risultato raggiunto.
Essere facile da guidare e stabile su qualsiasi tipo di stradaera la richiesta finale del direttore generale: Lefebvre qui ha dato il meglio di sé. La 2CV è come il Cynar, un antidoto allo stress e al logorio della vita moderna. Regala felicità e spensieratezza.

RESETTARE TUTTO

Ci vogliono davvero pochi metri per capire che ciò che stiamo per vivere sarà un’esperienza nuova. E non solo per il rito dello starter, la corsa chilometrica del cambio, i freni simbolici, lo sterzo da culturista… È l’andatura a creare il cortocircuito fra mente e abitudini. Quando sei a 90 all’ora non ti perdi né uno sguardo né un fotogramma di ciò che ti scorre accanto. Ti sorpassano quasi tutti (per lo più comprendono e non insultano, automobilisti metropolitani a parte) e la cosa non ti turba: nessun desiderio di vendetta o bisogno di rivalsa. E quando poi ti fermi e arrotoli la capote il piacere cresce a ogni giro di telo.
Sono oltre 500 i chilometri di statali studiate e seguite sulla carta del Touring per collegare Milano con Cremona, Reggio, Sassuolo, Pistoia, Siena e Moltalcino. Un tragitto disegnato seguendo i fiumi (il Po, il Panaro, l’Elsa, l’Arbia), con qualche deviazione nazionalpopolare (“passiamo da Vignola a prendere le ciliegie!“), cercando spiegazioni (Sesso, Buco del Signore, Ergastolo, Due Maestà), non esagerando con gli Appennini e puntando sul sicuro (Poggibonsi, Monteriggioni, Monteroni, Buonconvento).

IN BUONA COMPAGNIA

11 ore dopo eravamo a Montalcino, seduti alla Cena degli Eroici da ultimi beati perché i primi avevano avanzato un po’ di pappardelle, polenta e cinghiale…
Stanchi ma rilassati, “Grazie monsieur Lefebvre!
Il nostro programma prevedeva che il giorno dopo avremmo seguito la partenza del giro da 171 km per poi perderci lungo le strade su cui si snodavano i tre percorsi per intercettare i ciclisti nei punti di ristoro e sui passaggi più spettacolari.
Alle 06:30 eravamo in Piazza del Popolo, davanti allo striscione della partenza, in compagnia della rossa Alfa Romeo del direttore di gara e della gialla Peugeot Mavic Service Course, sotto lo sguardo attonito dell’ufficio stampa de L’Eroica, che si chiedeva come avessimo potuto eludere i blocchi della Polizia Locale! Potere seduttivo della nostra Deuche
Mezz’ora da prima donna, ammirata e fotografata al pari delle biciclette dietro il nastro a scacchi, poi un cortese saluto al comandante dei vigili e via. Capote arrotolata e cartine alla mano, la musica non serve.
L’andatura era poco più veloce di quella dei ciclisti, quanto bastava per accompagnarli ogni tanto e anticiparli nei punti che avevamo stabilito. La 2CV, perfettamente calata nella parte, è una invidiabile compagna di viaggio. Canta intonata, ondeggia fra i tornanti e galleggia sulle pietre. Quando gli Eroici ci vedevano ci salutavano e quando ci fermavamo chiedevano di poter posare accanto alla Deuche, loro che sanno cosa significa guidare e prendersi cura di una signora.
Alla fine i chilometri saranno quasi duecento, accompagnati da colori e profumi che sembrano più intensi del solito. I sapori, quelli delle bruschette e del rosso che ci hanno offerto ai ristori, erano invece un po’ imbastarditi dalla polvere che ci portavamo addosso…

NON FINISCE QUI

Se l’avventura dei ciclisti è terminata con l’arrivo a Montalcino, per noi la fine era lontana ancora un giorno e più o meno 600 chilometri. Il programma del ritorno rispecchiava quello dell’andata, ossia niente autostrada e driving mode su “relax assoluto”. Nessuna fretta dunque di girare il muso verso nord, anzi, deviazione a sud, verso le pendici del Monte Amiata per vedere se le terme San Filippo di cui ci aveva parlato un’amica valevano la pena. Puzzolenti di zolfo ma rinfrescati era davvero arrivato il momento di tornare a casa: i soliti 10 euro di “verde” per vedere la lancetta tornare a indicare serbatoio pieno e il viaggio riprende.
Il nastro si riavvolgeva lentamente. Le colline si stemperavano per trasformarsi in pianura, i cipressi lasciavano spazio ai pioppi, ecco le risaie… Con il calar del sole erano arrivate anche le nuvole, sempre più nere e gonfie di temporali. In un attimo le prime pesanti gocce si sono trasformate in un muro d’acqua e dalle prese d’aria sotto il parabrezza (due sportellini che mettono in comunicazione diretta l’interno con l’esterno) altrettanti rigagnoli si divertivano a insinuarsi fra le cose che avevamo appoggiato nel ripiano. Fra “tutto aperto” e “tutto chiuso” soluzioni intermedie non erano praticabili, ma al “tutto chiuso” si abbinava anche il “tutto appannato“, quindi due mani su volante e altre due che muovevano uno straccio sul vetro (gesto che avevo ormai dimenticato…).

GRAZIE INGEGNERE!

Eravamo verso Modena quando il muro d’acqua anziché sgretolarsi si era trasformato in un bombardamento di grandine: va bene l’avventura, ma la povera 2CV non meritava di soffrire tanto, così al primo ponte ci siamo fermati per attendere che il ghiaccio tornasse acqua. Un quarto d’ora, forse venti minuti di scrosci violenti e un rumore assordante che quasi copriva le nostre voci, al punto che solo quando avevo deciso di ripartire mi sono accorto che l’auto si era spenta. Si era spenta e non ne voleva sapere di riaccendersi.
Dopo qualche inutile tentativo ci eravamo rassegnati a finire il resto del viaggio su un camion della Europe Assistance e con questa triste immagine negli occhi avevo chiamato Marco (che finita la cena era sul divano con la palpebra pesante) per raccontare cosa ci era accaduto e farmi dare il numero del soccorso. Come di solito mi accade in questi frangenti, prima di procedere con la soluzione drastica faccio un ultimo tentativo, quasi più per scrupolo che per convinzione. Ebbene, come se nulla fosse la Deuche si accende e gira senza tentennamenti… Ecco, anche qui l’ingegner Lefebvre ci aveva preso: la nostra 2CV si era addirittura riparata da sola e ci avrebbe riportati a casa sulle sue ruote anziché sul cassone di un volgare camion dell’assistenza stradale!

LA MORALE

Ogni tanto un tuffo nel passato aiuta a vivere meglio il presente e un’idea che ai più può sembrare sciocca a volte si rivela straordinaria. L’avventura con la Deuche ha restituito il giusto significato a un concetto che nella mia mente si era svilito: il “viaggio” ha riacquistato quella dimensione e quei confini che gli competono e che le esigenze (reali?) e i ritmi (necessari?) del nostro quotidiano hanno ridotto a una sorta di spreco di tempo ed energie per raggiungere una meta. Se poi volete che un viaggio diventi anche un’avventura indimenticabile, non solo la macchina ma anche i compagni devono essere speciali